La tassa globale su Facebook e Amazon? Se tutti sono d’accordo

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Continuano le discussioni sulla minimum global corporate tax. Il G7 sarebbe vicino a un accordo per neutralizzare (o quasi) l’arbitraggio fiscale delle grandi multinazionali. Ne abbiamo parlato con Filippo Diodovich, market strategist per IG

Le economie del G7 hanno anticipato a questa settimana (4-5 giugno) i colloqui che dovrebbero portare a luglio all’approvazione dell’imposta societaria minima globale. I funzionari dei sette paesi (Usa, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Canada) si incontreranno a Londra, riporta Reuters.
In Irlanda la corporate tax è attualmente al 12,5%: un livello più che appetibile per qualunque impresa. Ora potrebbe arrivare al 21%, se si seguisse la proposta di Biden. O al 15%, «dando seguito al compromesso richiesto da Francia e Irlanda», dice Filippo Diodovich, market strategist per IG. Ma l’analista non vede vicino l’orizzonte di una tassa globale minima sulle multinazionali. L’ondata egualitarista post pandemica sta spingendo le sette economie più avanzate verso una tassa minima globale per tutte quelle aziende talmente grandi da potersi permettere di scegliere dove collocare la propria sede fiscale (cd. arbitraggio fiscale).
«Mettere d’accordo tutti i paesi sarà difficile. La minimum global corporate tax sarà una tassa che può funzionare solo se la applicano tutti i paesi coinvolti. Percorso a mio avviso molto spinoso».

Sicuramente però un’eventuale approvazione coordinata della norma a livello globale avrebbe impatto sui titoli tecnologici. «Le big tech sarebbero le più colpite, con una rotazione dei portafogli verso altri segmenti. Poi, a catena, un aumento generalizzato delle tasse colpirebbe tutti gli altri settori, non necessariamente solo i tecnologici. Restringendo il discorso agli Usa, la corporate tax di Biden potrebbe colpire anche le corporation industriali che stanno iniziando a riaprire solo ora».

Ad ogni modo un altro è il fattore di rischio che preoccupa i mercati, secondo lo strategist. «A mio avviso, agli investitori spaventa più l’inflazione, che una più elevata tassa sui profitti. La questione fiscale comporta un processo lungo, spinoso. La salita del livello dei prezzi è invece imminente, anche se i banchieri centrali la dicono temporanea». Il rischio vero, secondo Filippo Diodovich, è che «tutte quelle bolle createsi in settori come il tech, l’immobiliare, le criptovalute, possano scoppiare».

Stando alla bozza dell’incontro letta da Reuters, i ministri delle finanze e i banchieri centrali del G7, nella seduta londinese del 4 e del 5 giugno, dichiareranno di voler assicurare «una sostenibilità di lungo termine alle finanze pubbliche». Il che tradotto vuol dire un graduale ritiro del massiccio intervento statale dalle economie, con un ritorno della severità fiscale. Un accordo a livello di G7 costituirebbe un fattore propulsivo per un simile accordo a livello Ocse. Si tratterebbe della «più grande scossa fiscale in cent’anni», come scrive il Ft. E se è vero che l’accordo non sarà facile, è anche vero che gli ispiratori attuali di questa iniziativa, gli Usa, hanno già dato mostra di poter scendere a compromessi, passando dall’aliquota iniziale proposta del 21% a quella del 15%.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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