Previdenza Cooperativa oggi conta oltre 110 mila iscritti e più di 2,5 miliardi di euro di patrimonio. Come è cambiato il fondo e quali sono le principali direttrici della vostra politica di investimento?
Previdenza Cooperativa è nato nel 2018 dalla fusione di Cooperlavoro, Previcooper e Filcoop, aggregando competenze, risorse e patrimoni in un’unica realtà previdenziale. L’integrazione ha portato all’attuale articolazione nei comparti Sicuro, Bilanciato e Dinamico, differenziati per profilo di rischio-rendimento e orizzonte temporale. Negli ultimi anni abbiamo rafforzato la diversificazione: in questa direzione si collocano gli investimenti nei mercati privati con i fondi di private equity e private debt del Fondo Italiano d’Investimento e, nel 2025, lo sviluppo di una strategia europea dedicata ai private markets, con esposizione anche alle infrastrutture. La nostra politica di investimento punta alla diversificazione delle fonti di rendimento, alla sostenibilità finanziaria di lungo periodo, all’integrazione dei fattori ESG e al miglioramento del profilo rischio-rendimento dei portafogli. Stiamo inoltre completando la revisione del comparto Sicuro che, dal 2027, passerà da una gestione total return a una benchmark-oriented.
Come selezionate i gestori ai quali affidare i mandati di investimento? Quali caratteristiche ritenete indispensabili?
I gestori sono selezionati tramite gare ad evidenza pubblica articolate in più fasi. La prima riguarda la valutazione quali-quantitativa della società, del team, dei processi di risk management, della proposta di investimento, delle politiche ESG, del track record e delle condizioni economiche. Segue l’audizione dei candidati inseriti in una short list e, una volta approvata la graduatoria finale, la definizione delle linee guida di convenzione. Il mandato viene affidato alla proposta più coerente con gli obiettivi e l’orizzonte previdenziale del Fondo. Non consideriamo sufficienti i risultati storici o le dimensioni della società: sono fondamentali solidità patrimoniale e organizzativa, capacità di gestione dei rischi, trasparenza dei processi decisionali e qualità del team.
Qual è l’approccio di Previdenza Cooperativa verso l’economia reale?
Per noi è una componente complementare e strategica. Nel 2025 abbiamo rafforzato questa scelta con l’affidamento di un GEFIA, mandato “multi-alternative” con focus europeo. L’iniziativa, con un commitment di 80 milioni di euro, ha incrementato l’esposizione a private equity e private debt, che ammontava a 25 milioni di euro, e introdotto le infrastrutture, portando l’impegno complessivo a 105 milioni. I settori legati alla transizione energetica, alle infrastrutture digitali e ai servizi essenziali manterranno una forte rilevanza nei prossimi decenni. Ad ogni modo, vale la pena ricordare, che le novità introdotte dall’ultima Legge di Bilancio apportano rilevanti modifiche alla disciplina della previdenza complementare. Gli investimenti in private assets infatti richiedono un orizzonte temporale di lungo periodo, anche di 10-15 anni: una maggiore portabilità delle posizioni può quindi rendere più complessa la loro integrazione nelle strategie dei fondi pensione. Guardiamo con interesse anche agli investimenti a impatto. Abbiamo contribuito al progetto di Social Impact Agenda per l’Italia sull’applicabilità del modello francese “90/10” ai fondi pensione italiani, perché crediamo che soprattutto quelli di natura contrattuale possano svolgere un ruolo importante. Gli investimenti a impatto possono trovare spazio nei portafogli purché offrano adeguate aspettative di rendimento corretto per il rischio, trasparenza e misurabilità dell’impatto, generando valore economico e sociale nell’interesse degli aderenti.
Quali criticità vede nell’attuale impostazione della norma?
La libertà di scelta dell’aderente è un valore da tutelare, ma deve essere conciliata con gli equilibri definiti dalla contrattazione collettiva e con una concorrenza equilibrata tra soggetti che operano secondo modelli diversi. I fondi pensione negoziali sono enti associativi senza scopo di lucro, istituiti dalle Parti sociali nell’ambito dei contratti collettivi, con costi contenuti, governance paritetica e assenza di finalità commerciali. Il contributo datoriale è uno degli elementi qualificanti di questo modello ed è il risultato di un equilibrio definito dalla contrattazione collettiva. La criticità è il rischio di favorire dinamiche competitive basate sulla capacità commerciale e distributiva degli operatori, anziché sulla qualità previdenziale delle soluzioni. Per questo riteniamo fondamentale rafforzare trasparenza e comparabilità delle informazioni fornite agli aderenti, con particolare riferimento all’impatto dei costi sui rendimenti di lungo periodo. Come ribadito dal Presidente della COVIP “su un periodo di partecipazione di 35 anni, un minor costo annuo dell’1% si traduce in una prestazione finale più alta del 18-20%”. La libertà di scelta, deve quindi accompagnarsi alla piena consapevolezza delle conseguenze economiche. L’Avviso comune del 26 maggio 2026 ribadisce inoltre un principio per noi fondamentale: il contributo datoriale nasce all’interno del CCNL e qualsiasi eventuale deroga alla sua destinazione deve essere stabilita dalla fonte istitutiva, ovvero dallo stesso contratto collettivo. Riteniamo quindi che una maggiore libertà di scelta non debba tradursi in una competizione impari tra operatori for profit e fondi negoziali senza scopo di lucro.
Quale sarà secondo lei la sfida più importante per la previdenza complementare italiana?
Sarà quella di ampliare la partecipazione, soprattutto tra giovani, lavoratori con carriere discontinue e categorie ancora poco rappresentate. L’Italia continua a registrare livelli di adesione inferiori rispetto ad altri Paesi europei: è necessario un intervento organico che favorisca una maggiore diffusione della cultura previdenziale.
(Articolo tratto dal magazine n. 93 di settembre 2026 di We Wealth. Abbonati qui per leggere il Magazine in formato cartaceo o digitale.)
