Riacquisti di azioni record: a chi convengono davvero

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Il presidente Biden ha annunciato una stretta fiscale sui buyback per incoraggiare le imprese a investire di più: ma per gli investitori è un problema?

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“Quando vi dicono che tutti i riacquisti sono dannosi per gli azionisti o per il Paese, o che sono particolarmente vantaggiosi per gli amministratori delegati”, ha affermato Buffett nella sua lettera annuale agli azionisti, “state ascoltando o un analfabeta economico o un demagogo dalla lingua d’argento (caratteri che non si escludono a vicenda)”.

“Dal 2011 ad oggi, dati di PGM Global, i buyback hanno contribuito al 27% dell’intera performance di Wall Street”, ha dichiarato il market analyst di eToro Gabriel Debach, “tale catalizzatore sembra essere nuovamente tornato di scena in questo 2023, con i riacquisti annunciati nel primo mese dell’anno più che triplicati rispetto a un anno fa”.

Gli annunci di buyback negli Stati Uniti per il 2023 ammontano a 173,5 miliardi di dollari, secondo i dati Epfr aggiornati a inizio febbraio, circa il doppio rispetto a quanto era avvenuto nell’ stesso periodo dell’anno scorso, quando alla fine i riacquisti di azioni proprie avevano raggiunto il record di 1.220 miliardi. Anche per quest’anno si prevede che la soglia dei mille miliardi verrà sorpassata.

I buyback sono un premio per gli azionisti, poiché ottengono una remunerazione, mentre l’azienda contribuisce a sostenere il prezzo delle sue quote ritirando un parte del suo flottante (ossia la quota di azioni liberamente scambiate sui mercati). C’è solo un piccolo problema: i capitali che le aziende utilizzano per ricomprare le propri titoli e che finiscono nei portafogli degli azionisti vengono sottratti agli investimenti, eventualmente riducendo le opportunità di crescita a lungo termine dell’impresa.

Dopo buyback record, l’amministrazione Biden ha deciso di prendere di petto questo fenomeno, proponendo un inasprimento fiscale su queste operazioni che possa renderle meno attraenti per le imprese. Dopo aver introdotto una tassa all’1% nell’ambito dell’Inflation reduction act dello scorso agosto (in vigore da gennaio), i democratici ora hanno proposto di innalzare la soglia al 4%. L’idea è quella di incoraggiare le imprese a investire di più su loro stesse e sulla loro crescita futura. Il problema è stato sollevato apertamente da Biden sugli aumenti di buyback pianificati dalle compagnie petrolifere come ExxonMobil e Chevron, una scelta definita come “oltraggiosa” se si considera che gli investimenti sul settore energetico (petrolio incluso) restano strategici per gli Stati Uniti. 

In Italia sono state soprattutto le società finanziarie ad annunciare piani di buyback quest’anno. Unicredit ad esempio ha messo in conto un buyback da 3,3 miliardi euro, nell’ambito di una remunerazione complessiva (dividendi inclusi) da 5,25 miliardi. Intesa Sanpaolo, da parte sua, ha annunciato per il 2023 un piano di riacquisto di azioni proprie da 3,4 miliardi (già eseguito per 1,7 miliardi lo scorso febbraio).

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Buyback, per gli investitori sono solo rose?

Non è la prima volta che i buyback fanno parlare di sé, ma l’idea che debbano essere tenuti a freno con inasprimenti fiscali, espressa dal presidente Usa Joe Biden nel suo discorso sullo stato dell’Unione ha scatenato un’obiezione dal pulpito “eccellente” di Warren Buffett.

“Quando vi dicono che tutti i riacquisti sono dannosi per gli azionisti o per il Paese, o che sono particolarmente vantaggiosi per gli amministratori delegati”, ha affermato Buffett nella sua lettera annuale agli azionisti, “state ascoltando o un analfabeta economico o un demagogo dalla lingua d’argento (caratteri che non si escludono a vicenda)”,

“Ovviamente dietro sono presenti ‘conflitti di interesse’ con Berkshire Hathaway che utilizza i riacquisti di azioni proprie per premiare gli azionisti, non facendo ricorso a dividendi. Tuttavia, il ricorso ai buyback ha senza ombra di dubbio registrato nuovi massimi offrendo negli ultimi anni sull’S&P 500 rendimenti decisamente maggiori di quelli da dividendi (con un rendimento attuale da buyback del 3,26% rispetto ad un 1,75% da dividendi, come da ultima pubblicazione di Yardeni)”, ha affermato a We Wealth il market analyst di eToro, Gabriel Debach.


