Patrimoni apolidi: la ricchezza che resta senza cittadinanza familiare

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Uomo con occhiali e barba, abito scuro, cravatta. Testo "AGORÀ FILIPPO ALBERTO TRESCA".

Tra le donne italiane nate nel 1975 quasi una su quattro non ha figli; nella generazione dei loro genitori era una su dieci. Cresce così il numero di patrimoni — e di aziende — destinati a non avere una discendenza diretta. Un fenomeno che il nostro diritto successorio, pensato per famiglie larghe e stabili, non è attrezzato a
governare.

La pianificazione patrimoniale è nata attorno a una domanda: come trasmetto ai figli ciò che ho costruito? Tutta la sua cassetta degli attrezzi — dalle donazioni ai patti successori consentiti, fino alle architetture societarie familiari — presuppone un destinatario naturale. Ma questo presupposto si sta silenziosamente sgretolando. Secondo l’Istat, nel 2024 i nati sono scesi a 369.944, con un numero medio di figli per donna pari a 1,18, minimo storico; e mentre tra le donne nate nel 1947 restava senza figli il 10%, nella coorte del 1975 la quota ha raggiunto il 23% (1). Proiettati sui prossimi trent’anni, questi numeri descrivono una massa senza precedenti di patrimoni immobiliari, finanziari e imprenditoriali che non troveranno un erede in linea retta. A cui vanno aggiunte le situazioni, frequentissime nella pratica, degli “eredi di fatto assenti”: parenti lontani, rapporti interrotti, famiglie ricomposte in cui i legami giuridici non coincidono più con quelli affettivi. Sono quelli che, nella pratica professionale, ho preso a chiamare patrimoni apolidi: ricchezze che hanno perso la cittadinanza naturale della famiglia e non ne hanno ancora ricevuta un’altra. Il wealth planning si trova così davanti a un problema che non è una variante del passaggio generazionale: è il suo rovescio. Non “come trasmettere”, ma “a chi, e per che cosa”.

Un diritto successorio pensato per un altro mondo
Il primo nodo è normativo
, e vale la pena guardarlo in faccia. Il nostro sistema di successione legittima è figlio di un’Italia di famiglie numerose e radicate: in assenza di testamento, chiama all’eredità i parenti fino al sesto grado (artt. 565 e seguenti del codice civile) e, solo in mancanza di qualunque successibile, devolve il patrimonio allo Stato ai sensi dell’art. 586 (2). In quel mondo, la regola aveva un senso: da qualche parte, un parente prossimo si trovava sempre. Applicata alle biografie di oggi — figli unici di figli unici, reti familiari corte, legami affettivi fuori dal matrimonio — la stessa regola produce esiti che nessuno sceglierebbe: il patrimonio di una vita al cugino di secondo grado individuato dopo mesi di
ricerche genealogiche, o disperso in una pluralità di successibili che non si conoscono tra loro. Il carico fiscale completa il paradosso: fratelli al 6% con franchigia di soli 100mila euro, altri parenti fino al quarto grado al 6% senza franchigia, estranei all’8% senza franchigia, contro il 4% e un milione di franchigia riservati a coniuge e figli (D.Lgs. 346/1990, come riformato dal D.Lgs. 139/2024) (2). Chi non dispone, in sintesi, consegna il proprio patrimonio ai parenti più remoti con la tassazione più alta: l’esatto contrario di ogni logica di pianificazione. E c’è un ulteriore corto circuito che la pratica professionale incontra di
continuo: la persona più vicina della vita — il convivente non sposato né unito civilmente — per la successione legittima semplicemente non esiste, e se beneficiato per testamento è trattato dal fisco come un estraneo, con l’aliquota massima e senza franchigia. È la distanza tra due idee di successione che il codice non distingue ma la realtà sì: la successione anagrafica, che misura la prossimità in gradi di parentela, e quella che si potrebbe chiamare successione biografica, che la misura in anni condivisi, cure prestate, fiducia accordata. Il nostro ordinamento conosce solo la prima; le vite contemporanee sono ordinate dalla seconda. In mezzo, patrimoni interi.

