Trust e antiriciclaggio: proteggere il patrimonio non è riciclaggio

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Immagine di un cartello nero a forma di freccia con la parola "TRUST" in grassetto bianco.

La Corte d’appello di Roma cancella la sanzione inflitta al notaio che non aveva segnalato due trust autodichiarati da 1,4 milioni di euro: se i beni hanno un’origine lecita manca il sospetto di riciclaggio, e la coincidenza tra disponente e trustee non è di per sé un’anomalia

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Chi istituisce un trust per la famiglia sa che lo strumento, agli occhi del Fisco e delle autorità di vigilanza, parte spesso con un sospetto addosso. Separare alcuni beni dal resto del patrimonio significa anche renderli meno raggiungibili dai creditori, e da qui a leggere in ogni atto di segregazione un tentativo di nascondere qualcosa il passo è breve.
A farne le spese non è soltanto il disponente: i professionisti che lo assistono, a cominciare dal notaio, sono tenuti a segnalare le operazioni sospette e rischiano sanzioni pesanti se non lo fanno.

La sentenza n. 2016 dell’11 marzo 2026 della Corte d’appello di Roma traccia un confine netto. Un notaio era stato sanzionato dal Ministero dell’economia per non avere segnalato due trust autodichiarati istituiti da un cliente imprenditore. I giudici hanno revocato la sanzione con un ragionamento che interessa chiunque pianifichi: sottrarre beni all’aggressione dei creditori può avere altre conseguenze, anche gravi, ma non è riciclaggio, perché il riciclaggio richiede che quei beni provengano da un reato.

Trust familiare, la sanzione da 70 mila euro al notaio

L’11 aprile 2014 un imprenditore si presenta dal notaio e istituisce, nello stesso giorno, due trust autodichiarati: resta proprietario dei beni e ne diventa egli stesso trustee, ma li vincola ai bisogni della famiglia e dei figli. Si tratta di immobili ricevuti in eredità, per un’operazione del valore di 1,4 milioni di euro che, secondo il Ministero, riguardava in sostanza l’intero suo patrimonio.

I trust sono regolati dalla legge di Jersey, ma hanno sede in Italia, riguardano beni situati in Italia e coinvolgono soltanto soggetti residenti in Italia. È previsto anche un guardiano con ampi poteri ispettivi.

Tre anni dopo, nel 2017, un accertamento svolto mentre è pendente un procedimento penale porta l’operazione sotto la lente. Il Ministero contesta al notaio l’omessa segnalazione di operazione sospetta (art. 41 del d.lgs. n. 231/2007, oggi art. 35) e gli irroga una sanzione di 70 mila euro.
La tesi è che due atti simultanei, estesi a quasi tutto il patrimonio, con il disponente rimasto al comando in veste di trustee, avrebbero dovuto far nascere il sospetto di una spoliazione soltanto formale, utile a sottrarre i beni alle pretese dell’Erario e degli altri creditori: in altre parole, di una sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11 del d.lgs. n. 74/2000).

Nel maggio 2022 il Tribunale di Roma riduce la sanzione a 30 mila euro, ma tiene ferma la responsabilità del professionista. Il notaio propone appello.

Trust e antiriciclaggio, perché serve un reato presupposto

La Corte parte dalla sentenza di primo grado e la giudica motivata solo in apparenza: il Tribunale si era limitato a richiamare gli indicatori di anomalia elaborati per i trust, senza spiegare quali fatti del caso concreto li integrassero. Petizioni di principio, scrivono i giudici d’appello, slegate da qualsiasi riferimento alla vicenda. Da qui un nuovo esame nel merito, che dà ragione al notaio.

Il passaggio centrale riguarda la nozione di riciclaggio.
Riciclare significa trasferire, sostituire o occultare denaro o beni che provengono da un delitto, in modo da nasconderne l’origine. Serve dunque un reato già commesso, il cosiddetto reato presupposto, e un provento da ripulire. Quel reato può anche essere fiscale, ma deve essere già stato consumato: prima c’è l’evasione, poi il denaro che ne deriva può essere oggetto di riciclaggio.

