Sostenibilità: quanto ne sanno gli investitori?

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Secondo un’indagine dell’Ufficio studi economici di Consob, il 26% degli investitori dichiara di possedere una conoscenza di base in tema di sri. E il 51% afferma di aver appreso dei prodotti responsabili dal proprio consulente finanziario. Ma cosa ne pensano, invece, gli stessi promotori?

Sebbene il 40% degli investitori affermi di prendere in considerazione gli impatti ambientali e sociali delle proprie decisioni finanziarie e di investimento, solo il 26% dichiara di possedere una conoscenza di base in tema di sri

Nel percepito dei consulenti, i propri clienti tenderebbero a informarsi autonomamente nel 22% dei casi (più frequentemente rispetto a quanto dichiarato dagli investitori) e di rivolgersi a loro solo nel 42% dei casi

Tra le leve motivazionali degli investimenti sostenibili e responsabili, i clienti citano le performance esg e quelle finanziarie rispettivamente nel 60 e nel 58% dei casi, ma anche gli incentivi fiscali o i costi inferiori rispetto ad altre opzioni (55%)

Negli ultimi tempi l’interesse nei confronti degli investimenti sostenibili e responsabili è cresciuto in misura rilevante presso le istituzioni, l’industria e i grandi investitori. Secondo il commissario Consob, Anna Genovese, si è dunque “intensificata la comunicazione finanziaria e commerciale” sulle tematiche esg (environmental, social, governance), mentre il quadro della regolamentazione in materia, tracciato dall’Action Plan della Commissione europea del 2018, “è ancora in costruzione”. Fra il 2021 e il 2022, spiega, “verranno definiti e resi vincolanti alcuni essenziali tasselli di una regolamentazione che dovrà presidiare l’attendibilità delle informazioni esg” motivo per cui, nel frattempo, “è essenziale attrezzarsi per fare fronte al complessivo cambiamento di paradigma”. Ma quanto ne sanno gli investitori di queste tematiche e cosa ne pensano i consulenti finanziari?
A rivelarlo è l’indagine Financial advisor-investor relationship, Mirroring survey on sustainability and investments, curata dall’Ufficio studi economici di Consob in collaborazione con l’Università degli studi Roma Tre e la Bologna Business School – Università Alma Mater Studiorum. Giunta alla terza edizione, la ricerca ha coinvolto un campione di 215 consulenti e 617 investitori, selezionati (questi ultimi) sulla base di un’estrazione su circa 1.300 nominativi (relativi ai rapporti attivi) indicati dai professionisti appartenenti al primo campione, e pone a confronto, appunto, “le opinioni dei clienti in merito ai prodotti finanziari responsabili, come percepite dai consulenti, con le opinioni effettivamente dichiarate dai clienti”, spiega Genovese. Quello che è emerso è che, sebbene il 40% degli investitori affermi di prendere in considerazione gli impatti ambientali e sociali delle proprie decisioni finanziarie e di investimento, solo il 26% dichiara di possedere una conoscenza di base in tema di sri (sustainable and responsible investment) e unicamente il 13% rileva una conoscenza “avanzata”. Un dato in linea rispetto alla percezione dei consulenti finanziari, che sottolineano una conoscenza di base dei propri clienti nel 35% dei casi e una conoscenza avanzata nell’11%.

Nel dettaglio, il 79% degli investitori afferma di aver appreso dei prodotti responsabili da un soggetto diverso dal proprio consulente, il 51% dal proprio consulente e il 15% in autonomia. Nel percepito dei consulenti, invece, i propri clienti tenderebbero a informarsi autonomamente nel 22% dei casi (dunque più frequentemente rispetto a quanto dichiarato dagli investitori) e di rivolgersi a loro solo nel 42% dei casi. Tra le leve motivazionali degli investimenti sostenibili e responsabili, invece, i clienti citano le performance esg e quelle finanziarie rispettivamente nel 60 e nel 58% dei casi, ma anche gli incentivi fiscali o i costi inferiori rispetto ad altre opzioni (55%), la disponibilità di informazioni specifiche sull’impatto esg (42%) e la formazione specifica del professionista (41%). I fattori che, al contrario, disincentiverebbero gli sri sono i possibili rendimenti inferiori alle attese (66% per i clienti e 62% per i consulenti), la mancanza di proposte commerciali (52% e 55%) e il timore che si tratti di operazioni di marketing (39% e 33%). Solo il 10% dei consulenti, tuttavia, dichiara di non aver mai raccomandato investimenti responsabili.

Sul fronte dei canali informativi emerge un ulteriore disallineamento tra i due campioni. Se da un lato il 72% dei professionisti ritiene che le fonti preferite dei propri clienti siano le istituzioni pubbliche (72%), seguite dal consulente finanziario (64%) e dalla banca o dagli intermediari (61%), per gli investitori al primo posto si posizionerebbero proprio i consulenti (78%), seguiti dalla banca o dagli intermediari (66%) e dalla televisione, la stampa o la radio (59%). “Un ultimo aspetto interessante – interviene Nadia Linciano, responsabile dell’Ufficio studi economici di Consob – riguarda il valore che i professionisti riconoscono alla rilevazione delle preferenze esg: il 47% ne coglie le potenzialità, in particolare come fattore competitivo nel 21% dei casi e come occasione di dialogo nel 17%. Ma anche come opportunità per sensibilizzare i clienti ai temi della finanza sostenibile (9%)”.

In conclusione, aggiunge, “il rapporto evidenzia alcune importanti aree di miglioramento nella comunicazione consulente-cliente. Tra queste, oltre a disallineamenti nelle percezioni dei tratti distintivi della consulenza e della capacità degli investitori di maturare una visione complessiva delle proprie finanze, emergono con specifico riferimento agli investimenti sostenibili le motivazioni alla base del possesso di prodotti responsabili, il ruolo informativo che gli investitori attribuiscono ai consulenti e il valore della rilevazione delle preferenze esg degli investitori”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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