Un comunicato domenicale, urgente dunque, ma privo di dettagli vincolanti: una “lettera d’amore”, come l’ha definita Carlo Messina, arrivata ai giornali poche ore prima che Intesa Sanpaolo presentasse un’architettura ben più complessa. Una struttura che permetterebbe alla prima banca italiana di incorporare Mps, disinnescando i nodi antitrust attraverso una triangolazione già definita con Unipol.
Il dilemma aperto davanti agli azionisti di Siena è solo apparentemente duale. Da un lato c’è la prospettiva di discutere una fusione alla pari con Banco Bpm, società che aveva sostenuto in assemblea la rielezione dell’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio. Dall’altro c’è una manovra non concordata, ma presentata da Intesa come amichevole, per acquisire Siena attraverso un piano operativo articolato e un premio immediato del 12,5%.
Il mercato si è subito posizionato a favore della seconda ipotesi. In apertura lunedì il titolo Mps è balzato di oltre il 12%, avvicinandosi al valore implicito dell’offerta pubblica di Intesa Sanpaolo. Una reazione che tende a verificarsi quando gli investitori attribuiscono elevate probabilità di successo all’operazione. Gli analisti di Equita hanno fissato in mattinata un target price di 11,8 euro per le azioni Mps, un ulteriore rialzo del 17% circa rispetto ai prezzi dell’offerta che difficilmente sarebbe giustificabile senza una forte percezione di credibilità del deal.
La passivity rule restringe il sentiero per Banco Bpm
A rafforzare questa lettura c’è il tema degli azionisti forti. I maggiori soci privati di Mps non sarebbero contrari all’Opas, ha riferito l’amministratore delegato di Intesa Carlo Messina agli analisti, richiamando il buon dialogo con Delfin e Caltagirone, che insieme pesano per oltre il 27% del capitale di Siena. Se questa sensazione di supporto fosse confermata, la pista che porta a Piazza Meda potrebbe non aprirsi nemmeno.
Monte dei Paschi, in quanto società oggetto di un’offerta pubblica, avrebbe infatti bisogno del voto favorevole dell’assemblea per autorizzare il board a compiere atti in grado di contrastare l’offerta sul tavolo. La passivity rule rischia così di diventare un ostacolo decisivo per qualsiasi piano alternativo con Banco Bpm: non impedisce in astratto di valutare un progetto industriale concorrente, ma rende molto più stretto il sentiero per trasformarlo in un’intesa concreta.
“Gli azionisti di Mps”, dichiara a We Wealth Maurizio Primanni, Ceo del Gruppo Excellence, “dovrebbero porsi due domande. La prima è se l’attuale offerta rappresenti il punto di arrivo oppure se potrebbero esserci ulteriori sviluppi, con eventuali rilanci o l’ingresso nell’operazione di altri soggetti. La seconda riguarda la natura dell’operazione che intendono fare. Se l’obiettivo è avere un ritorno nel breve termine, la proposta di Intesa Sanpaolo sembra davvero interessante. Se invece vi è interesse a partecipare a un progetto industriale di lungo periodo, allora assumono importanza anche altri fattori, come la qualità del piano industriale, le prospettive di crescita, le sinergie realizzabili e il posizionamento competitivo della futura banca; in questo scenario la proposta di Banco Bpm potrebbe tornare di interesse”.
Sempre che l’assemblea di Mps autorizzi il consiglio a metterla davvero sul tavolo.
Il vero nodo resta Generali
Sullo sfondo resta il destino della quota in Assicurazioni Generali detenuta da Mediobanca, entrata nel perimetro di Mps dopo l’acquisizione di Piazzetta Cuccia. Secondo le indiscrezioni degli ultimi mesi, la rottura fra Lovaglio e l’ex board si sarebbe consumata proprio attorno a quel 13,3% del Leone: per il manager la partecipazione non sarebbe stata intoccabile e avrebbe potuto essere venduta sul mercato per finanziare un’operazione di fusione con Banco Bpm, secondo un retroscena del Financial Times dello scorso aprile.
Tornato in sella dopo il licenziamento anche grazie ai voti di Banco Bpm, Lovaglio avrebbe potuto riportare avanti quel progetto. A confermare la sensibilità del tema era stata, lo scorso 13 maggio, l’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Francesco Gaetano Caltagirone, in cui l’imprenditore invitava Mps a mantenere la propria quota nel Leone.
Se la pista Banco Bpm dovesse effettivamente tramontare, la partecipazione in Generali seguirebbe un destino molto diverso. Nello scenario delineato da Intesa Sanpaolo, la quota non sarebbe dismessa, ma resterebbe all’interno del gruppo come investimento finanziario, probabilmente attraverso l’entità legale distinta di Mediobanca.
Sulla carta, la fusione con Banco Bpm potrebbe offrire agli azionisti Mps la partecipazione a un progetto industriale di lungo periodo, ma nello scenario ventilato nei mesi scorsi rischierebbe di passare anche dalla vendita della partecipazione Generali. Per Delfin e Caltagirone, se l’obiettivo è mantenere un presidio sul Leone, il punto potrebbe essere proprio questo: perdere Mps come centro autonomo di potere, ma non perdere la leva Generali.

