Fra l’hype dei mercati e la prudenza degli investitori, il venture capital nel 2025 si muove lungo un nuovo equilibrio: più capital efficiency, meno storytelling. Al centro di tutto c’è l’intelligenza artificiale generativa, non più semplice tecnologia emergente ma vero fattore abilitante, destinato a ridefinire i settori knowledge-intensive e la scoperta scientifica. La domanda chiave oggi non è se ci sarà una bolla, ma quali infrastrutture sapranno sostenere un ciclo di crescita di lungo periodo. Ne parla ai lettori di We Wealth Luca Mannucci, Managing Partner e CIO di Sella Venture Partners SGR, la società di gestione del risparmio del gruppo Sella specializzata in investimenti alternativi nel mondo del Venture Capital.
Il 2025 è stato definito da molti un anno di ripartenza per il Venture Capital. Come descriveresti lo scenario attuale, in particolare in Europa e in Italia? Quali sono i settori più strategici oggi, tra AI, transizione energetica, salute e difesa?
“Il 2025 rappresenta, dal nostro punto di vista, un ritorno alla concretezza nel mondo del Venture Capital. Dopo il boom del biennio 2021-2022, seguito da una fase di ipercorrezione, il mercato ha ricominciato ad accelerare, ma su basi più solide. Siamo usciti da una fase influenzata da fattori eccezionali, come lo shock pandemico, e oggi vediamo una crescita più sana, sostenuta da driver strutturali.
Tra questi, il primo è il contesto macroeconomico: i tassi d’interesse si sono stabilizzati dopo essere saliti da livelli sottozero. Questo ritorno alla normalità rende di nuovo attraenti gli investimenti di lungo periodo. Il secondo è la maturazione dell’intelligenza artificiale generativa. Dopo oltre 70 anni di ricerca sull’AI, l’accelerazione è arrivata con gli LLM, culminata nel 2022 con ChatGPT. Ora esistono basi infrastrutturali che già allo stato attuale possono supportare ulteriori 15 anni di crescita.
Accanto all’AI, vediamo opportunità interessanti in healthtech, longevity umana e anche transizione energetica. Sono ambiti dove la produttività creata ha un impatto misurabile, sempre più richiesto dagli investitori. L’Europa in passato ha perso treni importanti — come quello dei social network e del cloud —oggi, seppur in ritardo, sta provando a giocare la partita dell’AI e del Deep Tech, anche grazie a politiche pubbliche e maggiore consapevolezza sull’importanza di partecipare allo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche globali.
Infine, tra i segmenti di maggiore interesse c’è anche la cybersecurity, particolarmente rilevante per il venture capital perché combina domanda crescente e non ciclica, spinta dall’aumento degli attacchi informatici e dalla complessità dei sistemi digitali. È un settore con ampio spazio di innovazione – dall’AI alla sicurezza cloud, allo zero-trust – che permette alle startup di creare soluzioni altamente differenziate. A conferma del potenziale di questo verticale, sia nel nostro Fondo I che nel nostro Fondo II è presente uno dei migliori fondi globali di cybersecurity, che ad oggi rappresenta anche il top performer del nostro Fondo 1.
L’AI è sulla bocca di tutti: ma dove è che realmente si vede il suo impatto più profondo? Quali sono le applicazioni meno ovvie e come distinguere tra valore reale e hype?
“L’AI non è solo un assistente o un “comparto”, ma è un vero layer infrastrutturale che attraversa ogni settore. In ambito healthtech, ad esempio, assistiamo ad una forte accelerazione nella scoperta di nuove molecole. Un esempio concreto: Google, insieme a Yale, ha sviluppato un progetto per simulare con l’AI la reazione delle cellule tumorali a migliaia di molecole, senza passare per i test in vitro. Questo tipo di simulazione consente di scremare rapidamente le molecole più promettenti, con un impatto enorme su tempo e costi. Anche nell’energia l’AI gioca un ruolo chiave: nella manutenzione predittiva, nell’ottimizzazione dei flussi, nella gestione intelligente dell’energia.
Altri settori fortemente impattati sono quelli knowledge intensive, come legal, finance, education. Pensiamo a legal bot che snelliscono le procedure, o a strumenti che trasformano la formazione tradizionale. In generale, sono le professioni che stanno cambiando: non basta più acquisire conoscenza, ma serve sviluppare la capacità di ragionare sopra la knowledge, che ormai è accessibile a tutti. Questo vale anche per ruoli finanziari come l’investment banking, dove il vero valore non è più nel fare i conti, ma nel capire i processi.
Quanto al rischio bolla, è una domanda legittima, ma il parallelo con quella Dotcom del 2000 ha senso fino a un certo punto: oggi, infatti, l’AI si basa su infrastrutture reali. Anche se le valutazioni sono elevate — complessivamente i vari LLM valgono circa 3 trilioni di dollari— parliamo di investimenti infrastrutturali. Più che con la bolla di inizio millennio, il paragone storico più corretto è quello con lo sviluppo ferroviario nell’800 negli Stati Uniti: molte società fallirono, ma senza quelle infrastrutture non ci sarebbe stato lo sviluppo industriale che seguì”.