Nella ricostruzione del Ministero accadeva l’opposto. Nessuno ipotizzava che gli immobili fossero il frutto di un delitto precedente; si sosteneva che l’istituzione dei trust servisse a commettere un reato fiscale. Il reato, osserva la Corte, “non sarebbe stato preesistente all’atto di trasferimento, ma sarebbe stato, in tesi, il mezzo per darvi corso”.
Anche ammettendo che l’operazione mirasse davvero a mettere i beni al riparo dai creditori, si resterebbe fuori dal perimetro della norma sulla segnalazione nel testo in vigore all’epoca, che legava l’obbligo al sospetto di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.

A questo argomento, che vale in astratto, se ne aggiunge uno molto concreto: la provenienza dei beni. Gli immobili erano arrivati al disponente per successione ereditaria, il notaio lo aveva accertato nell’adeguata verifica della clientela e il Ministero non lo aveva mai contestato. Non si comprende, concludono i giudici, su quali basi quei beni potessero essere considerati il frutto di un reato, del disponente o di terzi.

E c’è di più: nel trust autodichiarato i beni non passano di mano. Su di essi viene impresso un vincolo, ma restano di proprietà del disponente, come la Cassazione ha chiarito in materia tributaria (n. 21358/2024). Manca perciò anche quel trasferimento o quella sostituzione con cui, nel riciclaggio, si rende irriconoscibile l’origine illecita della ricchezza.

Trust, gli indici di anomalia non bastano per contestare il riciclaggio

Per completezza la Corte esamina anche gli indici di anomalia sui quali poggiava la sanzione, e li esclude uno per uno.

La situazione finanziaria del disponente

Il primo era la situazione del disponente: si presupponeva un cliente in difficoltà finanziaria o gravato da debiti tributari. Ma di difficoltà economiche non era stato fornito alcun riscontro concreto, l’esistenza di debiti verso l’Erario già nel 2014 non era stata provata e, soprattutto, nulla dimostrava che il notaio potesse esserne a conoscenza quando ha ricevuto gli atti. Il sospetto si misura su ciò che era noto in quel momento, non su ciò che è emerso tre anni dopo.

Trust autodichiarato, il controllo del trustee non basta

Il secondo era la coincidenza tra disponente e trustee, letta dal Ministero come segno di un controllo mai davvero ceduto. Per la Corte non è di per sé un’anomalia: è esattamente ciò in cui consiste il trust autodichiarato, che l’ordinamento considera lecito quando serve a garantire interessi meritevoli di tutela, come i bisogni della famiglia. Nel caso concreto, poi, i poteri del trustee erano limitati dal necessario perseguimento dell’interesse dei beneficiari e dalla presenza del guardiano.

La legge di Jersey e gli obblighi antiriciclaggio

Il terzo era la legge regolatrice. Jersey, all’epoca, non figurava nella lista dei Paesi con un regime antiriciclaggio equivalente. Ma la scelta della legge straniera riguarda soltanto la disciplina negoziale del trust e non rileva ai fini antiriciclaggio quando, come qui, sede, beni e soggetti sono tutti in Italia. L’opposizione del notaio è stata quindi accolta, l’ordinanza di ingiunzione revocata e il Ministero condannato a rimborsare le spese dei due gradi di giudizio.

Trust e protezione del patrimonio, cosa cambia per chi pianifica

La prima indicazione riguarda la provenienza dei beni.
È stato il dato decisivo: immobili ereditati, con un’origine documentata e verificata dal notaio. Chi destina beni a un trust ha tutto l’interesse a ricostruirne la storia fin dall’inizio e a rispondere senza reticenze alle domande del professionista, perché l’adeguata verifica, vissuta spesso come un adempimento burocratico, è ciò che anni dopo ha permesso di chiudere la questione.

