Jeremy Cunningham, Fixed income investment director presso Capital Group, illustra un parallelismo tra i mercati globali dei capitali e la Coppa del Mondo 2026. L’analisi verte su alcune analogie, riportate di seguito.
Un numero sempre più ampio di partecipanti, a condizioni diverse
Il Mondiale 2026 sarà il più grande della storia. Per la prima volta parteciperanno 48 nazioni, rispetto alle 32 precedenti. Tuttavia, il percorso per la qualificazione è molto diverso da una confederazione all’altra. Le nazioni con ranking più basso devono disputare molte più partite preliminari rispetto a quelle più forti.
I mercati hanno seguito un percorso di ampliamento simile, includendo sempre più economie emergenti. “L’indice MSCI Emerging Markets comprende oggi 24 Paesi, rispetto ai 10 del lancio, e la sua quota della capitalizzazione di mercato globale è più che raddoppiata dal 2000. I mercati del debito emergente in valuta locale sono cresciuti in modo significativo nell’ultimo decennio e il ricorso al debito in dollari da parte dei governi dei mercati emergenti è aumentato nettamente”, osserva Cunningham.
Tuttavia, come nel calcio, alcuni Paesi emergenti, quando emettono debito in dollari per finanziarsi, devono pagare interessi più alti rispetto ai Paesi sviluppati. Gli investitori percepiscono quei Paesi come più rischiosi e quindi chiedono un rendimento maggiore.
Questa asimmetria si riflette anche nel fatto che molte economie emergenti presentano oggi fondamentali più solidi rispetto ai mercati sviluppati: crescita più rapida, rapporti debito/Pil più bassi e una forza lavoro più giovane. Tuttavia, continuano a subire una penalizzazione strutturale nel modo in cui i mercati globali le valutano. Le azioni dei mercati emergenti sono ancora trattate a uno sconto significativo rispetto agli Stati Uniti.
I Paesi sviluppati negli ultimi anni hanno potuto rispondere con particolare intensità allo shock successivo alla pandemia, con drastici tagli dei tassi e stimoli fiscali su larga scala. Al contrario, le economie emergenti hanno avuto meno margini di manovra, a causa della fragilità valutaria, del rischio di inflazione e della dipendenza da finanziamenti esterni. Ciò nonostante, la credibilità delle loro banche centrali è aumentata, insieme alla flessibilità dei tassi di cambio e alla liquidità dei mercati obbligazionari. Questo ha contribuito ad assorbire il più recente ciclo di irrigidimento della Fed con minori turbolenze rispetto al passato.
Le vecchie etichette dicono meno di prima
Alcune etichette attribuite ai Paesi, nel calcio come nei mercati dei capitali, rispecchiano sempre meno le caratteristiche reali. Di seguito alcuni esempi.
Italia: dalle vittorie alle qualificazioni mancate
Nel calcio, come nell’economia, i risultati passati non sono garanzia di quelli futuri. L’Italia porta con sé una reputazione storica ai Mondiali – quattro volte campione del mondo – ma oggi è assente per la terza Coppa del Mondo consecutiva. Il suo declino riflette anni di sottoinvestimento nelle infrastrutture e nello sviluppo dei giovani.
Rappresenta, all’interno del torneo, l’esempio di una nazione la cui reputazione ha impiegato più tempo a svanire rispetto alle fondamenta su cui poggiava. “Nel calcio, il successo duraturo dipende dalle infrastrutture: sistemi di sviluppo dei giovani, campionati domestici competitivi e profondità tecnica degli allenatori, che consentono al sistema di funzionare al di là delle singole stelle”, spiega l’esperto.
Cunningham individua l’analogia con il mercato dei capitali: “Le economie che hanno investito nella qualità istituzionale, nel capitale umano e nella disciplina fiscale si trovano in una posizione fondamentalmente diversa rispetto a quelle che non lo hanno fatto”. Allo stesso tempo, “un solido rating sovrano può coesistere per anni con un deterioramento fiscale lento prima che i mercati lo riprezzino”, afferma.
Parallelamente, a livello aziendale, “una società con una posizione di mercato dominante può vedere erodersi i propri vantaggi competitivi molto prima che questo emerga dagli utili principali”, osserva.
Economie “emergenti”
Le economie emergenti e in via di sviluppo rappresentano oggi quasi la metà del Pil globale, rispetto a circa un quarto all’inizio del secolo, e hanno contribuito alla maggior parte della crescita mondiale negli ultimi due decenni.
“Anche in questo caso l’etichetta ‘emergente’ dice poco sulle caratteristiche di un’economia o sulla qualità dell’opportunità di investimento”, afferma l’esperto, citando l’India come esempio. “Si prevede che quest’anno l’economia indiana crescerà a un ritmo diverse volte superiore rispetto a Paesi come Germania o Regno Unito”.
