“Mai scommettere contro l’America”, ebbe a dire Warren Buffett in una delle sue massime più citate. Ma negli ultimi mesi gli investitori stanno chiaramente guardando altrove. Allargando l’obiettivo, emerge come per un investitore basato nell’area euro l’azionario statunitense abbia lasciato a secco di rendimenti negli ultimi dodici mesi.lutazioni elevate, diversificare sembra una scelta sempre più razionale. Ma per parlare di una vera e propria “scommessa contro gli Stati Uniti”, è probabilmente ancora troppo presto.
Da inizio anno al 9 febbraio, la performance dell’S&P 500 corretta per il cambio si è fermata allo 0,31%, contro il +4,88% dell’S&P Europe 350 e il +5,15% dell’S&P Emerging LargeMidCap. Numeri che invitano alla riflessione, soprattutto alla luce delle valutazioni elevate di Wall Street, superiori alla media storica, e di un posizionamento dei gestori che a inizio gennaio appariva fortemente avverso alla liquidità – un segnale che storicamente tende a precedere fasi di ritracciamento o correzione.
Il mercato azionario globale resta in territorio “toro”, ma a trainarlo non sono più gli Stati Uniti. A emergere sono piuttosto l’Europa e alcune grandi economie asiatiche, tra cui il Giappone (+7,8% in euro da inizio anno) e la Corea del Sud. Il minimo comune denominatore è una maggiore diversificazione, favorita da piani di spesa pubblica e industriale che stanno sostenendo il recupero delle valutazioni in diverse aree extra-Usa.
Flussi e cambio: la diversificazione diventa strutturale
A testimoniare questa transizione non sono solo le performance, ma anche i flussi. Secondo i dati di Morningstar Direct, riportati dal Wall Street Journal, a gennaio gli investitori hanno riversato 51,6 miliardi di dollari netti negli ETF azionari internazionali, con afflussi mensili in accelerazione dalla fine del 2024.
L’effetto cambio, che ha reso così magri i ritorni americani per l’investitore europeo, ha agito come un potente incentivo in senso opposto per gli investitori statunitensi. La Casa Bianca ha infatti esplicitamente “benedetto” una svalutazione del dollaro – che rende più competitive le esportazioni e incentiva la produzione domestica – spingendo una parte dei capitali a cercare rendimento all’estero. Negli ultimi dodici mesi, il biglietto verde ha perso circa il 13% contro l’euro.
Tuttavia, la debolezza relativa di Wall Street non sembra aver innescato una vera rotazione di vendita, quanto piuttosto un riposizionamento geografico e settoriale, con una riduzione dell’esposizione alla tecnologia. “Al momento, lato azionario siamo meno concentrati sulle mega-cap tech rispetto al biennio precedente: abbiamo favorito un broadening più sano della leadership azionaria e selezionato temi di qualità; tra questi, la difesa europea, i farmaceutici e i finanziari”, ha scritto in una nota Andrea Delitala, Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management. “Sul dollaro, l’esposizione è oggi intorno a meno del 5% (sotto la nostra norma storica di circa il 15%) e a tratti è stata negativa nel 2025”.
Valutazioni elevate, ma non è ancora un “Sell America”
Secondo Jared Franz, US economist di Capital Group, “le azioni Usa potrebbero continuare a svolgere un ruolo centrale in un’allocazione strategica”, grazie a fondamentali ancora solidi: “I margini lordi dell’S&P 500 hanno raggiunto il 34,4% nella prima metà del 2025, un livello nettamente superiore a quelli dell’MSCI Europe (28,4%) e dell’MSCI Japan (27,2%)”.
Una lettura più completa passa però dal confronto delle valutazioni. Considerando il P/E forward a 12 mesi, l’S&P 500 scambia a 29,5 volte gli utili (dato al 30 settembre 2025), ben al di sopra del suo 90° percentile storico. Altre regioni – MSCI Europe (16,8x), TOPIX (17,5x), MSCI Emerging Markets (16,4x) e MSCI Pacific ex-Japan (19,4x) – si collocano invece più vicino alle medie di lungo periodo. “Se corretto per la crescita, tuttavia, il gap di valutazione si riduce in modo significativo: l’S&P 500 da outlier tende a riallinearsi alle controparti”, osservano gli analisti.
Anche in presenza di valutazioni elevate, diversificare sembra una scelta sempre più razionale. Ma per parlare di una vera e propria “scommessa contro gli Stati Uniti”, è probabilmente ancora troppo presto.

