Ecco i sei vini italiani che possono definirsi icone

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
9.9.2021
Tempo di lettura: 3'
Ci sono vini e vini. Poi ci sono le icone, etichette senza tempo il cui nome riecheggia in ogni dove, anche in Oriente. Ecco la storia dei sei vini d'Italia
Il mondo del vino è pieno di sedicenti icone. Ma la realtà vuole che sono pochi i vini che si possono fregiare di questo titolo. In Italia, ad esempio, la decantata etichetta di primo della classe può spettare solo a sei produttori. O almeno così la pensa Sarah Heller, una delle più giovani Master of Wine in Asia, che in un suo recente articolo per Tatler ha ripercorso la storia di sei mostri sacri nostrani: Sassicaia, Montevertine Le Pergole Torte, Aldo Conterno Granbussia, Biondi Santi Tenuta Greppo Brunello Riserva e Masseto.

Sassicaia


All'appello non può certamente mancare il re dei “Super Tuscans”, il primo a meritarsi questo appellativo. La sua origine si deve al piemontese Mario Incisa della Rocchetta, cugino per matrimonio della famosa famiglia di vini Antinori, che decise di produrre vino da vitigni bordolesi – cabernet trasportati appositamente nella sassosa (da qua Sassicaia) Bolgheri. Le prime annate prodotte, solo per il consumo familiare negli anni '40, erano definite dalla gente del posto "acetose". Le cose cambiarono quando, nel 1972, gli Antinori assunsero la distribuzione commerciale del vino. Il successo fu quasi immediato, certamente duraturo. Al punto che il governo italiano ha creato la categoria IGT (Indicazione Geografica Tipica), proprio per indicare vini di alta qualità che non aderiscono alla tradizione. Il vino stesso porta la chiara impronta del modernismo.

Montevertine Le Pergole Torte


Se il Sassicaia è il volto moderno dei Super Tuscan, Pergole Torte è quello più tradizionale. Si tratta infatti di un vino fatto in una regione tradizionale (Radda, sulle colline del Chianti Classico) da un'uva tradizionale (sangiovese) che non poteva stare in una denominazione tradizionale, a causa di rigidità burocratiche. Il motivo è che la classificazione Chinati DOC introdotta nel 1967 era riconsosciuta solo a quei vini che venivano prodotti con la"formula Ricasoli", sviluppata dal Barone Ricasoli nel 1872. Tale metodo prevedeva l'uso di uve bianche nella miscela per aiutare ad ammorbidirle per il consumo anticipato. Sergio Manetti, veterano dell'industria dell'acciaio, quando comprò Montevertine come casa per le vacanze e piantò due ettari di vigne sul suo terreno, decise di produrre il suo “Chianti” con solo uve sangiovese.

Aldo Conterno Granbussia


Cambiando regione e trasferendoci nelle terre del Barolo, una menzione speciale non può non essere fatta al Granbussia di Aldo Conterno. Figlio minore di Giacomo, produttore che da il nome all'omonima cantina, Aldo è stato spesso dipinto come un modernista in contrasto all'irriducibile tradizionalismo del fratello, che portò avanti la produzione dell'austero e classico Monfortino della sua famiglia. La verità è che attraverso innovazioni relativamente piccole e sensibili che enfatizzano le qualità essenziali dell'uva nebbiolo piuttosto che oscurarle sotto miglioramenti cosmetici (non ha mai ceduto al richiamo della barrique), Conterno ha probabilmente camminato sulla linea tra tradizione e innovazione, frutto della sua breve esperienza in California per studiare i vini della Napa Valley.

Biondi Santi Tenuta Greppo Brunello Riserva


Il Brunello di Montalcino per eccellenza ha origini lontane. Fu prodotto per la prima volta da Clemente Santi, chimico sperimentatore che decise nel 1860 di presentarsi ai concorsi di vino in giro per la Toscana con il suo vino secco a base di sangiovese. Allora la denominazione di Brunello di Montalcino era lontano anni luci. Il successo senza precedenti arrivò nel 1971, quando Franco Biondi Santi, I suoi vini dolci di moscatello, anche se tenuti in grande considerazione, non erano l'obiettivo principale di Santi, considerato la quintessenza del volto moderno della leggendaria cantina, produsse il suo primo Brunello Riserva. Conosciuto affettuosamente dagli abitanti di Montalcino come "Dottore Franco", il rampollo di famiglia ha continuato a produrre un grande Brunello secondo standard esigenti, resistendo alla tentazione di accorciare i tempi di invecchiamento, passando da botti neutre di Slavonia a nuove barrique francesi o ritardando la

Bruno Giacosa Le Rocche Del Falletto Barolo Riserva


La storia recente del Barbaresco è definita da due personaggi grandi produttori: Angelo Gaja e il defunto Bruno Giacosa. Il primo è meglio conosciuto per la sua volontà di portare innovazioni straniere come le vendemmie verdi e le barrique in questo piccolo angolo rurale del Piemonte; il secondo per sapere valorizzare al meglio le qualità di fondo dei migliori vigneti del territorio.
I vini di Giacosa, fatti con uve provenienti dai migliori siti della regione e imbottigliati individualmente, hanno dato il via alla mania dei vini "cru" che da allora non si è mai spenta. Giacosa è da ringraziare per la fama di vigneti come Santo Stefano, Asili di Barbaresco, Vigna Rionda e Falletto di Barolo. Le Rocche del Falletto, con la caratteristica etichetta rossa che Giacosa ha conservato per i suoi migliori sforzi, è tra i vini più grandi d'Italia.

Masseto


Super Tuscan prodotto con il merlot e nato come una propaggine dell'Ornellaia, che deve la sua bontà e celebrità a Lodovico Antinori. Per rivaleggiare con il Sassicaia di suo cugino, il Marchese iniziò a produrre un Masseto a dominanza di cabernet sauvignon, che ben presto superò il suo fratello maggiore in reputazione (e prezzo). Il giovane Lodovico aveva originariamente intrattenuto i sogni di una cantina californiana, ma fu reindirizzato dall'enologo russo-americano André Tchelistcheff, che consigliò al Marchese di tornare alle proprietà di famiglia a Bolgheri e che divenne negli anni '80 il primo consulente della Tenuta. Tchelistcheff trovò un pendio inutilizzato nella proprietà che era troppo ricco di argilla per i cabernet ma che sospettava potesse essere una miniera d'oro per il merlot. Di ragione ne aveva da vendere.

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