Tom Cooney, international policy advisor presso Capital Group, descrive le quattro conseguenze che ritiene possano produrre effetti duraturi nel panorama economico e geopolitico internazionale.
1. La militarizzazione dei choke point
I choke point sono colli di bottiglia: punti obbligati o cruciali per il passaggio di determinati flussi. La militarizzazione di questi passaggi si traduce nella possibilità che una potenza ne rivendichi una forma di “sovranità”, utilizzandoli di fatto come armi. Attraverso blocchi, restrizioni o pedaggi, un Paese può ostacolare i flussi commerciali con potenziali effetti negativi sull’economia globale.
“Ciò che sta accadendo nello Stretto di Hormuz è un chiaro esempio di questo fenomeno”, spiega Cooney.
Ma non è solo lo Stretto di Hormuz a rappresentare un punto cruciale per l’economia. “Anche il controllo dello Stretto di Taiwan e dello Stretto di Malacca potrebbe costituire una minaccia”, aggiunge l’esperto.
Non si tratta solo di rotte marittime capaci di incidere sui costi e alimentare l’inflazione. Un altro esempio di choke point è rappresentato dai minerali delle terre rare, da cui dipendono diverse economie per veicoli elettrici, intelligenza artificiale, difesa ed elettronica. A questi si aggiungono le infrastrutture spaziali, con vincoli legati allo spazio orbitale limitato, alla capacità di lancio e allo spettro radio, e i semiconduttori, la cui produzione dipende da fasi altamente specializzate e critiche.
In ogni caso, il peso che il blocco di uno Stretto eserciterebbe sull’economia internazionale riduce la probabilità che un controllo militare o basato su pedaggi possa durare a lungo. La militarizzazione aprirebbe infatti la strada ad altri Paesi intenzionati a fare lo stesso: un fenomeno che si manifesta sempre più spesso, ma che la comunità internazionale mira naturalmente a scongiurare.
2. L’indipendenza energetica
La guerra in Iran è solo l’ultimo segnale dell’impatto che la dipendenza energetica può avere sull’economia globale.
L’esperto spiega come in futuro possano essere costruiti nuovi oleodotti attraverso l’Arabia Saudita, l’Oman o la Turchia, ma anche come sia probabile che i governi valutino la creazione di riserve più ampie di petrolio e gas naturale. “La Cina, in tal senso, è riuscita a concludere accordi energetici con l’Iran in una fase di offerta ridotta e ha accumulato un’ampia riserva strategica di petrolio”, osserva Cooney.
Non solo: “Mi aspetto un maggiore sforzo per raggiungere l’indipendenza, per esempio attraverso le rinnovabili, ma anche il nucleare, come dimostra l’interesse del Giappone verso questa forma energetica”, aggiunge l’esperto.
Quanto al dollaro, l’introduzione del petroyuan da parte della Cina nel 2018 ha suscitato qualche timore circa il predominio della valuta statunitense come riserva internazionale. Tuttavia, l’esperto esprime scetticismo al riguardo, dal momento che il renminbi resta vincolato da controlli sui capitali e da una convertibilità limitata.
3. La guerra dei droni e il riassetto della difesa globale
I droni si stanno rivelando “l’arma di Davide di fronte a Golia”: conferiscono infatti un potere asimmetrico a nazioni più piccole e meno forti sul piano militare.
Ne sono un esempio la guerra in Ucraina e in Azerbaigian, oltre, naturalmente, a quella in Iran.
Pertanto, “sono necessarie nuove tecnologie per contrastare la guerra dei droni”, afferma Cooney. “Questo ha implicazioni sulla spesa per la difesa, che mi aspetto resterà elevata”, aggiunge l’esperto.
Le recenti fratture tra Stati Uniti e NATO potrebbero indurre i Paesi europei, insieme a Giappone e Corea, a cercare di dipendere meno dai sistemi d’arma statunitensi. La Francia ha già in programma di aumentare la propria spesa per la difesa di ulteriori 36 miliardi di euro entro il 2030. La ricerca di una maggiore indipendenza su questo fronte potrebbe però avere implicazioni anche sul piano nucleare, aumentando il rischio di proliferazione.
4. La leadership degli Usa
Quanto all’ordine mondiale, potrebbero prendere forma diversi scenari. Per esempio, si potrebbe andare verso un nuovo assetto fondato su sfere geografiche di influenza, sulla falsariga del XIX secolo. Tale configurazione potrebbe avvantaggiare settori come difesa/aerospazio e produzione di cyber e droni, a scapito di Treasury statunitensi, semiconduttori e commercio globale.
In ogni caso, l’esperto ritiene che gli Stati Uniti continueranno a ricoprire un ruolo di leadership nella scacchiera globale. “In uno scenario di ‘sfere di influenza’, gli Usa si concentrerebbero probabilmente sull’emisfero occidentale”, osserva Cooney. E conclude: “Il fatto che l’Iran sia lontano dagli Stati Uniti dimostra, a mio avviso, che la Casa Bianca non si accontenterà di avere una semplice sfera di influenza regionale. Gli Stati Uniti vorrebbero che Cina e Russia restassero contenute nei rispettivi ‘quartieri’, senza però accettare vincoli analoghi per sé”.

