Usa batte Cina sulla sicurezza informatica (di almeno 10 anni)

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Un nuovo rapporto dell’International institute for strategic studies mette in discussione il ruolo di Pechino come potenza cibernetica. Stati Uniti avanti di almeno un decennio

Lo studio ha coinvolto 15 paesi, tra cui Regno Unito, Canada e Australia (tre dei membri di Five eyes, l’alleanza di sorveglianza che comprende anche Nuova Zelanda e Stati Uniti)

Secondo i ricercatori, è improbabile che Pechino possa eguagliare le capacità informatiche statunitensi nel prossimo decennio

Mentre una serie di attacchi hacker continua a puntare il faro sulla sicurezza informatica (basti pensare al caso Colonial Pipeline, la colonna vertebrale delle infrastrutture petrolifere statunitensi paralizzata da un ransomware nel mese di maggio), un nuovo studio dell’International institute for strategic studies mette in discussione il ruolo di Pechino come potenza cibernetica. Definendo gli Stati Uniti l’unico paese con una forte impronta globale sia negli usi civili che militari del cyberspazio. Al primo posto per competenze informatiche.
Lo studio ha coinvolto 15 paesi, tra cui Regno Unito, Canada e Australia (tre dei membri di Five eyes, l’alleanza di sorveglianza che comprende anche Nuova Zelanda e Stati Uniti), Francia e Israele (i due principali partner in ambito cyber di Five eyes), Giappone (anch’esso alleato di Five eyes, ma meno esperto sul fronte della sicurezza informatica, spiegano i ricercatori), Cina, Russia, Iran e Corea del Nord (i principali Stati che rappresentano una minaccia informatica per gli interessi occidentali) e infine India, Indonesia, Malesia e Vietnam (quattro paesi alle prime fasi dello sviluppo del loro “cyber-power”). Le competenze di ognuno di essi sono state valutate sulla base di sette categorie: strategia e dottrina; governance, comando e controllo; funzionalità di base di cyber-intelligence; potenziamento e dipendenza informatica; sicurezza informatica e resilienza; leadership globale negli affari del cyberspazio; e capacità cibernetica offensiva.
Come anticipato, l’analisi è stata condotta sullo sfondo dell’intensificarsi del confronto internazionale nel cyberspazio. Nel 2015, a titolo di esempio, la Cina ha dichiarato che “lo spazio esterno e il cyberspazio sono diventati le nuove vette della competizione strategica” tra gli Stati, ricordano i ricercatori. Nel 2016, invece, gli Stati Uniti hanno accusato il governo russo di aver ordinato un prolungato attacco informatico nel corso delle elezioni presidenziali statunitensi. Fino ad arrivare all’aprile del 2021, quando la Cina ha definito gli Stati Uniti i “campioni” degli attacchi informatici e, un mese dopo, i membri del G7 hanno invitato Russia e Cina ad adeguare le proprie attività informatiche alle normative internazionali. Un quadro che però, secondo l’istituto di ricerca britannico nel campo degli affari internazionali, non lascerebbe trasparire come la Terra del Dragone non abbia compiuto ancora sufficienti progressi negli ultimi sette anni da colmare il divario con gli Usa.

“Gli Stati Uniti hanno costruito il loro dominio nel cyberspazio dalla metà degli anni ’90”, racconta Greg Austin, senior fellow for cyber, space and future conflict dell’istituto. “Il loro potere è amplificato da reti di condivisione dell’intelligence altamente sofisticate, anche con i partner di Five eyes e altri alleati come Francia e Israele”. Tuttavia, precisa, “non possono essere soddisfatti della loro posizione di leader. E il modo in cui affronteranno la crescente forza dell’economia digitale cinese sarà decisivo per il futuro equilibrio del potere informatico”. La Cina, dal canto proprio, “ha compiuto progressi significativi nel rafforzare le proprie competenze dal 2014, ma non abbastanza”, ammette appunto Austin.

Secondo il rapporto, dunque, è improbabile che Pechino possa eguagliare le capacità informatiche statunitensi nel prossimo decennio. Parallelamente, le economie avanzate godono spesso di significativi vantaggi su questo fronte, grazie anche alla capacità di attirare capitale di rischio e competenze tecnologiche che consentirebbe alle imprese digitali di prosperare (un fattore a sua volta vitale per lo sviluppo del cyber power nazionale). “Stati autoritari come Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, se la passano peggio in termini relativi, nonostante investimenti statali spesso significativi”, continua Austin. “Ciascuno di essi talvolta pratica forme di isolamento tecnologico limitando la propria dipendenza dai paesi stranieri, come per i microchip e i sistemi operativi fabbricati negli Stati Uniti”, spiega l’esperto, sottolineando come questa spinta verso la sovranità digitale a sua volta argini il flusso verso l’interno di capitali e talenti, limitandone conseguentemente anche la capacità informatica.

Sulla base di questo scenario, dunque, solo gli Stati Uniti sono classificati come potenza cibernetica di “livello superiore” dal gruppo di esperti. Cina, Russia, Regno Unito, Canada, Australia, Francia e Israele seguono al secondo livello, mentre il terzo livello comprende India, Indonesia, Giappone, Malesia, Corea del Nord, Iran e Vietnam. C’è però anche un altro lato della medaglia da considerare, secondo Robert Hannigan, ex direttore del Government communications headquarters (l’agenzia governativa britannica che si occupa della sicurezza, nonché dello spionaggio e controspionaggio, nell’ambito delle comunicazioni, ndr) intervistato dal Financial Times. “Sebbene sia vero che la sicurezza informatica è meno sviluppata in Russia e in Cina, questi due paesi ne hanno bisogno meno urgentemente delle economie occidentali. La minaccia non è simmetrica”, spiega. Inoltre, stando a quanto dichiarato da Hannigan, mentre la Russia è consapevole del fatto che l’Occidente non prenderebbe di mira indiscriminatamente le sue infrastrutture critiche civili in modo distruttivo, le agenzie russe “hanno la licenza per essere avventate”. Un aspetto che, conclude, “richiede livelli più elevati di sicurezza informatica in Occidente”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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