Del valore creato dalle aziende per gli azionisti delle imprese Usa i buyback, hanno costituito una fetta molto rilevante. “Dal 2011 ad oggi, dati di PGM Global, i buyback hanno contribuito al 27% dell’intera performance di Wall Street”, ha aggiunto Debach, “tale catalizzatore sembra essere nuovamente tornato di scena in questo 2023, con i riacquisti annunciati nel primo mese dell’anno più che triplicati rispetto a un anno fa”.

Secondo i dati Bernstein anche in Europa il fenomeno buyback ha raggiunto una portata notevole con riacquisti annunciati per 350 miliardi di dollari “valore che rappresenta il 2,4% della capitalizzazione totale”, ha sottolineato l’analista di eToro. In Italia, oltre alle già citate Intesa e Unicredit sono della partita buyback anche Stellantis, Ferrari, Eni o Prysmian.

Ma se negli Stati Uniti ci si interroga su quanto siano opportuni i maxi buyback dovremmo fare altrettanto anche in Europa? La risposta, come sempre nel caso del riacquisto di azioni proprie dipende dalle motivazioni che spingono questa mossa da parte dell’amministrazione e se, caso per caso ci sia o meno un problema per le prospettive del business. Ad esempio, un buyback finanziato con debito e non liquidità di cassa potrebbe sollevare più dubbi – non è il caso delle banche italiane.

“La maggiore propensione alla pratica da parte delle banche italiane non dovrebbe intimorire gli azionisti, i quali, anzi, continuano a beneficiare di sostanziali dividendi”, ha affermato Debach, “la politica non sembra infatti volta a ‘manipolare’ i conti, ma a offrire una maggiore possibile futura redditività agli azionisti, in un contesto incerto sui requisiti patrimoniali, ma sempre con bilanci solidi”.

Perché fare buyback (e non distribuire dividendi)

I buyback sono una forma alternativa per remunerare gli azionisti, con alcune differenze rispetto allo strumento più tradizionale, i dividendi. Perché optare per il buyback?

“Diverse possono essere le ragioni che spingono un’azienda ad utilizzare la propria liquidità per comprare azioni proprie. La più importante è quando la società considera la propria quotazione in Borsa sottovalutata, situazione che quindi rappresenterebbe un ottimo ‘investimento’ da parte della stessa azienda”, ha affermato Debach, “inoltre, sebbene i dividendi rappresentino un segnale forte che la società è fiduciosa di essere costantemente redditizia nel futuro, un loro taglio ha un effetto decisamente negativo sulle quotazioni. Questa dinamica è invece meno presente sui buyback: qualora l’azienda decidesse di ridurli (per problemi economici), risulterebbero comunque meno evidenziati dai mercati”.

Qualche volta, invece, si ricorre al buyback per compensare un aumento delle azioni in circolazione: è un caso che si verifica quando le opzioni sulle azioni della società vengono esercitate dai dipendenti. “Spesso ai dipendenti possono essere offerte opzioni della società, le quali se esercitate hanno un effetto di diluizione”, che tende a deprimere l’utile per azione e il valore dei singoli titoli. “Accompagnare ciò a utilizzi strategici delle azioni proprie può mantenere costante il numero di azioni”, ha spiegato Debach.

Per lo stesso motivo, quando il numero di azioni in circolazione viene artificialmente ridotto il risultato è che il rapporto fra utili aziendali e prezzi migliora: quando l’obiettivo è principalmente questo ci sono ragioni per essere a sfavore del buyback, ha affermato l’analista di eToro: “Riducendo il numero di azioni in circolazione il valore dell’utile per azioni (EPS), dato molto utilizzato dagli analisti, risulterebbe facilmente manipolabile”.

 

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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