Il mercato del rame è una delle storie più interessanti di questo 2025 segnato dall’intelligenza artificiale e dalle ripercussioni dei dazi: su questo metallo, noto per le sue eccellenti caratteristiche di conducibilità elettrica, entrambe le dinamiche hanno inciso profondamente sul prezzo. In particolare, hanno agito congiuntamente la crescita della domanda di rame per utilizzi industriali — inclusa la costruzione dei data center — e le interruzioni della produzione in vari siti estrattivi, insieme al timore che in futuro il rame raffinato possa essere incluso tra i prodotti soggetti a dazi statunitensi sulle importazioni. Da inizio anno al 15 dicembre il future continuous sul rame è cresciuto del 35%, con una performance del 9% solo nell’ultimo mese. Venerdì 12 dicembre il rame ha toccato un massimo a 11.816 dollari per tonnellata sul London Metal Exchange.
Con gradazioni diverse, il consenso degli analisti è generalmente orientato a ritenere che il rincaro del rame possa proseguire anche nel 2026.
“Se guardassimo solo il grafico, potremmo pensare che il rally del rame sia la somma lineare di una serie di fattori macro favorevoli”, ha raccontato a We Wealth il market analyst di eToro, Gabriel Debach. “L’elettrificazione e l’AI che sostengono la domanda, le aspettative di tagli della Fed che alleggeriscono il costo del capitale, un dollaro più debole che supporta le materie prime e un miglioramento del sentiment sulla Cina e sulla crescita globale che dà fiato al comparto. A questo quadro si aggiungono le interruzioni dell’offerta, i dazi statunitensi, le contromisure cinesi e la corsa agli investimenti in conto capitale legati all’AI. Tutti elementi che hanno contribuito a rafforzare la narrativa rialzista”.
Ma è con la reazione dei trader alla minaccia dei dazi che la vicenda del rame si fa davvero interessante. Nel timore che questo metallo potesse essere soggetto a tariffe, gli investitori si sono affrettati a importare rame negli Stati Uniti. Di conseguenza, la domanda elevata sul mercato americano ha reso il rame nettamente più caro a New York rispetto a Londra, l’altra piazza principale in cui viene fissato il prezzo di questa materia prima. Questa differenza ha creato distorsioni e, per alcuni operatori, opportunità di guadagno. Una prima conseguenza è intuitiva: i produttori di rame preferiscono vendere negli Stati Uniti e prevedono di imporre costi extra per rifornire i clienti europei e asiatici.
“Il mercato non ha dimenticato il 31 luglio, quando il rame al COMEX, il mercato statunitense, crollò sui timori dei dazi”, ha affermato Debach. “Oggi gli operatori sembrano giocare d’anticipo. Nel timore che entro il 2026 vengano introdotte tariffe sul rame raffinato, gli stoccaggi americani vengono riempiti con mesi di anticipo. L’America accumula, New York entra in contango, Londra si svuota e scivola in backwardation”. Con questi due termini inglesi si intendono due situazioni contrapposte: nel primo caso il prezzo della materia prima per consegna futura è superiore al prezzo spot, nel secondo è l’opposto. Se negli Stati Uniti i future sul rame sono in contango, ciò segnala un’abbondanza di metallo a livello locale.
In teoria questi squilibri dovrebbero riassorbirsi nel tempo, ma c’è chi ritiene che, nel caso del rame, ciò non implicherà necessariamente un calo dei prezzi.
“Ci aspettiamo che gli Stati Uniti accumulino le scorte globali di rame e, in uno scenario rialzista, attingano ulteriormente a stock già ridotti al di fuori degli Usa”, hanno dichiarato gli analisti di Citi in una nota. La domanda di rame resta forte e si concentra in un mercato specifico, quello statunitense, mentre l’offerta globale mostra segnali di indebolimento. Su quest’ultimo fronte, infatti, l’offerta di rame si è indebolita a causa di una sequenza di interruzioni produttive, fra cui la force majeure dichiarata da Freeport nella miniera indonesiana di Grasberg — la seconda al mondo per dimensioni — il cui pieno ritorno alla normalità è rinviato al 2027; l’allagamento della miniera di Kamoa-Kakula nella Repubblica Democratica del Congo; e l’incidente che ha colpito la miniera cilena di El Teniente. In parallelo, il Cile continua a soffrire il deterioramento delle qualità del minerale e problemi operativi strutturali, mentre Ivanhoe Mines ha già rivisto al ribasso le stime produttive di Kamoa-Kakula, confermando un quadro di offerta mineraria strutturalmente più fragile del previsto.
Secondo una nota di Deutsche Bank, le guidance di vari produttori di riferimento hanno ridotto la produzione prevista per il 2026 di circa 300.000 tonnellate, preannunciando un deficit tra offerta e domanda di rame nel prossimo anno.
Sempre secondo Citi, il rame potrebbe raggiungere quota 13.000 dollari per tonnellata all’inizio del 2026 e toccare i 15.000 dollari entro metà anno. Più cauta la previsione espressa da ING lo scorso 8 dicembre, in cui la banca olandese vedeva i prezzi salire fino a 12.000 dollari prima di ripiegare in area 11.000–11.500 dollari nella seconda metà del 2026.
Oltre al rame, anche l’alluminio potrebbe offrire potenziale nel prossimo anno, ma nel senso opposto: come scommessa al ribasso. “È il gemello diverso del rame. L’industria lo utilizza come sostituto naturale quando il rapporto di prezzo tra i due metalli raggiunge livelli estremi. È ciò che sta accadendo ora”, ha affermato Debach. “L’esplosione delle quotazioni del rame sta spingendo i produttori di cavi e componentistica a valutare ogni possibile margine di sostituzione con l’alluminio. Non sorprende che proprio qui emergano le strategie relative più interessanti. Goldman Sachs indica la coppia long rame e short alluminio come la scommessa più efficace in un orizzonte fino a dicembre 2027. Le ragioni sono strutturali: il rame resta intrappolato in una tensione fisica che fatica a riassorbirsi, mentre l’alluminio si avvia verso un ciclo di abbondanza. L’incremento dell’offerta, trainato soprattutto dall’Indonesia, apre la strada a un surplus nel 2026 e a una discesa dei prezzi verso 2.350 dollari la tonnellata”.

