Educazione finanziaria ancora sotto la sufficienza
L’educazione finanziaria in Italia resta sotto la soglia di sufficienza. Il livello medio di alfabetizzazione finanziaria e assicurativa si ferma infatti a 56 su 100, sotto quota 60, valore considerato sufficiente.
Il dato generale, però, non basta a spiegare fino in fondo il problema. La vera criticità emerge quando si guarda al divario di genere e, soprattutto, alla dimensione previdenziale, dove la distanza tra uomini e donne si allarga in modo ancora più marcato.
Il divario si allarga sulla previdenza
Il gap complessivo è già evidente: gli uomini raggiungono un punteggio medio di 59, mentre le donne si fermano a 54. Ma è sulla previdenza che la forbice si apre davvero, fino a 11 punti.
È qui che il tema smette di essere solo statistico e diventa una questione concreta di autonomia, pianificazione e libertà di scelta. Perché una minore cultura finanziaria non pesa soltanto sulla comprensione dei prodotti, ma condiziona decisioni che incidono sul presente e, ancora di più, sul lungo termine.
L’educazione finanziaria come leva di equità
Come osserva Davide Passero, AD di Alleanza Assicurazioni e CCMPO di Generali Italia, un livello alto o basso di educazione finanziaria incide direttamente sulle opportunità personali e professionali. Non è solo una competenza tecnica: è una leva che influenza lavoro, investimenti, relazioni con il denaro e capacità di orientarsi nelle scelte.
«Un livello di educazione finanziaria alto o basso fa la differenza nelle occasioni di lavoro, nelle occasioni di investimento, nelle occasioni di interazione sociale».
Per questo, la financial education va letta anche come uno strumento di equità sociale, non soltanto di competenza individuale.
Donne, giovani e nuovi italiani più esposti
Il divario, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Tra i soggetti più esposti restano donne, giovani e nuovi italiani. Nel caso femminile, il ritardo non dipende solo da una minore familiarità con il linguaggio economico, ma da fattori culturali più profondi, che spesso iniziano in famiglia.
Passero richiama proprio questo punto: finché l’educazione finanziaria resta legata soprattutto alla trasmissione informale familiare, il rischio è che continui a riprodurre squilibri già esistenti. Anche il cosiddetto paghetta gap contribuisce a costruire, fin dall’infanzia, un rapporto diverso con il denaro tra figli e figlie.
Il vero nodo è il gap previdenziale
Il nodo più delicato emerge quando si passa dalla gestione del presente alla costruzione del futuro. Giulia Raffo, Country Chief Financial Officer di Generali Italia, mette a fuoco proprio questo passaggio, indicando nella previdenza il vero rischio sottovalutato.
«Il gap previdenziale è il rischio più sottovalutato: non si vede oggi, ma determina la libertà di scelta domani».
È una chiave di lettura centrale, perché sposta l’attenzione dall’immediato al tempo lungo. La previdenza assorbe infatti l’effetto cumulato di redditi più bassi, carriere discontinue, pause lavorative e minore propensione a pianificare in anticipo.
Dietro i numeri ci sono scelte non fatte
Per questo i numeri non raccontano solo un fenomeno astratto. Come riporta Raffo, dietro agli indicatori ci sono decisioni rimandate, tutele mancate, obiettivi rinunciati.
«Non si tratta solo di osservare dei numeri o guardare statistiche. Dietro questi numeri si nascondono scelte non fatte, una pianificazione finanziaria non fatta e, soprattutto, sogni non realizzati o obiettivi non raggiunti. È qui che l’autonomia finanziaria diventa autodeterminazione: la possibilità concreta di scegliere».
Il punto, quindi, non è soltanto misurare una distanza. È capire quanto quella distanza pesi sulla vita reale delle persone.
Longevity Index e Pension Index sotto pressione
I nuovi indicatori del rapporto 2025 aiutano a leggere meglio questa fragilità. Il Longevity Index si attesta a 55, ancora sotto la sufficienza, mentre il Pension Index scende a 48, segnalando una preparazione previdenziale debole e disomogenea.
