UniCredit ha deciso di passare al contrattacco: il possibile ricorso del governo all’esercizio del golden power, qualora non venissero rispettati alcuni paletti nell’acquisizione di Banco BPM, sarà oggetto di ricorso per vie legali. La banca guidata da Andrea Orcel ha annunciato in una nota che presenterà a breve un ricorso al TAR, precisando che l’iniziativa “supporterà l’Unione Europea nel suo esame della situazione”.
“Indipendentemente dal suo esito – si legge nel comunicato – il ricorso rappresenta una linea d’azione prudente, volta a ottenere chiarezza e una valutazione formale indipendente sulla corretta applicazione del golden power al caso specifico”.
In precedenza, la Consob aveva sospeso per 30 giorni l’Ops in corso (partita con scarse adesioni), chiedendo maggiore trasparenza a tutela degli azionisti di entrambe le banche. “In presenza di incertezza è necessario più tempo”, aveva dichiarato il presidente dell’Authority, Paolo Savona.
Già da novembre, la legittimità del golden power in questa operazione è apparsa, almeno in parte, discutibile. Nonostante la discrezionalità che caratterizza questo strumento — concepito per difendere asset strategici nazionali da scalate estere — il suo utilizzo è vincolato a precisi limiti di legge. In questo caso, il nodo giuridico non riguarda la proprietà di UniCredit, il cui azionariato è in larga parte straniero, ma che resta una banca italiana per sede e missione strategica. La normativa, del resto, consente l’applicazione del golden power anche in operazioni tra soggetti italiani. Ciò che deve emergere con chiarezza è l’esistenza di un interesse strategico nazionale effettivamente minacciato, che giustifichi, in modo proporzionato e motivato, l’esercizio di poteri straordinari.
“Il TAR, nei pochi precedenti che hanno riguardato la disciplina Golden Power, ha affermato che i poteri speciali sono espressione di una funzione di alta amministrazione e di ampia discrezionalità”, ha dichiarato a We Wealth, l’avvocato Francesco Mazzocchi – Counsel di ADVANT Nctm, “in questo quadro, i giudici amministrativi dovranno valutare se, nel caso concreto, i poteri sono stati esercitati in conformità con il diritto dell’Unione e, in particolare, con le norme sulla libertà di stabilimento delle società, con cui la disciplina Golden Power si pone in rapporto di naturale tensione. Secondo la Corte di giustizia, restrizioni a queste libertà fondamentali – tramite misure che possono ostacolare o scoraggiare l’acquisto di altre società – sono possibili, purché siano giustificate dalla presenza di una minaccia effettiva e sufficientemente grave alla sicurezza o ad altro interesse fondamentale della collettività. Questo il cuore della questione, il cui esito dipende largamente dalle motivazioni del provvedimento, di cui non sono a conoscenza”.
Un possibile esito? “Il Tar può sia decidere direttamente che rinviare la questione alla Corte di giustizia, sospendendo il giudizio, anche in attesa di un’eventuale decisione della Commissione europea sullo stesso tema, nel contesto delle prerogative concessele dalla normativa europea sul controllo delle concentrazioni (art. 21(4) del Regolamento 139/2004)”.
Esiste un motivo per vincolare l’operazione?
Le richieste avanzate dal governo offrono qualche indicazione sugli interessi ritenuti sensibili. Il primo punto riguarda la completa uscita di UniCredit dalla Russia — una questione che appare già sostanzialmente superata, dato il quasi totale disimpegno della banca dal Paese.
Il secondo vincolo impone il mantenimento del numero complessivo di filiali in Lombardia, dove Banco BPM detiene una quota del 13%, contro il 6% di UniCredit. L’obiettivo, verosimilmente, è assicurare una copertura adeguata del servizio bancario nella regione. Tuttavia, non si tratta dell’area in cui si registrano le maggiori sovrapposizioni tra i due istituti, il che riduce il rischio di razionalizzazioni significative.
L’aspetto probabilmente più strategico a livello nazionale riguarda però le politiche di investimento di Anima, l’asset manager controllato da Banco Bpm, che passerebbe sotto il controllo UniCredit in caso di successo dell’operazione. Il governo richiede che Anima mantenga, per almeno cinque anni, una esposizione agli emittenti italiani non inferiore a quella attuale. Questo vincolo è motivato dal timore che il passaggio sotto una banca a controllo internazionale possa indebolire il supporto al debito delle imprese italiane — o dello Stato stesso.
A confermare indirettamente questa interpretazione era stato, in passato, lo stesso Ceo di Banco BPM, Giuseppe Castagna, il quale aveva ricordato che Piazza Meda “lavora solo sull’Italia, si è fatta promotrice di spingere il più possibile i fondi verso i titoli italiani, non solo titoli di Stato ma anche investimenti in un mercato borsistico abbastanza debole”. E concludeva: “Nessuno si chiede se Anima, in una banca al 100% italiana, continuerà a investire in Italia… Evidentemente, non si pensa lo stesso dell’altra banca, che ha il 65% delle attività all’estero”.
Ma la domanda resta: il mantenimento delle attività di Anima in Italia rappresenta davvero un interesse strategico per il Paese? Un cambiamento sulle sue politiche di investimento modificherebbe ad esempio il costo di servizio del debito nazionale?
UniCredit, che aveva risposto ufficialmente al tema il 22 aprile, ha ribadito la “chiara intenzione di mantenere o incrementare l’esposizione dell’entità combinata alle PMI, supportandole attraverso le proprie fabbriche prodotto di eccellenza”. Tuttavia, ha messo in guardia: “Le prescrizioni imposte rischiano di compromettere la piena libertà e capacità della banca di adottare decisioni coerenti con i principi di sana e prudente gestione, e potrebbero addirittura comportare effetti indesiderati — come l’imposizione di sanzioni per presunta inosservanza di una qualsiasi condizione”.
Intanto, nonostante gli sviluppi sull’acquisizione di Anima da parte del Banco, l’operazione rimane formalmente in campo. Lo precisa la stessa UniCredit, pur riconoscendo che l’acquisizione di Anima a un prezzo più elevato, unita alla mancata concessione del Danish Compromise, ha significativamente ridotto l’attrattiva dell’offerta. “Il premio del 15% calcolato sul prezzo undisturbed di BPM è ora implicitamente aumentato”, sottolinea la banca, “poiché Anima è stata acquisita successivamente a condizioni peggiorative rispetto a quelle inizialmente annunciate, generando una distruzione di valore”.
Al di là delle polemiche, non troppo velate, sulla gestione dell’operazione da parte di Banco BPM, il nodo cruciale resta la rimozione dell’incertezza legata al golden power. Come si legge nel comunicato diffuso da UniCredit il 23 maggio, “l’Offerta rimane soggetta all’esito delle verifiche in corso relative al procedimento golden power (incluse tutte le iniziative e azioni attuali o imminenti) e all’esame antitrust. Pertanto, UniCredit non è ancora in grado di prendere una decisione definitiva sul completamento dell’operazione”.

