Fed e Bce verso mosse opposte. Cosa cambia per le azioni

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La riapertura di Hormuz sposta i rialzi Bce a giugno, mentre il 58% dei fund manager attende tagli Fed entro 12 mesi. Ma diversi gestori restano scettici sulla divergenza tra le due banche centrali. E l’azionario europeo rischia di pagare il conto più salato.

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L’annunciata riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe ridurre l’urgenza immediata dei rialzi dei tassi per la Bce, con la maggioranza degli economisti sondati da Bloomberg che al momento si aspetta il primo rialzo a giugno. Di questo avviso è, ad esempio, il team di analisti di Goldman Sachs che in una nota datata 16 aprile, ha spostato in avanti le sue previsioni: il primo inasprimento della politica monetaria da parte della Bce è atteso non più a fine aprile, ma a giugno – mentre la seconda mossa è attesa per settembre. Sul versante americano, invece, la maggioranza dei gestori si aspetta una condotta di segno opposto: il 58% dei fund manager sondati da Bank of America ad aprile ha dichiarato che la Fed taglierà i tassi entro 12 mesi, e per il 25% del panel i tagli saranno almeno due.

Un’aspettativa, questa che potrebbe in parte aver contribuito al ritorno di fiamma del Nasdaq dopo mesi di relativa sottoperformance, ma anche a ritardo accumulato dalle azioni europee dall’inizio del conflitto in Iran. E, allo stesso tempo, riflettersi nel progressivo alleggerimento dell’esposizione sull’azionario europeo – che pure aveva iniziato il 2026 con un potente sovrappeso nei portafogli.

La Bce si troverebbe presto di fronte a un dilemma, ha dichiarato a We Wealth Pierluigi Ansuinelli, portfolio manager di Franklin Templeton Investment Solutions: “In primo luogo il maggior costo energetico riduce il potere di spesa di famiglie e aziende. In secondo luogo, una maggiore inflazione potrebbe spingere la Bce a dei rialzi dei tassi preventivi e temporaneo che però rischiano di deprimere ulteriormente le prospettive di crescita della regione”.

Bce verso il rialzo?

Sulla tempistica di un eventuale intervento della Bce, Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac, condivide la visione del consensus. “Non è detto che la Bce aumenti i tassi così presto e in misura così marcata come atteso (due rialzi nel 2026, con il rischio di un primo intervento già ad aprile), potremmo infatti assistere a una stretta monetaria meno incisiva di quanto attualmente previsto, poiché l’impatto negativo sulla crescita tende a manifestarsi con ritardo” ha detto a We Wealth, “più nel dettaglio, nello scenario attuale due rialzi iniziano a sembrare appropriati, ma non prima di giugno; inoltre, qualora i prezzi del petrolio dovessero rapidamente scendere verso gli 80 dollari al barile entro la riunione di giugno, ciò potrebbe giustificare una pausa”.

In seguito alla riapertura annunciata venerdì, il Brent è sceso già in area 86 dollari con un calo verticale del 13%. Un movimento che ha rafforzato le aspettative di rinvio. “Se il nodo dello stretto di Hormuz viene risolto in termini più o meno positivi entro un periodo temporale breve, non crediamo che per la Bce sarà necessario alzare i tassi due volte, ed erano addirittura tre quelli previsti, prima dell’annuncio della tregua”, ha concordato Massimiliano Maxia, Senior product specialist di AllianzGI.

La questione dell’efficacia stessa di un intervento restrittivo in risposta a uno shock dal lato dell’offerta è al centro delle riflessioni di diversi operatori. Fabrizio Santin, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management, pur giudicando “non trascurabile” la possibilità di un rialzo di 25 punti base, ha evidenziato come “a fronte di uno shock dell’offerta, limitato al segmento delle materie prime energetiche, le manovre di politica monetaria risultano inefficaci, se non controproducenti, in particolare nel corrente contesto di elevati deficit che limitano la risposta fiscale”. La risoluzione del conflitto, secondo Santin, “permetterebbe alla supply energetica e chimica di riprendere lentamente la sua distribuzione, attenuando i timori di effetti secondari sull’inflazione in Europa”.

