Influencer a prova di impresa, un investimento in crescita

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Crescono gli investimenti nell’influencer marketing, ma manca ancora un’opportuna regolamentazione del mercato. Secondo un’indagine dello Ied, anche le piccole e medie imprese stanno puntando il faro su questa tipologia di campagne, ma richiedono più trasparenza e professionalità

Indice

Il 60% delle imprese ha investito nell’influencer marketing nel 2019

La metà delle aziende considera necessaria una regolamentazione del mercato per ottenere trasparenza e professionalità

L’affinità con il brand è il primo aspetto considerato nella scelta dei professionisti, meno importante il numero dei follower

Sempre più imprese integrano gli influencer nelle proprie strategie di marketing e comunicazione, ma sussistono ancora importanti lacune regolamentari e conoscitive. A evidenziarlo è una ricerca dell’Osservatorio sull’Influencer Marketing dello Ied in collaborazione con Akqa, agenzia operante nel settore dell’innovazione digitale.
L’indagine è stata condotta tra i mesi di agosto e ottobre del 2019, coinvolgendo oltre 200 professionisti appartenenti ai comparti marketing e prodotto, digital Pr, social media e top management, e operanti sia a livello nazionale che internazionale. Quello che è emerso è che il 60% delle imprese ha fatto ricorso all’influencer marketing nel 2019, con più di due campagne nel 77% dei casi.

Anche le Pmi tra gli investitori

Anche le piccole e medie imprese hanno puntato il proprio faro sul settore. L’investimento medio nell’influencer marketing nel corso dell’anno è stato di 45k per le Pmi e 89k per le grandi imprese. Non mancano le startup: le aziende innovative hanno investito una media di 11.2k, andando ad aggiungersi alla media totale di 63k.

Crescono gli insoddisfatti

Il 67% degli utilizzatori si dichiara soddisfatto del lavoro svolto dagli influencer. Eppure, il dato contraddittorio riguarda gli insoddisfatti, che sono cresciuti del 10% rispetto al 2018 (33%). Ma quali sono i principali motivi? Secondo il 29% degli intervistati, la performance degli influencer è risultata poco efficace, mentre il 15% ritiene che il suo operato non fosse affine ai valori del brand rappresentato. L’affinità con marchio e target, infatti, viene considerata il principale fattore di scelta del professionista, mentre resta indietro il numero dei follower (importante solo per il 12%).

Uno strumento a favore della reputazione

“La ricerca di quest’anno ha confermato la percezione di un mercato che si è evoluto verso l’utilizzo strategico dello strumento – commenta  Elena Sacco, direttore della Scuola di Comunicazione Ied Milano – I nuovi obiettivi sono la protezione dei valori del brand e la concretezza da un lato e poi la creatività e consistenza dall’altro. Questo è sicuramente il segnale di come, finalmente, la professionalità e il contenuto reale sono tornati a essere riconosciuti come la chiave del successo anche dell’influencer marketing”. Secondo l’indagine, infatti, le imprese tendono ad adottare campagne di questo genere anche con l’obiettivo dare slancio alla propria reputazione (nel 52% dei casi). Solo il 14%, invece, dichiara di avere come obiettivo quello di puntare alla subscription di servizi e app.

Mancano le regolamentazioni

La mancanza di necessità (22%) e la disponibilità in termini di budget (16%) sono considerati i motivi principali che allontanano le imprese dall’investire nell’influencer marketing. Ma quella che manca ancora è una reale fiducia nei confronti di questa tipologia di professionisti. La metà delle aziende, infatti, sostiene che sia necessaria una vera e propria regolamentazione del mercato per garantire trasparenza (26%) e professionalità (24%). Ciononostante, soltanto il 50% si avvale del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria Italiana e unicamente il 14% si impegna nel far sottoscrivere un codice etico agli influencer prima di procedere con la collaborazione.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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