L’economia globale è in bilico e la responsabilità è, almeno in parte, da cercare nelle mani di Donald Trump. Dopo settimane di pressioni e discussioni diplomatiche, prima con la Cina e poi con l’Europa, il commercio globale sarà in stallo fino al 9 luglio, data in cui i dazi dovrebbero essere applicati. Ma in un clima di incertezza, i punti di domanda non sono solo per i mercati extra statunitensi, ma anche per la stessa Wall Street. Gli esponenti della Federal Reserve restano cauti, avvertendo che le tariffe potrebbero innescare uno scenario di stagflazione. Nel frattempo anche Moody’s, dopo Fitch e S&P, ha declassato il rating creditizio degli Stati Uniti a AA1, in un’ottica di aumento del debito federale fino al 134% del prodotto interno lordo entro il 2035. Un’altra vittima delle guerre commerciali, dei deficit e del caos politico è il dollaro, che continua a indebolirsi. Il biglietto verde è pronto a perdere il suo primato?
Dollaro in discesa: errore o strategia?
Mentre i futures azionari statunitensi sono saliti in seguito alla decisione di Trump di posticipare l’aumento dei dazi al 50% sull’Unione Europea, il dollaro statunitense è sceso ulteriormente rispetto alle principali valute. Il biglietto verde resta infatti debole nei confronti dell’euro che vale 1,14 (+0,90%), il massimo da aprile. Il Bloomberg Dollar Spot Index scende dello 0,4%, avvicinandosi a un livello che non si vedeva da luglio 2023, perdendo oltre il 7% dall’inizio del 2025. La domanda degli investitori di dollari sta diminuendo a causa dei timori legati ai dazi e alle condizioni fiscali degli Stati Uniti, alimentati dai piani di estensione dei tagli fiscali introdotti da Trump durante il suo primo mandato.
La valuta statunitense è stato sopravvalutata per quasi un decennio, ma è troppo presto per concludere che ci troviamo ora in un periodo di debolezza. “Dovremmo assistere a un brusco calo della crescita degli Stati Uniti (o a una recessione) e/o a un aumento significativo della crescita nel resto del mondo perché ciò avvenga”, spiega Jens Søndergaard, analista di Capital Group.
Ma il dollaro debole è veramente un errore di percorso o parte di una strategia di azione? Con il debito federale che si avvicina ai 37mila miliardi di dollari e che, secondo le stime, continuerà a crescere, l’innalzamento dell’inflazione dovuto a un dollaro debole, potrebbe alleggerire questo peso.
Dollaro: da valuta di riserva a moneta sostituibile, ma da chi?
Non si tratta di una novità, sono anni che il dollaro sta piano piano perdendo il suo ruolo centrale. Negli ultimi due decenni, infatti, il suo ruolo nelle attività di riserva è diminuito, compensato da euro, yen e sterlina.
Mentre il dollaro perde peso sul mercato, il renminbi cinese invece inizia a guadagnarsi una posizione importante, contribuendo circa per un quarto al calo della quota del dollaro. É, però, ancora difficile capire quale ruolo potrà giocare nel mercato valutario: sebbene infatti sia sostenuto dalla seconda economia mondiale e dia accesso a vasti mercati finanziari e di cambio esteri, i rigidi controlli sui capitali della Cina limitano il ruolo del renminbi nella finanza globale.
Spesso si sente parlare anche dell’euro come una possibile alternativa al dollaro. Eppure, nonostante la forza della valuta europea stia crescendo, vi è ancora una “carenza di attività di alta qualità denominate in euro che gli investitori internazionali e le banche centrali possono utilizzare come riserva”, spiega l’esperto.

