Di recente si è assistito a un piccolo duello rusticano tra commentatori in materia fiscale. Il tema ha per oggetto le holding di famiglia.
Per alcuni sono un possibile strumento di abuso delle norme fiscali; per altri rappresentano una scelta legittima del contribuente, che, in linea di principio, non lo espone a rischi di contestazione.
Come funziona una holding di famiglia
Innanzitutto, il contesto. Semplificando, si tratta di conferire una partecipazione societaria, tipicamente operativa, ad una holding neocostituita: in altre parole, di cederla in cambio di quote o azioni della holding, che ne diviene proprietaria.
La nuova struttura di gruppo, per così dire «allungata», può essere funzionale anche a eventuali atti dispositivi dell’attività imprenditoriale, spesso nell’ambito di piani di passaggio generazionale. Tali atti avranno a oggetto direttamente la holding sovrastante e, solo indirettamente, la società partecipata.
Il conferimento non gode della neutralità fiscale. È sufficiente, tuttavia, evitare di «rivalutare» la partecipazione (anche qui semplifico), mantenendo quindi invariati i valori originari, per evitare qualunque tassazione.
In aggiunta, la neonata holding ha già un futuro fiscale segnato: se non guadagna abbastanza, sarà soggetta alla minimum tax, secondo una disciplina risalente al 1994.
Holding e dividendi: dove nasce il possibile vantaggio fiscale
Orbene, secondo alcuni commentatori, la «manovra» potrebbe configurare un abuso. In sostanza, i dividendi provenienti dalla partecipata (ammesso che ve ne siano) sarebbero tassati in modo molto più favorevole in capo alla holding (1,2%) rispetto a quanto accadrebbe in capo alla persona fisica (26%). Inoltre, la tassazione della persona fisica potrebbe essere rinviata alle calende greche, con conseguente danno per l’erario.
La dottrina di segno opposto ha osservato, con acutezza, che la tassazione in capo alla holding è aggiuntiva, non sostitutiva: non vi sarebbero, quindi, salti d’imposta. Ha inoltre rilevato che, a conti fatti (qualcuno si è spinto a fornire esempi numerici), il vantaggio sarebbe puramente temporale e di modesta entità.
Holding di famiglia, per ora nessun caso di abuso
Quindi?
Non mi risulta che l’amministrazione finanziaria abbia già pubblicamente mostrato, come in passato, forme di strabismo fiscale in materia. Per il momento, dunque, la questione rimane di natura puramente accademica.
A mio modesto avviso, in ogni caso, il dibattito è anacronistico e la norma antiabuso quasi un reperto storico di un’epoca passata, decisamente più florida. Allora, in Italia come in altri Paesi, fiorivano operazioni essenzialmente circolari, volte a realizzare arbitraggi fiscali difficilmente conciliabili con lo «spirit of the law», come lo chiamano gli anglosassoni.
Evasione fiscale: la vera priorità è un’altra?
Oggi mi sembra più attuale un dibattito di politica fiscale (ridateci il Ministero delle finanze!) che individui la vera priorità per gli anni difficili che ci aspettano: l’evasione materiale (il nero, per intenderci) oppure quella «interpretativa», nella quale potrebbe tutt’al più rientrare l’ipotetico abuso delle holding.
Conosco la risposta: entrambe! Ma, a mio avviso, la prima continua a ricevere meno attenzione della seconda.

