Gli Stati Uniti si trovano in un passaggio delicato del ciclo economico. dazi commerciali hanno iniziato a incidere sulle assunzioni e sulla spesa delle famiglie, alimentando dubbi sulla tenuta dell’economia. Eppure, la forza dell’intelligenza artificiale sta generando un’ondata di produttività senza precedenti, capace di compensare le crepe e aprire scenari di crescita strutturale. Il dibattito si concentra su una domanda cruciale: riuscirà l’AI a riempire i vuoti lasciati dalle tensioni commerciali? Ce ne parla Jared Franz, Partner and U.S. Economist di Capital Group.
Perché l’AI non è una nuova dot-com
Negli ultimi anni, le grandi società tecnologiche hanno destinato centinaia di miliardi di dollari all’intelligenza artificiale, puntando soprattutto sui data center. Questo flusso ha favorito i comparti collegati, con effetti visibili in Borsa: Modine Manufacturing è salita del 22,1% dall’inizio dell’anno e Constellation Energy del 41,5% grazie agli accordi con Meta e Microsoft.
Il paragone con la bolla delle dot-com è inevitabile, ma lo scenario è diverso. “Non escluderei un inverno dell’AI, ma oggi le aziende hanno bilanci solidi, liquidità abbondante e utili robusti” – sottolinea Franz – “il che riduce il rischio di un collasso generalizzato”.
Secondo l’economista, la sfida non è soltanto tecnologica: è la capacità di trasformare i dati in valore a determinare i veri vincitori. Così come Cisco aprì la strada a colossi come Netflix, Amazon e Google, “anche l’attuale ciclo di investimenti in AI potrebbe dare origine a una nuova generazione di imprese destinate a prosperare”.
La produttività americana entra in una fase eccezionale
Le grandi rivoluzioni tecnologiche hanno sempre richiesto tempo per produrre effetti tangibili, ma con l’intelligenza artificiale l’impatto è già evidente. “Credo che l’AI abbia introdotto una nuova era di produttività eccezionale” – osserva Franz – “permettendo alle imprese di mantenere i margini anche a fronte dell’aumento dei costi”.
Secondo l’economista, la produttività statunitense potrebbe quasi raddoppiare fino al 4% annuo nei prossimi cinque anni, sostenendo il PIL e contribuendo a moderare l’inflazione. Restano alcuni colli di bottiglia che potrebbero limitarne il pieno potenziale, ma il crollo dei costi di implementazione dei grandi modelli linguistici – già ridotti del 90% rispetto a due anni fa – indica che lo spazio per ulteriori miglioramenti è concreto.
L’AI elimina posti di lavoro, ma ne crea di più
L’intelligenza artificiale sta già incidendo sul mercato del lavoro. I licenziamenti si concentrano nelle società tecnologiche che hanno sovraassunto durante la pandemia, mentre cresce la domanda di ricercatori e sviluppatori AI.
La storia suggerisce un saldo positivo: tra il 1970 e il 2015 il personal computer eliminò 3,5 milioni di posti, ma ne creò 19,3 milioni. “Con l’AI accadrà lo stesso” – osserva Franz – “perché consente ai lavoratori di spostarsi verso attività a maggior valore.
Il quadro resta influenzato dalle ricadute dei dazi commerciali, che hanno provocato licenziamenti e blocchi nelle assunzioni. Tuttavia, secondo l’economista di Capital Group, non emergono ancora segnali di sofferenza diffusa.
Rallentamento sì, ma non una recessione
Inflazione in rialzo, occupazione in frenata e PIL in calo hanno alimentato i timori di un peggioramento congiunturale. “Questi segnali – conclude Franz – indicano un rallentamento di metà ciclo, non l’inizio di una recessione. I rischi sono reali, soprattutto per l’effetto dei dazi e le valutazioni elevate dei mercati azionari ma non vedo i presupposti per una contrazione generalizzata”.
A bilanciare le criticità restano i venti favorevoli dell’AI, che continuano a stimolare investimenti e innovazione. Anche gli utili societari hanno mostrato resilienza, con diverse aziende che registrano consumi solidi, in particolare tra la clientela a più alto reddito. “A ciò si aggiunge la possibilità che la Federal Reserve riprenda i tagli dei tassi, riducendo i costi di finanziamento e contribuendo a stabilizzare il ciclo economico”.