Sul versante americano, l’incertezza è amplificata dal possibile cambio di vertice alla Fed. “Fintantoché Powell guiderà l’istituto e in assenza di un deterioramento marcato del mercato del lavoro Usa, è ragionevole aspettarsi una Fed attendista”, ha dichiarato Andrea Bencivenni, Portfolio Manager di Intermonte Advisory & Gestione, una volta “subentrato Warsh, invece, la possibilità di un taglio sarebbe concreta: quindi è ragionevole aspettarsi almeno un taglio entro fine 2026, crisi energetica permettendo”. La nomina di Warsh, ha precisato, richiederà però prima “la chiusura dell’indagine sulle spese di ristrutturazione della Fed che vede attualmente protagonista Jerome Powell”.

Divergenza nella traiettoria Bce-Fed: i gestori che non ci credono

Non tutti gli operatori, tuttavia, vedono come probabile uno scenario di marcata divergenza tra le due banche centrali. La tesi di fondo è che le dinamiche inflattive siano troppo interconnesse per permettere traiettorie davvero opposte. Per Giuseppe Sersale, Partner e Portfolio Manager di Anthilia Capital Partners, “un rialzo del prezzo del greggio abbastanza duraturo da indurre la Bce ad alzare i tassi, difficilmente consentirà alla Fed di tagliarli, dal momento che negli Usa l’inflazione core, ancora prima di questo impatto, viaggia sopra il target, ormai dal 2021”. Lo scenario alternativo, secondo Sersale, non porterebbe comunque a una divergenza: “Viceversa, se il prezzo del petrolio dovesse rientrare e quindi l’impatto sull’indice di inflazione negli Usa e in Eurozona dovesse essere ridotto e temporaneo, è possibile che la Fed tagli i tassi, ma ritengo che la Bce a quel punto manterrà una posizione neutra”.

Dello stesso avviso Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, per il quale “nel medio periodo una divergenza tra una Bce più restrittiva e una Fed più accomodante è possibile, ma non lo scenario base”. Il dilemma della Fed, ha spiegato Diodovich, riguarda il bilanciamento tra “possibili rischi inflattivi e debolezza del mondo del lavoro”, con un possibile taglio dei tassi che al momento presenta “probabilità inferiori al 20%”.

Anche chi vede possibile un rinvio dei rialzi Bce nutre dubbi sulla portata dei tagli Fed. Per Thozet, la Fed non ridurrà i tassi nella misura e nei tempi attualmente previsti dai mercati (tasso terminale al 3,30% entro i prossimi 12 mesi), “alla luce di un’inflazione sopra il target da cinque anni, delle prospettive di nuovi shock negativi sull’offerta nei beni core, e in un contesto di mercato del lavoro in tensione e di aspettative di inflazione in aumento”.

Effetto banche centrali sull’azionario: l’Europa torna nelle retrovie?

Se lo scenario di divergenza dovesse effettivamente materializzarsi – nonostante i dubbi espressi – le conseguenze per i mercati azionari sarebbero asimmetriche, con l’Europa a pagare il prezzo più alto. Il primo canale di trasmissione riguarderebbe i settori più sensibili al costo del denaro. “L’azionario europeo soffrirebbe soprattutto nei settori più sensibili ai tassi, come utilities, real estate e consumi, mentre banche e assicurazioni potrebbero reggere meglio”, ha affermato Diodovich, “in parallelo, una Fed che decide di ridurre il costo del denaro tenderebbe a sostenere i multipli a Wall Street, soprattutto di titoli growth e tech”.

Il secondo canale passerebbe attraverso il rafforzamento dell’euro. “Euro più forte e dollaro più debole penalizzerebbero gli esportatori europei. Questa divergenza, quindi, sarebbe più favorevole all’equity americano che a quello europeo, almeno nel medio-breve periodo”, ha aggiunto Diodovich. Dello stesso avviso anche Raphael Thuin di Tikehau: “Se il divario tra le politiche monetarie dovesse ampliarsi più di quanto attualmente previsto – ovvero, un differenziale dei tassi di interesse più ampio – ciò potrebbe fungere da catalizzatore negativo per i mercati europei ed esercitare una pressione al rialzo sull’euro rispetto al dollaro”.

