Le azioni che hanno guidato il boom dell’intelligenza artificiale a Wall Street stanno attraversando una nuova crisi di fiducia, soprattutto sulla capacità degli oltre 30 miliardi di dollari investiti nel settore di generare profitti concreti. Un sentiment rimasto evidente fino a venerdì 22 agosto, quando da Jackson Hole il focus è transitato sulla chiara indicazione di un taglio dei tassi Fed che ha messo il turbo ai titoli tecnologici del Nasdaq – relativi più sensibili al costo del denaro.
Ad aver riaccendeso i dubbi sul comparto è stato uno studio del MIT, pubblicato il 18 agosto, secondo cui il 95% delle aziende non ha ottenuto ritorni significativi dall’implementazione dell’intelligenza artificiale generativa, come i modelli linguistici. Il colpo più duro lo ha subito Palantir, specializzata in soluzioni per rendere “monetizzabile” l’AI: nelle cinque sedute fino al 21 agosto il titolo ha perso l’11,8%, complice anche una valutazione molto elevata e un rapporto prezzo/utili ancora attorno a quota 519. (Il 22 agosto Palantir è rimbalzata dopo Jackson Hole, con un rialzo superiore al 4%)
Male anche Nvidia, che nello stesso periodo ha ceduto il 3,87%. Venerdì il titolo è sceso ulteriormente dopo indiscrezioni secondo le quali l’azienda avrebbe chiesto a fornitori asiatici come Foxconn di interrompere la produzione di componenti per i chip H20, gli unici esportabili in Cina. La richiesta sarebbe legata a presunti problemi di sicurezza sollevati da Pechino. Il Ceo Jensen Huang, in visita a Taiwan insieme a TSMC, ha precisato che la società è al lavoro su un nuovo semiconduttore per il mercato cinese, il B30A, che richiederà autorizzazioni da parte del governo statunitense. In passato Nvidia aveva già subito contraccolpi legati al nazionalismo tecnologico, con restrizioni Usa che avevano pesato sul titolo, salvo poi trovare un accordo per esportare l’H20 in Cina in cambio del 15% dei ricavi al Tesoro americano.
Big Tech sotto pressione: cali diffusi e valutazioni elevate
Il nervosismo non ha colpito solo Palantir e Nvidia: tra il 18 e il 21 agosto Meta ha perso il 5,87%, Tesla il 4,61%, Amazon il 3,93%, Microsoft il 3,19% e Apple il 2,5%. “Siamo ancora agli inizi della rivoluzione dell’AI, con casi d’uso che stanno iniziando ad ampliarsi enormemente, mentre sempre più aziende riconoscono il valore creato da un pugno di società guidate dal ‘Padrino dell’AI’, Jensen Huang, e da Nvidia”, ha scritto martedì Dan Ives di Wedbush.
Nelle stesse settimane il Nasdaq Composite ha lasciato sul terreno circa il 2%, con la peggiore flessione di due giorni da inizio mese. Anche l’indice S&P 500 Information Technology ha ceduto oltre il 2,5%, segnalando prese di profitto diffuse dopo mesi di rally quasi ininterrotto. “Il tema centrale rimane quello delle valutazioni”, osserva Giacomo Calef, country head Italia di NS Partners. “Nel 2025 la crescita degli indici Nasdaq e S&P 500 è stata in linea con gli utili, ma nelle ultime settimane i multipli hanno ricominciato a salire”.
Correzione fisiologica o inizio di una bolla AI?
Gli investimenti aggressivi in AI — come quelli di Meta, che aumentano la spesa in conto capitale riducendo la liquidità — alimentano i timori di ritorni futuri insufficienti. Se tali investimenti non dovessero tradursi in maggiori utili, il rischio è che gli investitori perdano la pazienza, come già accaduto nel 2022 con i Reality Labs di Meta dedicati al metaverso.
“Il comparto tecnologico Usa tratta ora a circa 30 volte gli utili attesi a 12 mesi, riportandosi sui massimi dell’ultimo anno”, ricorda Calef. “Il peso delle big tech sugli indici sfiora livelli record, aumentando la vulnerabilità a qualsiasi segnale di rallentamento”. Emblematico il caso DeepSeek, che aveva mostrato la possibilità di creare chatbot simili a ChatGPT o Claude a costi ridotti: a gennaio la notizia fece crollare Nvidia del 17% in un solo giorno. “Una reazione esagerata”, nota Calef, “poi in parte rientrata, ma che ha mostrato quanto il mercato resti sensibile a ogni segnale di potenziale disruption”.
Alla luce di questi elementi, il calo agostano dell’AI sembra legato più a prese di beneficio fisiologiche che a un vero ridimensionamento strutturale. Lo studio del MIT ha riportato in primo piano il nodo della monetizzazione, ma “il recente calo dei titoli AI — conclude Calef — appare per ora più una correzione fisiologica che un’inversione di lungo termine”.

