L’intelligenza artificiale che ha mandato in visibilio Wall Street promettendo incrementi di produttività pari o superiori a quelli di una rivoluzione industriale rischia di essere un clamoroso motore di disuguaglianza, marginalizzazione del lavoro e concentrazione di profitto. È la stessa OpenAI, la società che ha lanciato ChatGPT, a scriverlo in un policy paper che mette in chiaro come i governi debbano agire subito per limitare conseguenze non solo per la sicurezza, ma anche per gli stessi equilibri fiscali. Con un primo spunto di riflessione: se sarà sempre di più il capitale e il mercato finanziario a raccogliere i frutti, saranno la ricchezza e la finanza il bersaglio naturale del fisco del futuro.
Il punto di partenza con cui OpenAI invita a fare i conti è che l’intelligenza artificiale ridurrà, nell’immediato, la domanda di ore lavorate da esseri umani. Le capacità straordinarie dell’AI “provocheranno anche una disgregazione dei posti di lavoro e una trasformazione di interi settori a una velocità e su una scala senza precedenti nelle rivoluzioni tecnologiche precedenti. Alcuni lavori scompariranno, altri evolveranno, e nasceranno forme completamente nuove di occupazione man mano che le organizzazioni impareranno a utilizzare l’AI avanzata”.
Il problema immediato che si porrà sarà quello di una pluralità di imprese in grado di generare più prodotto con meno lavoro. “L’AI potrebbe ampliare le disuguaglianze rafforzando i vantaggi di chi è già in posizione di cogliere le opportunità, mentre le comunità che partono con meno risorse rischiano di restare ulteriormente indietro”, scrive la società guidata da Sam Altman, “esiste inoltre il rischio che i guadagni economici si concentrino in un numero ristretto di imprese come OpenAI”. Anche chi non dovesse perdere il lavoro potrebbe non cogliere i frutti della propria maggiore produttività, continuando a percepire lo stesso stipendio.
Tutto questo avviene mentre, già oggi, si elaborano intelligenze artificiali superiori alle capacità degli uomini più intelligenti, anche se assistiti dalle macchine, afferma OpenAI.
Il nodo fiscale: meno lavoro, più capitale da tassare
L’intervento normativo degli Stati è l’unico argine che può essere innalzato affinché utilizzi malevoli e appropriazione dei benefici non polarizzino la società su livelli inimmaginabili. E questo passa anche dalla “modernizzazione della base imponibile”.
“Con l’AI che trasforma il lavoro e la produzione, la composizione dell’attività economica potrebbe cambiare, aumentando i profitti societari e le plusvalenze, mentre potrebbe ridursi il peso dei redditi da lavoro e delle imposte sui salari”, scrive OpenAI, “questo potrebbe erodere la base fiscale che finanzia programmi essenziali come la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria pubblica, i programmi alimentari e il sostegno abitativo, mettendoli a rischio. La politica fiscale dovrebbe adattarsi per garantire la sostenibilità di questi sistemi”.
Come in un incubo distopico, il progresso della tecnica non riuscirebbe da solo a correggere la traiettoria naturale di un fisco pensato per estrarre le risorse dal lavoro. Se davvero l’AI ridurrà il lavoro, sembra suggerire la società, andrà ricalibrato l’oggetto della tassazione sui capitali: un appello non nuovo per l’agenda progressista, che però fatica a concretizzarsi per via della competizione fra gli Stati stessi ad accaparrarsi la nicchia cosmopolita di plurimilionari con le valigie in mano.
“I decisori politici potrebbero riequilibrare la base imponibile aumentando il peso delle entrate legate al capitale, ad esempio con imposte più elevate sulle plusvalenze ai livelli più alti, sui redditi d’impresa o con misure mirate sui rendimenti sostenuti generati dall’AI, ed esplorando nuovi strumenti come tassazioni legate al lavoro automatizzato. Queste riforme dovrebbero essere accompagnate da incentivi legati ai salari che incoraggino le imprese a trattenere, riqualificare e investire nei lavoratori, in modo simile ai crediti per ricerca e sviluppo. Nel complesso, tali cambiamenti contribuirebbero a stabilizzare il finanziamento dei programmi essenziali sostenendo al contempo la transizione della forza lavoro in un’economia guidata dall’AI”.
Dal welfare al capitale pubblico: il dividendo dell’AI
La possibilità di partecipare ai mercati finanziari, in questo scenario di reddito generato prevalentemente dalla rendita sui capitali, diventa sempre più essenziale. Il problema, però, è che la base di partenza, il denaro a disposizione per investire, mette gli individui su posizioni di partenza molto distanti. Cosa può salvare chi vive di stipendio in stipendio? Per OpenAI, la soluzione sarebbe un fondo pubblico di ricchezza “che garantisca a ogni cittadino, inclusi coloro che non partecipano ai mercati finanziari, una quota nella crescita economica trainata dall’AI”. Le tasse possono salvare il welfare, ma il dividendo dell’AI potrebbe dunque passare da una partecipazione pubblica ai guadagni, nella posizione di azionista e non di esattore.
“I decisori politici e le imprese dell’AI dovrebbero collaborare per definire le modalità di finanziamento iniziale del fondo, che potrebbe investire in asset diversificati e di lungo periodo capaci di intercettare la crescita sia delle aziende di AI sia dell’insieme più ampio di imprese che la adottano”. Il dividendo dell’AI sarebbe quindi “distribuito direttamente ai cittadini”, realizzando in qualche modo l’utopia di una società in cui le macchine lavorano per gli uomini, liberando più tempo per le attività significative della vita oltre il lavoro.
Per quanto OpenAI ammetta di essere in prima fila per raccogliere i frutti di una rivoluzione che si prepara a creare nuovi “padroni”, il mix di risposte politiche sembra suggerire che, per rispondere a questa nuova rivoluzione industriale, servirà una nuova forma di socialismo e una rinnovata centralità del ruolo correttivo dello Stato.

