Armi nucleari: mercato redditizio o investimento rischioso?

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La guerra è ormai parte del dibattito quotidiano e, anche se si cerca di distanziarla il più possibile dalla propria vita, può essere insospettabilmente presente. Anche negli investimenti. Quali rischi si corrono a supportare il mercato delle armi nucleari? Di questo e molto di più si è discusso durante la conferenza di Etica Sgr al Salone del Risparmio 2023

Negli anni Settanta, la NATO scriveva che le armi chimiche rappresentavano l’unica strada per assicurare stabilità e sicurezza in un conflitto. Cinquant’anni dopo, rileggere queste affermazioni lascia quasi senza parole, dato che l’impiego di questa tipologia di strumenti non è più nemmeno contemplabile. Oggi il dibattito circa la sicurezza delle armi si è spostato da quelle chimiche a quelle nucleari, ma siamo davvero sicuri che tra trent’anni queste ultime continueranno a essere ritenute una scelta accettabile? La realtà è che “la percezione della sicurezza, ovvero ciò che viene considerato legittimo, cambia” ha sottolineato Susi Snyder, Programme coordinator di ICAN, organizzazione per l’abolizione delle armi nucleari, insignita nel 2017 del Premio Nobel per la Pace, nel corso della conferenza organizzata da Etica Sgr durante il Salone del Risparmio 2023, dal titolo Etica, sostenibilità, conflitti e armi nucleari: come investire per il domani con un impatto sociale positivo. “Nel 2017, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari ha visto il favore di 140 Paesi e la firma di 91 di essi: la percezione in materia sta cambiando” e sempre più Stati si schierano contro il loro utilizzo.

In questo contesto, non sono solo le decisioni dei policymaker a evolvere: anche le imprese e i cittadini possono fare la differenza con le loro scelte. A volte, tuttavia, è difficile tracciare una linea netta che distingua gli investimenti civili da quelli militari (come nel caso dell’industria aerospaziale). Il rischio è quello di supportare aziende che investono in comparti controversi del settore della difesa, in alcuni casi anche a scapito della propria sicurezza nazionale, come per le “diverse aziende ucraine che prima della guerra cooperavano con la Russia, finanziando, più o meno coscientemente, il sistema bellico del Cremlino” ha spiegato Nello Scavo, corrispondente di guerra e inviato di Avvenire.

Tradizionalmente, il settore della difesa ha attirato gli investitori per via dei rendimenti allettanti. L’indice MSCI World Aerospace and Defense, ad esempio, da aprile 2008 ad aprile 2023 è cresciuto del 270% . Tanto che, “nel 2021, per la prima volta gli investimenti in armi hanno superato la cifra di 2 mila miliardi di dollari a livello globale, secondo quanto riportato dal Sipri, lo Stockholm international peace research institute” ha affermato Aldo Bonati, Stewardship and ESG Networks Manager Etica Sgr. L’incremento della produzione delle aziende in tale industria a seguito del conflitto Russia-Ucraina, inoltre, ha beneficiato anche della corsa agli armamenti in Occidente, che ha aumentato ulteriormente il volume d’affari del comparto. Il tutto, “a beneficio dei grandi gruppi: nel 2021, le 30 principali aziende operanti nel settore della difesa hanno venduto armi per un controvalore pari a oltre 446 miliardi di dollari”.

Ecco perché il filtro deve essere posto a monte, con una presa di posizione, oltre che di responsabilità, da parte delle istituzioni finanziarie. Etica Sgr, ad esempio, fin dalla sua fondazione nel 2000 esclude gli investimenti in armi nucleari dalle sue strategie. Tanto che, in occasione dell’ultima Conferenza delle parti del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, tenutosi a Vienna lo scorso giugno, il gestore italiano è intervenuto davanti ai delegati di tutto il mondo per leggere la Dichiarazione degli investitori, scritta da Etica Sgr insieme a Ican e sottoscritta da numerosi investitori internazionali.

Una scelta di campo, quella dell’esclusione totale delle armi nucleari, che se da un lato attrae gli investitori dal punto di vista valoriale, dall’altro potrebbe spaventare chi teme di compromettere la performance dei propri investimenti escludendo totalmente tali aziende. Tuttavia anche la loro inclusione nei portafogli rappresenta un rischio: “anche la sola minaccia di utilizzare armi nucleari, provoca un aumento della volatilità sui mercati finanziari” ha concluso Bonati. “tale volatilità può portare al calo del valore dei titoli degli altri emittenti in cui si è investito, con un effetto netto negativo a livello di portafoglio complessivo. Secondo un rapporto pubblicato di recente da Ican e Pax, le società coinvolte nel business delle armi nucleari sono solo 24, la loro esclusione non dovrebbe impattare significativamente la performance di portafogli che investono in centinaia di titoli”.

Per queste ragioni, non si tratta solo una questione di etica, ma di equilibrio dei propri investimenti. La domanda da porre agli investitori è, quindi: quale rischio siete disposti a correre?

di Matilde Sperlinga

Giornalista, in We Wealth si occupa di mercati, con un focus su geopolitica e venture capital. Laureata in Scienze Politiche e Filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

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