Inoltre, l’etichetta “emergente” viene spesso utilizzata in maniera indiscriminata per descrivere economie molto diverse tra loro. A conferma di ciò, Cunningham illustra tre storie molto diverse: economie manifatturiere, esportatrici di materie prime e di frontiera.
Economie manifatturiere
Messico e Turchia rappresentano due esempi di economie a medio reddito fortemente orientate alla manifattura e integrate nei flussi dell’export globale. Entrambe possono beneficiare della riorganizzazione delle catene di fornitura ma, come nel calcio, presentano caratteristiche intrinseche molto diverse.
Il Messico incarna un modello di maggiore continuità. Sempre presente ai Mondiali dal 1994 e sempre competitivo, riflette questa affidabilità anche sul piano economico. Il Paese è infatti profondamente integrato con l’economia statunitense e gode di una posizione privilegiata rispetto al tema del nearshoring. Il potenziale di crescita è quindi significativo, ma dipenderà anche dalla capacità di garantire stabilità e coerenza nelle politiche economiche.
La Turchia presenta invece un profilo più volatile. Si è qualificata alla Coppa del Mondo solo tre volte, ma una di queste partecipazioni le è valsa il terzo posto. Anche la sua economia segue una traiettoria più discontinua: fasi di crescita robusta si alternano a brusche correzioni, spesso legate a politiche economiche non convenzionali e fragilità valutaria.
Esportatori di materie prime
Il Sudafrica torna alla Coppa del Mondo per la prima volta dal 2010: un traguardo significativo dopo tre edizioni mancate. Cunningham evidenzia le analogie con la sua economia: “si tratta di uno dei mercati obbligazionari in valuta locale più profondi tra gli emergenti e ha una banca centrale credibile, ma vincoli strutturali come carenze energetiche e alta disoccupazione limitano il potenziale di crescita”.
Quanto al Brasile, il suo dominio nelle qualificazioni riflette una profondità di lungo periodo. Nei mercati dei capitali, il Paese può contare su un’ampia base di investitori domestici e istituzioni consolidate che gli conferiscono un’elevata resilienza. “La disciplina fiscale, tuttavia, resta un cantiere aperto”, osserva l’esperto.
Economie di frontiera con popolazioni giovani
L’Africa porterà al Mondiale più squadre che mai, con formazioni giovani che dovranno però fare i conti con la durezza della fase a gironi.
Anche nei mercati, demografia favorevole, crescita della popolazione urbana e ampliamento della classe media possono creare un potenziale di lungo periodo significativo, ma non sono sufficienti, da soli, a trasformarsi in opportunità di investimento sostenibili. Nel breve e medio termine, la differenza la fanno altri fattori: accesso ai capitali, qualità della governance, stabilità istituzionale e coerenza delle politiche economiche.
L’Egitto rappresenta un caso interessante in questa prospettiva. Il Paese può contare su fondamentali demografici favorevoli, ma ciò che oggi ne rafforza il profilo agli occhi degli investitori è soprattutto il percorso di riforme avviato: maggiore attenzione alla disciplina fiscale, apertura al ruolo del settore privato, sostegno del Fondo Monetario Internazionale e investimenti significativi provenienti da Abu Dhabi.
Più competizione, ma non più vincitori
Con più squadre e più percorsi di qualificazione, aumenta la competizione nei Mondiali. Ciò non implica che aumentino i vincitori. Anche nei mercati, una maggiore competizione non fa che aumentare il divario tra vincitori e ritardatari. Non solo: una platea più ampia non si traduce necessariamente in risultati più omogenei, né in una diversificazione più efficace. Un portafoglio, infatti, può coprire più regioni ma rimanere comunque concentrato sugli stessi rischi sottostanti.
Nell’azionario, investire attraverso allocazioni molto estese o puramente indicizzate può significare detenere anche società e mercati in cui la crescita degli utili è sotto pressione, insieme a un numero più ristretto di realtà con fondamentali più solidi. Nel reddito fisso, allo stesso modo, “comprare tutto il mercato” significa esporsi a emittenti sovrani e corporate con traiettorie di credito anche molto diverse tra loro.
In questa prospettiva, un’economia manifatturiera del Sud-Est asiatico può avere più elementi in comune con il Messico che con un esportatore di materie prime della stessa area geografica. Allo stesso modo, una società ben gestita in un mercato di frontiera può offrire un profilo rischio-rendimento più interessante rispetto a un emittente di un mercato sviluppato, ma inserito in un contesto di crescita più debole.
Per gli investitori, il messaggio è chiaro: la diversificazione più solida non nasce dalla semplice moltiplicazione delle geografie in portafoglio, ma dalla comprensione dei fattori economici, finanziari e aziendali che determinano davvero il rischio e il rendimento.