Il patrimonio come biografia interrotta
C’è poi un nodo che i codici non vedono. Un patrimonio non è un saldo contabile: è la sedimentazione di scelte, rinunce, rischi presi e lavoro di una vita — una biografia scritta in forma di beni. Quando esiste una discendenza, questa biografia ha un lettore designato: i figli ne raccolgono il senso insieme alla sostanza, e persino i conflitti ereditari sono, a loro modo, una forma di continuità. Quando la discendenza non c’è, il patrimonio rischia di sopravvivere al suo significato: gli immobili diventano pratiche, i titoli diventano giacenze, l’azienda diventa un problema di qualcun altro. È per questo che la successione senza eredi non può essere trattata come un caso particolare della successione ordinaria: manca il meccanismo che dà automaticamente un senso alla trasmissione. Quel senso va costruito
deliberatamente, e nessuna norma può farlo al posto dell’interessato. Si aggiunga un elemento psicologico che il consulente incontra ogni volta: pianificare la propria successione è già difficile per chi ha figli, che almeno può raccontarsela come un atto di protezione verso qualcuno; per chi non li ha, è una confrontazione nuda con la propria finitudine, senza alibi affettivi. Non stupisce che il silenzio sia la risposta più diffusa. Ma il silenzio, in questa materia, è esso stesso una disposizione: significa scegliere il sesto grado di parentela e l’aliquota più alta.

L’azienda orfana: una questione che supera il privato
Il capitolo più serio riguarda le imprese. Quando il titolare senza successori designati esce di scena, il problema smette di essere privato: riguarda i dipendenti, la filiera, il credito, il territorio. Un’azienda “orfana” entra in una terra di nessuno in cui nessuno ha il potere — o la legittimazione — di decidere: gli affidamenti si irrigidiscono, i clienti strategici si cautelano, i collaboratori migliori aggiornano il curriculum. E qui la cultura d’impresa italiana aggrava il quadro: la cessione dell’azienda è ancora percepita come una sconfitta personale, quasi che vendere equivalesse ad ammettere che la propria opera non meritava di continuare in famiglia. Così si resta in mezzo al guado: non si vende, perché vendere è un lutto; e non si costruisce un’alternativa, perché costruirla obbligherebbe a nominare l’innominabile. Il risultato statisticamente più probabile è il peggiore di tutti: la liquidazione per esaurimento, che distrugge valore per tutti gli attori coinvolti e non onora affatto la storia dell’imprenditore — la tradisce.

Il segnale dei lasciti solidali
Eppure qualcosa si sta muovendo, e viene da dove non ci si aspetterebbe: dal non profit. Secondo l’indagine 2025 del Comitato Testamento Solidale con VITA, la quota di organizzazioni non profit italiane che hanno ricevuto almeno un lascito è salita dal 61% del 2020 al 77% del 2024, e il peso dei lasciti sulla raccolta fondi complessiva è quasi raddoppiato nello stesso periodo, dall’8% al 14% (3). È un indizio prezioso: dice che una parte crescente di italiani ha già capito che un patrimonio può avere una missione oltre che un destinatario, e che l’assenza di eredi può rovesciarsi in libertà di progetto. Chi non ha legittimari — o ha come unico legittimario il coniuge — gode infatti della più ampia libertà testamentaria che il nostro ordinamento conosca: nessuna quota di riserva, nessun equilibrio tra figli da custodire. È una libertà rara, e proprio per questo impegnativa: dove non arriva la legge, deve arrivare una volontà espressa, scritta bene e presidiata.

Le direzioni possibili
Gli strumenti per dare forma a questa volontà non mancano, e il quadro uscito dalla riforma del 2024 è più chiaro che in passato: un testamento redatto con tecnica professionale e affidato a un esecutore; il trust, la cui fiscalità è stata finalmente stabilizzata dal nuovo art. 4-bis del D.Lgs. 346/1990 (4); i lasciti a enti del terzo settore, esenti da imposta ai sensi dell’art. 82, comma 2, del Codice del Terzo settore (2); e, per l’impresa, la cessione programmata o il trasferimento a chi già la fa funzionare. Ma sarebbe un errore partire da qui: gli strumenti sono l’ultimo miglio. Il primo è una decisione che nessun professionista può prendere per il cliente: che cosa deve dire di lui il suo patrimonio, quando non potrà più dirlo lui stesso. Un patrimonio apolide non è un patrimonio senza destino: è un patrimonio in attesa che qualcuno gli conferisca una nuova cittadinanza — una persona, una causa, un’impresa che continui. Quel conferimento si esercita da vivi: l’alternativa non è lasciare il patrimonio a nessuno — è lasciarlo al caso.


