Si avvicina il momento cruciale per uno dei cambiamenti più attesi della previdenza complementare. Dalla fine di ottobre, dopo il rinvio della scadenza inizialmente prevista per luglio, la concorrenza fra fondi pensione si estenderà anche al contributo datoriale. Secondo quanto riferito a We Wealth da un portavoce della Covip, non ci sarebbero più i tempi utili per un’ulteriore proroga. A breve, dunque, i fondi pensione negoziali saranno esposti a una nuova forma di concorrenza. Ma che cosa cambia per i lavoratori?
Come funziona la portabilità del contributo datoriale
Il lavoratore che partecipa da almeno due anni a una forma pensionistica complementare potrà trasferire l’intera posizione individuale a un fondo pensione aperto o a un Pip senza perdere il diritto al contributo aggiuntivo eventualmente versato dal datore di lavoro in base agli accordi collettivi applicabili. Anche il Tfr maturando potrà essere destinato alla nuova forma pensionistica. Se il fondo di categoria non dovesse soddisfare le proprie esigenze, sarà quindi possibile rivolgersi al mercato senza rinunciare, per questo solo motivo, al contributo datoriale. Restano naturalmente da valutare costi, caratteristiche e condizioni della forma prescelta.
Nonostante le resistenze espresse da una parte del mondo dei fondi negoziali, l’attenzione riservata alla previdenza complementare dalle novità della legge di Bilancio 2026 è strategica, osserva Andrea Carbone, economista e fondatore di Smileconomy. “La portabilità dei contributi datoriali porterà una piccola rivoluzione nel mondo della previdenza integrativa, modificando equilibri che erano in essere da 20 anni. Tuttavia, riguarderà probabilmente solo una parte dei lavoratori: oggi il vero problema è che 6 lavoratori su 10 non hanno un fondo pensione e che 7 su 10 non vi hanno versato nemmeno un euro negli ultimi 12 mesi”, ha sottolineato Carbone.
A testimoniare l’urgenza di rafforzare la previdenza complementare sono anche le proiezioni della Ragioneria generale dello Stato: nello scenario relativo a 36 anni di contribuzione, il tasso di sostituzione lordo, ossia il rapporto fra prima pensione e ultimo reddito da lavoro, è stimato al 2030 intorno al 68% per i dipendenti privati e al 46% per gli autonomi. Non si tratta di valori medi rappresentativi di tutti i lavoratori, ma di un caso-tipo.
Fondi negoziali e fondi aperti: il confronto fra costi e rendimenti
Le associazioni dei fondi negoziali hanno richiamato l’attenzione degli iscritti sulla maggiore efficienza mediamente riscontrata nelle loro gestioni rispetto alle forme di mercato. I fondi negoziali costano meno, e i costi sono una delle poche certezze nel mondo degli investimenti. Conviene quindi restare necessariamente nel fondo di categoria? Come spesso accade, dipende dalle esigenze.
“Generalmente i costi dei fondi negoziali sono inferiori: a 10 anni, l’ISC (indicatore sintetico dei costi) è mediamente dello 0,47%, rispetto all’1,36% dei fondi pensione aperti o al 2,17% di un Pip”, ha confermato Carbone. “Ma oltre ai costi bisogna considerare anche i rendimenti (al netto dei costi): sempre a 10 anni, ad esempio, i fondi negoziali hanno avuto un rendimento medio netto del 2,4%, rispetto al 2,7% dei fondi pensione aperti e al 3,1% dei Pip. Il confronto va dunque effettuato considerando sia i costi, sia i rendimenti netti dei comparti di proprio interesse”.
Una precisazione è necessaria: il confronto fra i rendimenti medi delle diverse forme pensionistiche riflette anche la differente composizione dei portafogli. Se si considerano soltanto i comparti azionari, nello stesso decennio i rendimenti medi netti risultano più vicini: 4,8% per i fondi negoziali e 5,1% sia per quelli aperti sia per i Pip unit-linked.
Linee azionarie e life-cycle: la nuova sfida dei fondi negoziali
Uno degli aspetti cruciali è che le gestioni negoziali tendono mediamente a essere più prudenti, con quote azionarie inferiori rispetto ad alcuni fondi aperti e Pip presenti sul mercato. I giovani, con orizzonti temporali lunghi e un’adeguata propensione al rischio, potrebbero trovare soluzioni più adatte alle proprie esigenze nei comparti maggiormente esposti alle azioni.
Anche i fondi negoziali, però, sono chiamati ad adeguare la propria offerta. Dal 1° luglio 2026 le nuove adesioni automatiche alla previdenza complementare dei lavoratori dipendenti privati non prevedono più la destinazione predefinita ai comparti garantiti, bensì a percorsi o linee d’investimento di tipo life-cycle, che riducono il rischio con l’avvicinarsi del pensionamento. Le istruzioni Covip fissano una quota azionaria di almeno il 50% nella fase iniziale e non superiore al 20% in quella finale, prevedendo anche un periodo transitorio per l’adeguamento delle forme pensionistiche.
“Il nuovo approccio, previsto per i neo-assunti che non effettuano alcuna scelta, introdurrà probabilmente nuovi approcci di investimento anche nel mondo dei fondi pensione negoziali che finora erano privi di linee azionarie”, ha osservato Carbone.
“Con la portabilità del contributo datoriale, le possibilità di scelta si ampliano e sarà ancora più importante scegliere in modo informato”, ha concluso l’economista. “Probabilmente questa novità porterà nuova energia nel mondo dei fondi pensione, stimolando tutte le parti coinvolte ad alzare la qualità dei servizi offerti, in termini di consapevolezza, di informazione e di consulenza”.