La seconda riguarda la struttura.
Il trust autodichiarato resta lo strumento più esposto ai sospetti, perché chi vincola i beni continua a gestirli. La Corte lo considera legittimo, ma nel motivare dà peso a ciò che in quegli atti limitava davvero il disponente: l’interesse dei beneficiari come confine dei poteri del trustee e un guardiano in grado di controllare. Sono presidi che vanno previsti nell’atto e poi fatti funzionare.

La terza riguarda i limiti della pronuncia.
Escludere il riciclaggio non significa mettere il trust al riparo da tutto. La stessa Corte riconosce che un atto di questo tipo può, in ipotesi, integrare la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, e restano ferme le azioni con cui i creditori possono far dichiarare inefficace la segregazione. Vale sempre la regola del tempo: il trust si istituisce quando non ci sono debiti all’orizzonte, e qui ha pesato proprio il fatto che nel 2014 non ne risultassero.

La quarta riguarda le regole nel tempo.
I giudici hanno applicato la norma nel testo vigente nel 2014 e lo precisano più volte. La disciplina antiriciclaggio è stata nel frattempo modificata, e il principio non va trasferito in modo automatico alle operazioni di oggi. Resta attuale il metodo: il sospetto va ancorato a elementi concreti del caso, non a formule richiamate in astratto.

La sentenza n. 2016/2026 non dice che ogni trust autodichiarato sia insospettabile. Dice qualcosa di più utile per chi pianifica e per chi lo assiste: proteggere un patrimonio di origine lecita non equivale a ripulire denaro, e gli indici di anomalia si applicano guardando ai fatti. Due trust interni, con immobili ereditati, poteri del trustee delimitati e un guardiano dotato di poteri ispettivi, non andavano segnalati. Il rischio per chi segrega non scompare, ma si sposta altrove: sul terreno dei creditori e del Fisco, dove contano il momento in cui l’atto viene compiuto e la situazione di chi lo compie.

Domande frequenti su Trust e antiriciclaggio: proteggere il patrimonio non è riciclaggio

Perché l'istituzione di un trust familiare può destare sospetti presso il Fisco e le autorità di vigilanza?

L'istituzione di un trust familiare può destare sospetti perché la separazione di beni dal patrimonio complessivo può essere interpretata come un tentativo di renderli meno raggiungibili dai creditori. Questo atto di segregazione, agli occhi delle autorità, può essere visto come un modo per nascondere qualcosa.

Quali sono le conseguenze per i professionisti che assistono nell'istituzione di un trust?

I professionisti che assistono nell'istituzione di un trust, come i notai, sono tenuti a segnalare le operazioni. Questo implica una responsabilità nel monitorare e comunicare eventuali attività sospette legate alla creazione del trust.

È sufficiente la sola situazione finanziaria del disponente per contestare un atto di trust per riciclaggio?

No, la situazione finanziaria del disponente da sola non è sufficiente per contestare un atto di trust per riciclaggio. L'articolo suggerisce che sono necessari ulteriori elementi, come un reato presupposto, per poter configurare un'ipotesi di riciclaggio.

Gli indici di anomalia sono sufficienti per contestare il riciclaggio in relazione a un trust?

No, gli indici di anomalia da soli non bastano per contestare il riciclaggio in relazione a un trust. È necessario che vi sia un reato presupposto per poter procedere con una contestazione di riciclaggio.

Qual è il ruolo del controllo del trustee in un trust autodichiarato?

Nel caso di un trust autodichiarato, il controllo esercitato dal trustee non è considerato sufficiente per escludere potenziali problematiche. Questo implica che anche con un trustee attivo, la struttura del trust può essere soggetta a scrutinio.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale
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di Giancarlo Marzo

Fondatore dello studio Marzo Associati, classe ’82, esperto di fiscalità e, in particolare, di wealth
management. Dopo la laurea con lode presso l’Università degli studi di Bari e il master in Diritto tributario d’impresa alla Bocconi, ha conseguito l’abilitazione professionale nel 2012. È autore di numerosi contributi in manuali, quotidiani e riviste specialistiche, oltre che relatore in svariati
convegni di settore.