Strictly impact: un mercato (sostenibile) da oltre 100 milioni di euro

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Il mercato italiano “strictly impact” è più che raddoppiato nell’ultimo quadriennio, raggiungendo i 109 milioni di euro. Ma di che approccio si tratta?

Il numero di investimenti annui è scivolato da 9 a 39 nel quadriennio 2017-2020, per un tasso annuo di crescita composto del 77%

Solo nell’ultimo biennio, gli operatori attivi sono passati da quattro a sei (+50%) mentre il capitale disponibile è impennato di 41 milioni di euro

Marco Gerevini: “Questo approccio ha un grande potenziale trasformativo e auspico che il movimento dell’impact investing riesca a preservarlo nel tempo”

Prosegue la corsa della finanza sostenibile tricolore: il mercato italiano “strictly impact” è più che raddoppiato negli ultimi quattro anni, scivolando dai 46 milioni di euro del 2017 ai 109 del 2020 (per una crescita del 137%). Un approccio tipico degli investitori che operano secondo logiche di “impact first”, dando priorità agli obiettivi d’impatto (mentre quelli di rendimento possono essere tipicamente inferiori agli standard di mercato), su un orizzonte temporale di medio-lungo periodo e tenendo conto dei tre principi fondamentali di un impact investment “puro”: intenzionalità, addizionalità e misurabilità dell’impatto sociale, ambientale e culturale perseguito.
A scattare la fotografia a tinte “green” è la Fondazione social venture Giordano Dell’Amore, braccio strategico e operativo della Fondazione Cariplo nell’ambito dell’impact investing, che rivela come il numero di investimenti annui (che comprende anche eventuali follow-on) sia passato da 9 a 39 nel quadriennio 2017-2020, per un tasso annuo di crescita composto del 77%. L’ammontare investito annualmente, invece, ha sfiorato i 13 milioni di euro nell’anno della crisi, contro i 6,5 milioni del 2017, per un totale di 41,5 milioni nel periodo considerato. Analizzando solo l’ultimo biennio, gli operatori attivi sono passati da quattro a sei (+50%), mentre il capitale disponibile è impennato di 41 milioni di euro (dai 68 milioni del 2019 a 109 milioni nel 2020, per una crescita del +60%).
“In Italia sono ancora pochi, ma con capitale disponibile crescente, gli investitori che operano secondo una logica strettamente impact. È una logica diversa da quella degli investimenti sri (sustainable and responsible investment) o esg (environmental, social, governance) e privilegia investimenti in soggetti che hanno l’obiettivo dichiarato di creare impatto. Un impatto misurabile, definito ex ante e parte integrante del modello di attività e del piano industriale”, osserva Marco Gerevini, consigliere di amministrazione della fondazione. “Questo approccio ha un grande potenziale trasformativo. Auspico che il movimento dell’impact investing riesca a preservarlo nel tempo”.

Allargando lo sguardo all’impact investing nella sua accezione più ampia, secondo i dati dell’Impact investor survey 2020 del Global impact investing network analizzati dalla fondazione, si parla di un mercato da 715 miliardi di dollari a livello globale. Un settore in crescita anche nella Penisola, dove la finanza a impatto ha raggiunto un volume totale di otto miliardi di euro nel biennio 2018-2019, di cui due miliardi sotto forma di asset gestiti da operatori di private equity (rivela l’ultimo Social impact 2019 condotto da Tiresia). Si parla di un totale di investimenti in equity effettuati dai soggetti intervistati al momento dell’ingresso nell’industry di 1.263,4 milioni di euro, mentre i finanziamenti erogati sotto forma di credito alle organizzazioni a impatto sociale è di 6.767,8 milioni.

Nella visione della Fondazione social venture Giordano Dell’Amore, “l’impact investing è la frontiera più avanzata della finanza sostenibile, la truppa di assaltatori e sminatori che bonifica e mette in sicurezza il terreno per l’arrivo della fanteria e dei mezzi che, a loro volta, rafforzano e fortificano ulteriormente il terreno perché possa diventare sicuro da percorrere. Per ogni investitore e per ogni impresa”, si legge nello studio. Ma sebbene i ricercatori auspichino che il settore possa beneficiare in futuro di un’attenzione crescente da parte delle istituzioni europee, la strada da percorrere “è ancora lunga”, avvertono. Secondo la fondazione, sono in particolare tre le strade da intraprendere, rispettivamente in relazione all’offerta, alla domanda e al mercato. Nel primo caso, risulta a loro giudizio necessario un incremento dei capitali disponibili, un’evoluzione degli strumenti finanziari per le imprese e una capacità di accompagnamento e supporto; quanto alla domanda, si suggerisce un rafforzamento delle competenze imprenditoriali e manageriali, oltre a una capacità di utilizzo degli strumenti di misurazione d’impatto; e in relazione al mercato, infine, si cita un rafforzamento delle infrastrutture di supporto, dai centri di ricerca all’università, dagli incubatori agli acceleratori. Ma anche advisor e servizi professionali.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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