Se la Bce dovesse irrigidire l’orientamento mentre la Fed resta attendista, ha aggiunto sulla stessa linea Bencivenni, “l’Europa si troverebbe a fronteggiare simultaneamente un premio al rischio geopolitico più elevato, una crescita più fragile e condizioni finanziarie relativamente più restrittive, con il rischio di un ulteriore sconto dei multipli rispetto agli Usa”.

Opportunità e segnali di recupero

Nonostante il quadro complesso, diversi elementi potrebbero supportare un recupero dell’azionario europeo. Il primo riguarda la sensibilità degli investitori più alla velocità del cambiamento che ai livelli assoluti. “Nel breve periodo gli investitori prestano attenzione soprattutto al tasso di variazione rispetto al livello assoluto del costo del petrolio; pertanto ogni segnale di rasserenamento sul fronte geopolitico può innescare rialzi azionari degni di nota”, ha sottolineato Ansuinelli.

Il secondo elemento riguarda le valutazioni. “L’Europa è più penalizzata, rispetto agli Stati Uniti, perché più dipendente dalle materie prime, quali appunto petrolio e gas”, ha ricordato Maxia, “allo stesso tempo, se si arriva ad una soluzione positiva a breve… i mercati azionari europei possono ampiamente recuperare. A loro favore abbiamo anche valutazioni più basse rispetto ad altri mercati azionari e sono supportati da dividend yield più alti, un fattore non trascurabile in un contesto che resta volatile”.

A livello settoriale, emergono opportunità specifiche. “Uno scenario moderatamente restrittivo in Europa ma senza danneggiamento marcato della crescita potrebbe continuare a favorire la redditività del comparto bancario, mentre le tensioni sul fronte energetico potrebbero continuare a penalizzare gli industriali più energivori”, ha detto Bencivenni. Per Fabrizio Santin sarebbero ben posizionati anche il settore della difesa e, in prospettiva, quello della transizione energetica: “Il comparto bancario e quello della difesa mantengono un profilo interessante: il primo continua a beneficiare di tassi reali ancora elevati, il secondo del riorientamento strutturale della spesa verso sicurezza ed energia”.

Domande frequenti su Fed e Bce verso mosse opposte. Cosa cambia per le azioni

Qual è la previsione attuale per il primo rialzo dei tassi da parte della BCE?

La maggioranza degli economisti sondati da Bloomberg si aspetta il primo rialzo dei tassi da parte della BCE a giugno. Goldman Sachs, ad esempio, ha spostato la sua previsione da fine aprile a giugno per il primo inasprimento della politica monetaria.

In che modo la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe influenzare le decisioni della BCE?

L'annunciata riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe ridurre l'urgenza immediata dei rialzi dei tassi per la BCE. Questo evento potrebbe portare a un rinvio delle decisioni di inasprimento monetario.

Cosa suggerisce la divergenza tra le traiettorie della BCE e della Fed per i gestori di fondi?

La divergenza nella traiettoria della BCE rispetto alla Fed solleva interrogativi per i gestori di fondi che potrebbero non credere a questa divergenza. Questo potrebbe portare a una rivalutazione delle strategie di investimento.

Qual è l'impatto potenziale delle mosse delle banche centrali sull'azionario europeo?

Le mosse delle banche centrali potrebbero portare l'Europa a tornare nelle retrovie in termini di performance azionaria. La divergenza tra BCE e Fed potrebbe influenzare negativamente il mercato azionario europeo.

Quali sono le prospettive per le azioni alla luce delle attuali politiche monetarie?

Nonostante le incertezze, l'articolo suggerisce la presenza di opportunità e segnali di recupero per le azioni. La situazione richiede un'attenta valutazione delle implicazioni delle politiche monetarie divergenti.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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