La crisi di fiducia attorno al private credit si è estesa per la prima volta a un fondo evergreen semi-liquido di private equity – e dalla sponda europea dell’oceano: è quanto dimostra il volume di richieste di rimborso piovute sul Partners Group Global Value SICAV, fondo di private equity con sede in Lussemburgo da 8,6 miliardi di dollari. Nel trimestre gli investitori, in particolare la componente retail ad alto patrimonio, hanno chiesto indietro fondi pari al 9,8% degli asset, ben oltre il limite trimestrale del 5%. Si ripeterà così il film già visto da numerosi fondi semi-liquidi negli Stati Uniti, ma con un’asset class diversa: non più private credit, bensì private equity. Anche negli Usa un altro strumento di Partners Group potrebbe registrare richieste di rimborso superiori ai limiti, trattenendo all’interno investitori che avrebbero preferito uscire subito. Oltre al Global Value SICAV, secondo quanto riporta Reuters, altri tre fondi evergreen di Partners Group, per una dimensione complessiva di 9,7 miliardi di dollari, potrebbero vedere richieste di rimborso tra il 3,5% e il 5%. Come avvenuto per i big americani, anche Partners Group, gestore svizzero alternativo con circa 185 miliardi di dollari in gestione, ha subito un forte contraccolpo in Borsa a causa della perdita di fiducia nei propri fondi semi-liquidi: il calo in una sola seduta, pari al 16%, ha riportato l’azione ai minimi da sei anni.
A rendere più delicato il quadro c’è poi il fronte reputazionale. Alla fine di aprile, lo short seller Grizzly Research ha pubblicato un report in cui accusava Partners Group di aver sopravvalutato alcuni investimenti. La società ha respinto con forza le accuse e ha annunciato possibili azioni legali, ma il colpo al sentiment è stato riconosciuto anche dal management. Partners Group, dal canto suo, ha inquadrato le difficoltà dentro la più ampia cornice della crisi del private credit, sostenendo che la sua ombra abbia colpito il gruppo senza reali fondamenti finanziari. La difesa, quindi, suona più o meno così: non un caso isolato di gestione, ma l’effetto di un repricing più generale dei prodotti semi-liquidi di mercato privato.
In più, Partners Group ha comunicato al mercato che resta alta la domanda verso i propri fondi e ha indicato per il 2026 un flusso lordo da parte dei clienti compreso tra 26 e 32 miliardi di dollari, sostenuto da una pipeline definita ampia e visibile tra mandati, fondi evergreen e programmi tradizionali chiusi.
Blackstone, più richieste di riscatto: questa volta non tutti saranno rimborsati
Il caso Partners Group arriva mentre negli Stati Uniti la pressione sui fondi di private credit continua a scrivere nuovi capitoli poco piacevoli. Blackstone, il più grande gestore alternativo al mondo, ha deciso per la prima volta di limitare i riscatti nel suo fondo di punta di private credit, il Blackstone Private Credit Fund, noto come Bcred. Nel secondo trimestre gli investitori hanno chiesto di riscattare il 10% delle proprie quote, in aumento rispetto a circa l’8% del primo trimestre. In valore assoluto, le richieste di rimborso hanno raggiunto 4,4 miliardi di dollari.
Diversamente da quanto avvenuto nel primo trimestre, Blackstone non soddisferà integralmente le domande di uscita, ma applicherà lo sbarramento contrattuale al 5% degli asset. Sulla base del valore patrimoniale netto del fondo, il rimborso effettivo ammonterà a circa 2,2 miliardi di dollari. A questo punto, per Blackstone limitare l’emorragia sembra prioritario rispetto alla scelta di rassicurare la clientela.
Blackstone ha sottolineato che Bcred resta ben capitalizzato e che i rimborsi ricevuti dai prestiti in portafoglio, insieme ai nuovi afflussi, hanno superato le quote riacquistate. La società ha inoltre ricordato che la possibilità di limitare i riscatti è una caratteristica strutturale del veicolo: gli investitori accettano una minore liquidità immediata in cambio di una potenziale sovraperformance di lungo periodo. Tutte cose già note e ripetute molte volte, ma che non risolvono alla radice il fatto che gli investitori retail sono molto più volubili ed emotivi, creando problemi reputazionali periodici ai fondi semi-liquidi che decidono di far valere i limiti ai rimborsi trimestrali.
Blackstone ha segnalato che il ritmo delle richieste di uscita è rallentato nella parte finale del trimestre, un elemento letto come parzialmente rassicurante dal mercato.
Meno concorrenza, più rischio prezzato: il private credit alza il conto alle imprese
La crisi di fiducia non sta producendo effetti soltanto dal lato degli investitori: anche il comportamento dei fondi nei confronti delle imprese finanziate sta diventando più severo rispetto a un tempo. Dopo anni in cui la crescita impetuosa del private credit aveva aumentato la concorrenza fra lender e spinto verso condizioni più favorevoli ai debitori, il mercato sembra entrato in una fase diversa. Secondo Lincoln International, per le società con oltre 100 milioni di dollari di Ebitda, il margine mediano su una struttura comune di nuovo debito nel direct lending è salito al 5,13% a maggio, dal 5% di aprile e dal 4,88% di marzo: il livello più alto da quasi due anni, ha riferito il Wall Street Journal.
Tutto questo sta accadendo per due ragioni principali: meno urgenza a investire e maggiore percezione del rischio. Il primo fattore dipende dal fenomeno dei deflussi, che riduce anche la pressione a impiegare rapidamente nuovo capitale. Con meno denaro da mettere al lavoro e più attenzione da parte degli investitori sulla qualità dei prestiti sottostanti, i gestori hanno meno incentivo a inseguire ogni deal.
Il cambio di regime riguarda anche le clausole contrattuali, con alcuni lender meno inclini a concedere aggiustamenti pensati per rendere i prestiti più appetibili, come la possibilità per il debitore di rinviare il pagamento degli interessi. Altri stanno applicando criteri più conservativi a interi settori, soprattutto dove l’intelligenza artificiale può modificare rapidamente i modelli di business: il grande elefante nella cristalleria che ha contribuito a innescare la fuga dai fondi di private credit da inizio anno. Guggenheim Investments, ad esempio, sta esaminando con maggiore cautela società di servizi professionali e contabili, riducendo la leva consentita, irrigidendo i rapporti loan-to-value e chiedendo documentazione più stringente quando non è chiaro quali imprese potranno uscire vincitrici o perdenti dalla trasformazione tecnologica, ha riferito il WSJ.
Per le aziende a caccia di fondi tutto questo avrà un prezzo: il credito privato resta disponibile, ma costa di più e arriva con meno concessioni.