(1) Istat, “Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2024”, 21 ottobre 2025: 369.944 nati, numero medio di figli per donna pari a 1,18; quota di donne senza figli pari al 10% nella coorte 1947 e al 23,0% nella coorte 1975 (www.istat.it).
(2) Artt. 565 ss. e 586 del codice civile; D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 (aliquote e franchigie dell’imposta sulle successioni e donazioni), come modificato dal D.Lgs. 18 settembre 2024, n. 139; art. 82, comma 2, D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 117 (Codice del Terzo settore).
(3) Comitato Testamento Solidale e VITA, indagine 2025 sui lasciti solidali in Italia, in: Vita.it, “Il futuro del Terzo settore è scritto nelle ultime volontà: in Europa è boom del lascito solidale” (www.vita.it).
(4) Art. 4-bis, D.Lgs. 346/1990, introdotto dal D.Lgs. 139/2024. Per un commento: Federnotizie, “Le modifiche del D.Lgs. 139/2024: la tassazione dei trust” (www.federnotizie.it).

Domande frequenti su Patrimoni apolidi: la ricchezza che resta senza cittadinanza familiare

Qual è la domanda fondamentale che ha dato origine alla pianificazione patrimoniale?

La pianificazione patrimoniale è nata dalla necessità di rispondere alla domanda su come trasmettere ai propri figli il patrimonio accumulato. Questo presupposto di un destinatario naturale è alla base di tutti gli strumenti di pianificazione.

Quali strumenti tradizionali di pianificazione patrimoniale si basano sul presupposto di un destinatario naturale?

Gli strumenti tradizionali come le donazioni, i patti successori consentiti e le architetture societarie familiari presuppongono l'esistenza di eredi naturali a cui destinare il patrimonio. Questi strumenti sono stati concepiti in un contesto in cui la trasmissione generazionale era più scontata.

Quale dato demografico sta mettendo in discussione il presupposto della pianificazione patrimoniale tradizionale?

Il dato demografico che sta mettendo in discussione questo presupposto è il calo delle nascite, con un numero medio di figli per donna che ha raggiunto un minimo storico. Questo rende meno scontata la presenza di eredi naturali.

Qual è la conseguenza del calo delle nascite sulla pianificazione patrimoniale tradizionale?

Il calo delle nascite, con un numero medio di figli per donna pari a 1,18 nel 2024, sta portando allo sgretolamento del presupposto fondamentale della pianificazione patrimoniale, ovvero la presenza di un destinatario naturale per la ricchezza.

In che modo il calo demografico influisce sulla trasmissione della ricchezza familiare?

Il calo demografico, evidenziato dal minimo storico dei nati nel 2024, rende più complessa la trasmissione della ricchezza familiare. La diminuzione del numero di figli per donna mette in crisi gli strumenti di pianificazione che si basano su un naturale passaggio generazionale.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Filippo Alberto Tresca

Nato a Bari nel 1981, Filippo Tresca è Dottore Commercialista e fondatore di Filippo Tresca & Co. STP S.A.S., società di consulenza dedicata alla pianificazione fiscale e patrimoniale, alla strutturazione di gruppi societari e alla tutela del patrimonio aziendale e familiare.

Si è laureato in Economia e ha conseguito la laurea specialistica in Consulenza aziendale presso l’Università degli Studi di Bari, dove ha successivamente svolto attività di ricerca in diritto tributario e su tematiche ESG, pubblicando contributi su riviste scientifiche di settore. Ha perfezionato la propria preparazione con il Master in Diritto Tributario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e con due Certificates in Transfer Pricing presso la Vienna University of Economics and Business. Ha inoltre conseguito il Master in Pianificazione patrimoniale e Wealth Management e il Master in Family Officer dell’Associazione Italiana Family Officer (AIFO).

Con oltre vent’anni di esperienza maturata in primari studi professionali e società di consulenza tra Milano, Bari e Reggio Emilia, ha sviluppato una competenza specialistica nella pianificazione fiscale, nella strutturazione di gruppi societari, nella valutazione di aziende e patrimoni, negli strumenti di protezione del patrimonio aziendale e familiare e nel passaggio generazionale. Affianca all’attività di consulenza un’intensa attività formativa rivolta a imprenditori e private banker.

Da gennaio 2026 è Family Officer certificato AIFO. È Affiliate Member di STEP (Society of Trust and Estate Practitioners), socio dell’Associazione “Il Trust in Italia” e dell’Associazione Nazionale Consulenti Patrimoniali (ANCP), mentre dal 2023 collabora con il gruppo Allcore S.p.A., società quotata alla Borsa di Milano e Vienna.

Accanto alla professione coltiva da oltre trent’anni la passione per la musica: è pianista amatore tuttora in piena attività concertistica, sia come solista sia in formazioni orchestrali. È inoltre Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

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