Quando valutate un fondo che investe in AI o in tecnologia emergente, cosa cercate? Quali sono i segnali positivi o red flag che vi guidano nella selezione?
“Noi non investiamo in fondi esclusivamente verticali sull’AI. Preferiamo manager che abbiano dimostrato solidità nel tempo, con un track record di deployment coerente anche in fasi di mercato difficili. Valutiamo indicatori come l’ownership a parità di deal size: se un fondo riesce a mantenere costante la quota di partecipazione nei round nonostante le fluttuazioni di mercato, è un segno di disciplina. Per noi questo è più importante del cavalcare mode temporanee. Inoltre, ci interessa capire la capacità del team di adattarsi ai cicli, e se sanno investire in modelli di business con efficienza di capitale, riducendo il rischio di diluizione e massimizzando il potenziale di ritorno”.
Qual è l’approccio strategico di Sella Venture Partners, in particolare nel Fondo 1 e nel nuovo Fondo 2? Come affrontate il tema del secondario e cosa avete imparato finora?
“Il Fondo 1, partito a fine 2020, è oggi completamente allocato con 26 investimenti tra primario e secondario. Abbiamo utilizzato una strategia di overcommitment fino al 120%, per ottimizzare i flussi di cassa e permettere agli investitori di coprire gran parte delle fee. Siamo usciti dalla J-curve e abbiamo già iniziato a distribuire capitale.
Nel Fondo 2, attualmente in raccolta, abbiamo integrato le lezioni apprese: aumentiamo la quota di secondario al 50% per accorciare i tempi di ritorno, tagliare la J-curve e ridurre il ciclo complessivo. Già nel Fondo 1 avevamo acquistato fondi maturi che oggi hanno già generato liquidità: vogliamo ampliare e consolidare questo approccio.
In questo contesto rimaniamo focalizzati su fondi seed e Series A, con dimensioni tra 150 e 500 milioni, track record da primo quartile e accesso difficile per gli investitori. Non investiamo in fondi da miliardi di capitalizzazione, perché questi oggi fanno fatica a produrre ritorni interessanti e presentano dinamiche più da asset manager che da venture capitalist”.
Chi sono i vostri investitori? E quale ruolo può giocare oggi il venture capital per family office, HNWI e investitori retail, anche alla luce del crescente interesse verso la “retail-izzazione” dei mercati privati?
“I nostri investitori sono principalmente italiani. Abbiamo un nucleo stabile di istituzionali, e una long tail formata da family office e high net worth individuals. Questi soggetti cercano strumenti che consentano sia diversificazione del portafoglio, sia partecipazione all’innovazione tecnologica, ma con un profilo di rischio contenuto. I nostri fondi di fondi rispondono proprio a questo bisogno, offrendo un’esposizione ampia e diversificata — fino a 500 società — che garantisce protezione del capitale anche in caso di performance divergenti tra singole startup.
In termini di performance, il nostro obiettivo è un IRR target intorno al 15%, ma con una volatilità inferiore rispetto ai mercati azionari pubblici, perché l’andamento è più graduale e distribuito nel tempo. I nostri sottoscrittori acquistano, in pratica, una quota dell’upside di aziende straordinarie: OpenAI, Stripe, Figma, Revolut, SpaceX, ByteDance, Canva, solo per citarne alcune del nostro Fondo 1. Il taglio minimo di ingresso è di 100 mila euro, pensato per garantire un certo livello di commitment, ma accessibile a una fascia crescente di investitori privati.
Quanto al tema della retail-izzazione, la nostra posizione è favorevole ma con forti cautele. In linea teorica, democratizzare l’accesso al venture capital è un passo positivo, ma devono essere chiariti alcuni aspetti chiave: l’illiquidità dell’investimento e la trasparenza su commissioni e comunicazioni commerciali. In altre parole, il gioco deve essere fair, e presentare un giusto equilibrio tra rendimento atteso, carico commissionale e sostenibilità del prodotto per tutte le parti coinvolte”.
Quali sono le reali tempistiche e opportunità di rendimento per chi investe in VC oggi? E come si sta evolvendo il mercato nei round e nella struttura dei deal?
“Il venture capital è un mercato di lungo periodo: in media puntiamo a restituire il capitale entro 10 anni, con l’upside nei successivi. Il secondario ci consente di accorciare questo periodo: nel Fondo 2, ad esempio, abbiamo appena acquistato un fondo 2015 che potrebbe iniziare a generare distribuzioni nei prossimi 2-3 anni. Nel 2025 abbiamo notato una crescente concentrazione dei round, spesso più grandi e focalizzati su startup più validate. Questo riflette una fase di messa a terra dell’infrastruttura AI, dove i capitali vengono allocati in modo più selettivo. Tuttavia, rimaniamo attivi nei round seed e Series A, dove vediamo ancora la migliore capital efficiency. Un punto importante è la diluizione: oggi è cruciale selezionare fondi che investono in founder capaci di usare il capitale in modo efficiente, con pochi round iniziali. Questo fa la differenza nei ritorni finali per chi, come noi, entra nei primi stadi”.

