BCE: perché potrebbe alzare i tassi d’interesse nel 2026?

BCE: perché potrebbe alzare i tassi d’interesse nel 2026?

L’esperta di Capital Group spiega perché, secondo la sua analisi, la Banca centrale europea potrebbe aumentare i tassi di interesse verso la fine del 2026

Inflazione, dinamica salariale, orientamento della politica fiscale e tensioni geopolitiche: sono tutti fattori che, nel medio termine, potrebbero riportare rischi al rialzo sul fronte dei prezzi e spingere la Banca centrale europea verso un’impostazione meno accomodante.

Secondo Beth Beckett, economista di Capital Group, non è da escludere che la BCE possa adottare un atteggiamento più “falco” e arrivare a un rialzo dei tassi entro la fine del 2026. La sua tesi si sviluppa attorno a cinque punti che, a prima vista, sembrerebbero deporre contro un ciclo restrittivo, ma che, letti alla luce di un quadro di domanda in rafforzamento e offerta più vincolata, potrebbero produrre esiti diversi rispetto al consenso.

1. Inflazione vicina al 2%

Le ultime proiezioni della BCE delineano uno scenario rassicurante relativo alle pressioni inflazionistiche, tuttavia Beckett è meno ottimista e mette in luce una situazione che potrebbe avere un effetto restrittivo sulla politica monetaria.

Infatti, l’inflazione headline e core sarebbero attese in calo nei prossimi due anni, fino a 1,8% e 1,9% nel 2027. Anche il consenso Bloomberg si colloca su una traiettoria favorevole, prevedendo una convergenza ordinata di entrambe le misure verso il target del 2% entro il 2027.

Beth Beckett, tuttavia, giudica queste stime eccessivamente ottimistiche: a suo avviso, l’inflazione core potrebbe rimanere più “vischiosa”, stabilizzandosi tra il 2,5% e il 3% nel prossimo biennio.

Alla base di questa lettura più prudente ci sarebbero vincoli dal lato dell’offerta. “Il primo è la crescita più lenta della forza lavoro, tra invecchiamento della popolazione e politiche migratorie più restrittive; il secondo sono gli shock geopolitici, che possono interrompere i flussi commerciali e far salire i costi degli input”, osserva Beckett.

Sul fronte della domanda, inoltre, il quadro resta sostenuto da un’impostazione fiscale più espansiva. I governi europei stanno cercando di colmare decenni di sottoinvestimenti in infrastrutture e difesa attraverso maggiore spesa e deficit più elevati.

In questo contesto, una crescita del PIL attesa sopra il potenziale (intorno a +1,5% nel 2026) rischia, secondo l’economista, di alimentare ulteriormente le pressioni sui prezzi.

2. Crescita dei salari

Anche sul fronte salariale, le stime della BCE non convincono Beckett, che vede nella dinamica delle retribuzioni un potenziale driver di una politica monetaria più “hawkish”.

Dopo un incremento dei salari pari al 4% nel terzo trimestre, le proiezioni della BCE indicano un rallentamento graduale fino a poco sotto il 3% nel 2027. Ma, negli ultimi trimestri, Francoforte ha ripetutamente sottovalutato la tenuta della crescita salariale, tanto da dover rivedere le previsioni verso l’alto: nelle stime di dicembre l’istituto ha infatti aumentato le attese sui salari di 1 punto percentuale fino alla prima metà del 2026. “Mi aspetto che i salari siano più lenti a scendere persino rispetto alle proiezioni (più caute) di dicembre”, osserva Beckett.

3. Politica fiscale dell’Eurozona

Anche riguardo alle aspettative di politica fiscale restrittiva dell’Eurozona, Beckett è piuttosto scettica: le previsioni ufficiali implicano che Francia, Spagna e Italia ridurranno la politica fiscale nel 2026, ma secondo l’esperta questo avrà difficoltà a concretizzarsi, soprattutto in Francia. Lo stallo politico attorno alla legge di bilancio 2026 ha infatti già costretto il primo ministro Sébastien Lecornu a significative concessioni su interventi pensati per contenere il deficit, riducendo di fatto l’ambizione del percorso di rientro.

A complicare il quadro si aggiunge la dimensione geopolitica: il deterioramento delle relazioni transatlantiche evidenzia la vulnerabilità europea sul fronte della sicurezza e rafforza l’orientamento di una maggiore spesa per la difesa.

4. Europa vs “shock Cina”

L’ipotesi che la BCE possa mantenere un’impostazione accomodante per effetto di un possibile aumento di importazioni cinesi “dirottate” verso l’Europa – in scia ai dazi statunitensi – appare, nella lettura di Beckett, poco convincente. I timori di uno shock deflazionistico legato a un’ondata di beni a basso prezzo si sarebbero infatti rivelati eccessivi.

“Non ci sono molti segnali che la deviazione commerciale cinese sia accelerata nel 2025: né i volumi d’importazione né i prezzi si sono discostati in modo significativo dai trend di lungo periodo”, osserva l’economista. E aggiunge: “La pressione al ribasso sull’inflazione dei beni, legata al rafforzamento dell’euro, è stata più debole del previsto dalla BCE”.

Resta vero che l’industria europea continua a fronteggiare venti contrari rilevanti sul piano competitivo, ma per Beckett si tratta soprattutto di un tema di lungo periodo, più che di un fattore in grado di incidere in modo determinante sulle dinamiche inflazionistiche nel breve.

5. Tensioni geopolitiche

Sul fronte geopolitico, Beckett è più prudente nel collegare automaticamente le tensioni a un rialzo dei tassi. “Se l’impegno europeo a ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti dovesse accelerare, i rischi di un aumento della spesa fiscale – in particolare su difesa e sicurezza – sarebbero orientati al rialzo, con effetti potenzialmente inflazionistici”, osserva.

“Tuttavia, un confronto più aggressivo tra USA ed Europa, sul piano economico o militare, aumenterebbe i rischi al ribasso per la crescita e avrebbe un impatto più ambiguo sull’inflazione. In questo scenario si ridurrebbe la probabilità di un inasprimento della politica monetaria da parte della BCE”, conclude l’economista di Capital Group.

Ritratto in bianco e nero di una giovane donna con lunghi capelli scuri, che indossa un blazer su un top scuro, sorride leggermente e guarda l'obiettivo, su uno sfondo chiaro.

di Giulia Morena

Giornalista multimediale di We Wealth, è laureata in Management per l’Impresa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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