Vini pregiati d’Italia, in alto i calici e il tricolore

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Gaja, San Guido, Antinori, Ornellaia: loro, il vino, lo fanno meglio degli altri. Con buona pace, almeno per il 2020, dei premier cru di Bordeaux e dei chateau di Borgogna. E il mercato è sempre più vario

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Mai così tanta Italia era stata presente nella lista annuale Power 100, stilata da Liv-ex, il più grande marketlace di vini pregiati, che ogni anno sulla base di molti parametri presenta quali sono i cento migliori produttori dell’anno. In un mondo appannaggio dei grandi nomi francesi per la prima volta quattro dei dieci migliori vini del 2020 e diciassette dei migliori cento, hanno etichetta italiana. Continua così il sempre più diffuso apprezzamento di investitori e intenditori per i vini nostrani.

Le meraviglie d’Italia

“Bordeaux in calo e gli altri in crescita: la domanda era chi avrebbe vinto?” si apre con questo interrogativo la tredicesima edizione della classifica di Liv-ex. Il titolo del report “The Power 100 2020 – The Italian Job”, non lascia molti dubbi a riguardo. Il 2020 ha incoronato l’ascesa dei vini italiani. Gaja (3° posto), Sassicaia (tenuta San Guido; 4°posto), Ornellaia (6°posto), Masseto (9°posto), Solaia (Antinori, 13°posto), in ordine di apprezzamento. Il che porta subito a una considerazione: i vini piemontesi sono andati alla ribalta ma sono ancora i “super tuscan” a fare da apripista del nettare italico sulla tavola dei critici.

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In particolare, Sassicaia sembra essere divenuto per prestigio il Romanée Conti (per la prima volta fuori dalla top venti) d’Italia. “Se c’è un’etichetta che potrebbe confermarsi o addirittura migliorare il proprio piazzamento l’anno prossimo, questo è il Sassicaia. È un vero marchio, molto apprezzato dalla critica, che produce volumi decenti e ha una distribuzione eccellente” si legge sul report. Anche gli altri nomi non sono da meno, con Ornellaia e Masseto che nell’ultimo anno hanno scalato rispettivamente 85 e 61 posizioni. L’ascesa dei vini di Langa è invece rappresentata dal rimbalzo che ha avuto Gaja, passata dal 41° al 3° posto, e che negli ultimi anni “ha stabilito il ritmo per il nord Italia”. Sebbene la sua marcia sia inciampata in aumenti di prezzi troppo prematuri per essere assorbiti dal mercato, ora non c’è più motivo per non averlo nella propria cantina.

La qualità a buon prezzo

Secondo Georgina Crawley, business director di Goedius, oltre che alla sempre più fervida competizione tra iconici e nuovi produttori e un ritorno alle origini nel modo di fare il vino, il crescente interesse per i vini piemontesi è infatti dettato da prezzi accessibili “La “Côte de Nuits” d’Italia in termini di dimensioni e diversità di produzione, ha anche una “diversità di prezzo, che è incredibilmente attraente” ha commentato Crawley. Soprattutto, sottolinea Brett Fleming di Armit Wines, (estendendo il ragionamento a tutti i vini nostrani) se paragonati a quelli dei vini Francesi, il che potrebbe essere un fattore chiave, anche alla luce della ripresa del commercio post covid. Lato “Super Tuscan” ha giovato anche la messa in commercio un’ottima annata come quella del 2015. Infine dieci nuovi vini sono entrati nella top 100 quest’anno, alcuni dei quali hanno fatto passi da gigante. Ad esempio, Luciano Sandrone (Piemonte) è salito di 215 posizioni al 62 ° posto, Biondi-Santi (Brunello) è salito di 165 posizioni e Tua Rita è salita di 153 posizioni nell’elenco.

Un mercato mai cosi tanto vario

È diventato un po’ un mantra dire che il mercato dei vini pregiati è sempre più ampio, con ogni anno un nuovo record di etichette commerciate, ma il 2020 non fa eccezione. Il numero di vini scambiati sulla piattaforma Liv-ex è infatti salito del 37,2% a 8.734, il numero di marchi sono aumentati del 42% a 1.420,  (quelli papabili ad entrate nella classifica del 12,8% arrivando a 325). Questa crescita e diversificazione ha costretto cinque bordolesi e dieci borgognoni ad essere sostituiti da nove italiani, due statunitensi, un rodano, un australiano e uno spagnolo. Queste variazioni si riflettono anche sulla quota per valore di ogni regione. Il Bordeaux è in severa contrazione rispetto ai massimi del 2010, quando valeva quasi il 95% del mercato, e si sta riportando ai livelli del 2000 (circa il 50%). Il Borgogna, candidato antagonista del reame bordolese e protagonista di un rally persistente negli ultimi tre anni, si è preso una pausa riportando la sua quota di mercato al 16,9% rispetto al 19,5% dell’anno scorso. Ne ha beneficiato in primis l’Italia che ha raddoppiato la sua quota commerciale arrivando a valere il 15,3%. Infine, lo champagne è rimasto invariato all’8,7%, il Rodano ha raggiunto il 3,4% degli scambi mentre continua la sua ostinata marcia in avanti la categoria Resto del mondo che ha raggiunto, quest’anno all’insegna dei vini californiani, il 12,9%,  

di Lorenzo Magnani

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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