I fondi evergreen stanno entrando in una nuova fase di maturità proprio mentre la domanda della clientela private per gli investimenti alternativi accelera a livello globale. Ma il passaggio da nicchia a standard di mercato apre una stagione più complessa, in cui non basteranno più brand e promesse di rendimento. È questo il messaggio emerso a IPEM Wealth 2026 durante la fireside chat “What to expect from the next era of evergreens”, con Tarun Nagpal, founder e CEO di S64, e Mathieu Forcioli, Global and Asia Pacific Head of Alternatives, Wealth and Premier Solutions di HSBC. Secondo Nagpal, il cambiamento è stato rapido e radicale. “Quello che era un concetto nuovo e di nicchia è diventato ormai completamente mainstream”, ha osservato. Oggi, ha aggiunto, praticamente tutti i grandi gestori stanno lanciando un evergreen o si preparano a farlo.
Il passaggio dai fondi chiusi agli evergreen
Una trasformazione che però non è priva di criticità, soprattutto per i GP abituati ai fondi chiusi. “Passare da closed-ended a evergreen è un cambiamento fondamentale nel modo di gestire i portafogli”, ha spiegato. Non si tratta di prendere il deal flow dei fondi tradizionali e inserirlo in un contenitore più liquido, ma di ripensare l’intera logica di costruzione e gestione del portafoglio. A questo si aggiungono altri due ostacoli: il primo riguarda le strutture regolamentate, sempre più diffuse nei prodotti destinati al wealth, mentre il secondo è il rapporto diretto con la clientela private, che richiede team dedicati e nuove competenze. In alcuni casi, ha sottolineato Nagpal, i gestori stanno assumendo “100 o 150 persone” solo per sviluppare il business wealth.
Dall’accesso alla dispersione delle performance
Finora, tuttavia, la crescita degli evergreen è stata trainata soprattutto dall’accesso e dal peso dei marchi. Alcuni fondi hanno raccolto cinque, sei, sette miliardi senza track record specifico e tutto si è basato sulla promessa di rendimento. Ora però, con i primi fondi sul mercato da qualche anno, iniziano a vedersi risultati reali e la dispersione delle performance comincia a emergere. È questo il passaggio chiave della nuova fase, che renderà centrale il ruolo delle banche private e degli advisor. Il loro compito, secondo Nagpal, sarà distinguere i prodotti migliori e costruire portafogli coerenti con il profilo di rischio del cliente.
Il ruolo delle banche private nella selezione
Dal punto di vista dei distributori, la fase iniziale non è stata semplice. “Non è facile inserire prodotti senza track record” è stato rimarcato durante il confronto. Se un gestore promette rendimenti a doppia cifra, la banca deve prima crederci e validare quelle stime. “Passiamo molto tempo a fare due diligence su quei numeri e ad assicurarci che possano essere effettivamente conseguiti” ha commentato Forcioli. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti operativi e alle politiche di valutazione, che diventano cruciali in strutture con finestre di liquidità. La parola chiave, per HSBC, è disciplina. “Non tutto il capitale è quello giusto”, ha spiegato Forcioli. Il capitale deve essere stabile e coerente con l’orizzonte di investimento dell’asset class.
Il tema della liquidità e il rischio reputazionale
Il tema della liquidità resta centrale e inevitabile. Nagpal ha ricordato l’esperienza della crisi dei fondi alternativi del 2008, sottolineando che episodi di gating potrebbero verificarsi anche negli Evergreen. Potrebbero esserci fondi che chiuderanno, gating e notizie negative e, il rischio principale, soprattutto per i GP senza esperienza nel retail, è reputazionale. Tuttavia, la differenza rispetto al passato c’è: è fondamentale rimarcare che si tratta di prodotti illiquidi e che la trasparenza sulle caratteristiche dei fondi rappresenta un elemento chiave per evitare sorprese.
Perché il trend evergreen è destinato a restare
Nonostante le criticità, il confronto ha guardato ai fondi evergreen come trend destinato a restare. I private markets, ha osservato Nagpal, finanziano ormai settori chiave dell’economia globale, dalla transizione energetica alle infrastrutture digitali, fino alla sanità e all’intelligenza artificiale. In questo contesto, i fondi semi-liquidi rappresentano lo strumento più adatto per portare queste esposizioni nei portafogli della clientela private. Anche dal lato della domanda, il terreno appare favorevole. “Molti dei nostri clienti sono imprenditori”, ha spiegato Forcioli. “Capiscono cos’è il private equity, possiedono aziende. Sapevano già di voler investire nell’asset class, ma ora sono convinti di doverlo fare”. Il mercato, in altre parole, è allineato: gestori sempre più orientati al wealth, clienti interessati agli alternativi e banche private pronte a distribuirli. Il quadro che emerge è quello di un’industria ormai entrata nella fase adulta. Dopo la stagione dell’accesso e dei grandi numeri, per gli evergreen si apre ora la prova più difficile: quella dei risultati, della selezione e della tenuta nel tempo.