Anche in questo caso il divario di genere è netto: gli uomini arrivano a 54, le donne si fermano a 43. Il dato conferma che il punto più vulnerabile, oggi, non è soltanto la cultura finanziaria in senso generale, ma la capacità di pianificare il proprio equilibrio economico nel lungo periodo.
Pensioni femminili più basse del 36%
La fragilità non è soltanto percepita: ha già effetti concreti. Raffo richiama infatti il dato Inps secondo cui, in media, le donne percepiscono una pensione inferiore del 36% rispetto agli uomini: «Va affrontato presto, non quando manca poco».
È questo il punto decisivo. La previdenza non può essere trattata come un tema da rinviare, né come un’appendice della pianificazione. È una delle dimensioni che più incidono sulla futura tenuta del tenore di vita e sulla reale possibilità di scegliere.
Misurare il gap per intervenire
In questo quadro, misurare è necessario, ma non sufficiente. L’Edufin Index serve proprio a monitorare nel tempo consapevolezza e comportamenti degli italiani, per capire non solo dove si colloca il problema, ma anche dove intervenire.
Passero insiste sul valore di questo monitoraggio continuo:
«Oggi siamo leggermente sotto la sufficienza: su una scala da 1 a 100 siamo a livello 56, la sufficienza è a 60. Non siamo lontanissimi, ma misurare miglioramenti anche da un anno all’altro di un punto sono miglioramenti significativi».
Il senso del dato, quindi, non è descrivere una debolezza immobile, ma costruire strumenti di intervento più mirati e più efficaci.
Scuola, consulenza e soluzioni trasparenti
Da qui emerge un doppio livello di azione. Da un lato c’è la necessità di allargare la base dell’educazione finanziaria, portandola nelle scuole e nei territori. Dall’altro c’è il bisogno di rendere la previdenza più comprensibile, accessibile e concreta nelle scelte quotidiane.
Passero richiama il ruolo di istituzioni e grandi operatori nel promuovere iniziative diffuse e strutturali. Raffo individua invece tre leve precise: educazione mirata, soluzioni trasparenti e consulenza qualificata.
Il linguaggio può includere o escludere
Il tema del linguaggio è tutt’altro che secondario. Spesso la distanza dalla finanza non nasce solo dalla complessità dei contenuti, ma dal modo in cui vengono comunicati.
Come riporta Raffo, « il linguaggio conta moltissimo. Se il linguaggio esclude, poi escludono anche le scelte».
Per questo semplificare non significa banalizzare. Significa rendere temi complessi, come risparmio, protezione e previdenza, davvero leggibili e praticabili.
Normalizzare il dialogo femminile su soldi e pensione
C’è poi un altro passaggio decisivo: rendere normale per le donne parlare di soldi, pensione, autonomia economica e pianificazione di lungo periodo. Anche questo non è un tema simbolico, ma operativo.
Raffo sottolinea la necessità di costruire spazi di confronto, iniziative dedicate e modelli riconoscibili, così da superare una cultura della delega ancora molto radicata. Sullo stesso asse, Passero definisce l’educazione finanziaria e assicurativa una leva potente di emancipazione, capace di rafforzare tutela, diritti e indipendenza.
Autonomia finanziaria e autodeterminazione
L’autonomia finanziaria, però, non coincide automaticamente con l’autodeterminazione. Ne è piuttosto la condizione di partenza. Il vero discrimine non è soltanto avere un reddito, ma saperlo gestire, proteggere e pianificare nel tempo.
È qui che il ruolo della consulenza diventa centrale. Quando la finanza personale incontra temi come previdenza e protezione, non basta informare: serve accompagnare le persone in un percorso di decisione consapevole.
Il costo invisibile del gap
Il messaggio finale è netto. L’educazione finanziaria resta una leva di equità generale, ma per le donne la sfida più urgente si gioca sulla capacità di trasformare la conoscenza in pianificazione previdenziale.
Perché il vero costo del gap non è solo una minore familiarità con numeri e concetti. È una minore libertà di scelta nel futuro. E sulla pensione, più che altrove, il rischio è accorgersene troppo tardi.

