Investire in terre rare, o meglio nelle aziende attive nella loro estrazione e lavorazione, è oggi più interessante che in passato? Dal nostro precedente aggiornamento di questo pezzo, realizzato ad aprile 2025, molte cose sono cambiate sui mercati. Se allora l’approccio sembrava ancora ipotetico, con le prime restrizioni alle esportazioni dalla Cina, oggi il recupero nell’autonomia di approvvigionamento di questi metalli critici, fondamentali per difesa, tecnologie verdi e dispositivi elettronici si è già tradotta in investimenti governativi e istituzionali che hanno spinto verso l’alto un pugno di titoli azionari di compagnie minerarie.
La Cina aveva reagito ai nuovi dazi statunitensi imponendo restrizioni all’export su sette terre rare già lo scorso aprile. Poi, una prima tregua sulle tariffe doganali aveva allontanato l’attenzione dalle future mosse della Casa Bianca, che nel giro di qualche mese ha inviato chiari segnali sulle sue intenzioni.
Il primo, a luglio: un acquisto di una quota diretta sul maggiore estrattore di terre rare americano, MP Materials, investendo 450 milioni in nuovi progetti e diventando primo azionista dell’azienda. Il secondo a inizio ottobre, un acquisto di una quota pari al 5% nella canadese Lithium Americas. Poi, questo ottobre, annunciando l’acquisto di una quota del 10%, per 30,5 milioni, sempre in Canada, con la Trilogy Metals. Altri colloqui sono stati confermati, a inizio ottobre, per una possibile esposizione in Usa Rare Earths.
E non c’è solo l’impegno del settore pubblico: anche il colosso bancario JPMorgan ha comunicato, in una nota ufficiale del 13 ottobre, l’avvio di una Security and Resiliency Initiative, “un piano decennale da 1.500 miliardi di dollari destinato a facilitare, finanziare e investire nei settori considerati cruciali per la sicurezza economica nazionale e la resilienza” degli Stati Uniti. Di questo budget, fino a 10 miliardi di dollari andranno in investimenti azionari diretti “per sostenere una selezione di imprese – principalmente negli Stati Uniti – nell’obiettivo di favorirne la crescita, stimolare l’innovazione e accelerare la produzione strategica”. Considerando la modesta capitalizzazione che ancora oggi possono vantare queste compagnie minerarie l’effetto di investimenti di questo tipo, sposta drasticamente le attese sui prezzi anche se potrebbe non essere così scontato trasformarli in utili. La realtà più grande, MP Materials capitalizza al momento meno di 17 miliardi di dollari – con un balzo di oltre nove volte rispetto ai valori di inizio anno. Altri nomi prominenti per i rialzi registrati hanno ancora dimensioni da Nio Corp capitalizza circa un miliardo, Usa Rare Earth, 4,4 miliardi – valori nel range di una Pmi americana inclusa nell’indice Russell 2000.
A dare una mano a questi titoli è stata l’ulteriore chiusura annunciata dalla Cina il 9 ottobre, quando il ministero del Commercio cinese ha annunciato che, a partire da dicembre, le società straniere dovranno ottenere una specifica licenza per esportare prodotti che contengano oltre lo 0,1% di terre rare di origine cinese. Lo stesso vincolo si applicherà ai prodotti realizzati utilizzando tecnologie cinesi di estrazione, raffinazione, produzione di magneti o riciclo.
Una cattiva notizia per l’approvvigionamento americano, che ha immediatamente rafforzato l’aspettativa sul fatto che, a prescindere da come finirà la guerra commerciale, la Casa Bianca aumenterà gli sforzi per rendere gli Usa meno ricattabili su queste materie prime strategiche.
Materialmente è possibile perché, come spiegato dal Politecnico di Torino, le terre rare sono relativamente abbondanti sulla crosta terrestre, “ma è l’estrazione, la lavorazione, la raffinazione e la purificazione” ad essere “un processo complesso, che necessita di tecnologie e capacità industriali ancor più rare delle Terre stesse, e per giunta con un impatto ambientale significativo”.
Etf in calo, ma singoli titoli in controtendenza
Per buona parte del 2025 investire sui prodotti tematici in terre rare è stato tutto fuorché redditizio. Oggi l’esito si è ribaltato. L’ETF tematico VanEck sulle terre rare guadagna l’80% da inizio anno al 13 ottobre; così come la controparte proposta da WisdomTree.
Ma com’è possibile vedere dal grafico in basso, le aziende esposte in modo più specifico alle terre rare hanno avuto rialzi decisamente più forti, moltplicando da inizio anni anche di sette volte la capitalizzazione. In questa lista, comunque non esaustiva, spiccano in particolare, la performance di NioCorp, seguita dalla Mp Materials e della canadese Trilogy metals. L’australiana Lynas Rare Earths, il maggior produttore di terre rare fuori dalla Cina, segue a distanza ma sempre con rialzi da vero per proprio boom.
Anche gli estrattori cinesi brillano
Nel 2025, China Northern Rare Earth, principale gruppo cinese specializzato, ha registrato un rialzo del 177%, con una massiccia accelerazione a partire da luglio. Anche Shenge resources ha mostrato una solida performance 148,26%.

