Il 15 settembre si apre con una parola che torna prepotentemente sui mercati finanziari: paura. Non si tratta ancora di panico e neppure di una fuga generalizzata dagli asset rischiosi, ma il clima è cambiato. Dopo mesi nei quali gli investitori avevano imparato a convivere con valutazioni elevate, tensioni geopolitiche e una crescita economica non sempre lineare, il rischio tassi torna a occupare il centro della scena.
Il punto più delicato riguarda gli Stati Uniti. La prospettiva di una politica monetaria più restrittiva costringe gli operatori a rimettere mano alle aspettative costruite nei mesi precedenti. Quando il costo del denaro rimane elevato più a lungo del previsto, oppure il mercato comincia addirittura a incorporare nuovi interventi restrittivi, cambia immediatamente il metro con cui vengono valutate azioni e obbligazioni.
Ed è proprio qui che si trova la chiave della fase attuale. Non conta soltanto stabilire quale sarà la prossima decisione della Federal Reserve. Conta soprattutto capire quale livello dei rendimenti il mercato azionario sia in grado di sopportare senza una revisione significativa delle valutazioni.
Con i rendimenti governativi americani tornati su livelli molto elevati, il confronto tra azioni e obbligazioni diventa inevitabilmente più severo. Un titolo azionario acquistato a multipli generosi deve offrire prospettive di crescita sufficientemente forti da giustificare il rischio assunto. Quando invece un’obbligazione governativa offre rendimenti importanti, senza incorporare il rischio tipico dell’equity, una parte degli investitori può decidere di ridurre l’esposizione azionaria.
È un meccanismo particolarmente importante per il settore tecnologico. Le società caratterizzate da aspettative di crescita molto elevate sono anche quelle maggiormente sensibili all’aumento dei tassi di attualizzazione. Più salgono i rendimenti, minore diventa il valore presente degli utili attesi negli anni futuri. Ecco perché le vendite sulla tecnologia e sui semiconduttori meritano più attenzione rispetto alla semplice variazione giornaliera degli indici.
L’intelligenza artificiale rimane probabilmente uno dei più potenti temi strutturali del decennio, ma questo non significa che qualsiasi valutazione possa essere considerata sostenibile. Dopo una lunga fase nella quale il mercato ha premiato quasi automaticamente tutto ciò che era collegato all’AI, gli investitori stanno tornando a distinguere tra crescita dei ricavi, capacità di trasformarla in utili e prezzo pagato per acquistarla.
La paura di settembre nasce dunque da una combinazione insidiosa. Da una parte rimangono aspettative molto alte sui grandi protagonisti della tecnologia; dall’altra, il mercato obbligazionario propone rendimenti che aumentano il costo opportunità di detenere azioni. In mezzo ci sono banche centrali costrette a mantenere alta l’attenzione sull’inflazione.
Anche l’Europa deve fare i conti con questo nuovo equilibrio. Piazza Affari risente della maggiore avversione al rischio internazionale, ma la composizione del listino italiano rende la lettura differente rispetto a Wall Street. Milano ha un peso importante di banche, assicurazioni, utility e società industriali e quindi reagisce ai movimenti dei tassi attraverso canali diversi dal Nasdaq.
Per il settore bancario, ad esempio, tassi elevati non rappresentano automaticamente una cattiva notizia. Margini di interesse ancora robusti possono sostenere la redditività, ma oltre una determinata soglia il vantaggio si trasforma in rischio: aumenta il costo della raccolta, rallenta la domanda di credito e può peggiorare progressivamente la qualità degli impieghi. È quindi sempre meno corretto utilizzare l’equazione “tassi alti uguale banche forti”.
Sul mercato obbligazionario europeo torna invece centrale la duration. Dopo anni nei quali molti risparmiatori avevano quasi dimenticato il rischio legato alle oscillazioni dei rendimenti, oggi scegliere una scadenza significa assumere una precisa posizione sull’evoluzione futura della politica monetaria. Se i rendimenti dovessero stabilizzarsi o scendere, le scadenze più lunghe potrebbero beneficiare maggiormente del movimento dei prezzi. Se invece la pressione sui tassi continuasse, la volatilità resterebbe elevata.
Per l’investitore privato questo non è necessariamente il momento di abbandonare il mercato. È piuttosto il momento di diventare più selettivi. La differenza rispetto ai mesi precedenti sta proprio qui: il mercato potrebbe smettere di premiare indiscriminatamente il rischio.
Occorre quindi guardare meno agli indici e più a ciò che accade al loro interno. Aziende con bilanci solidi, generazione di cassa, indebitamento controllato e utili visibili possono attraversare meglio una fase di rendimenti elevati. Al contrario, società la cui valutazione dipende soprattutto da risultati molto lontani nel tempo diventano più vulnerabili.
La vera variabile da osservare nelle prossime settimane sarà allora il rapporto tra rendimento privo di rischio e rendimento atteso dell’azionario. È questa la partita che può decidere la direzione dell’ultima parte dell’anno.
Finché i rendimenti obbligazionari rimarranno molto elevati, Wall Street dovrà dimostrare che la crescita degli utili è abbastanza forte da sostenere valutazioni ancora impegnative. Non significa necessariamente che sia iniziato un mercato ribassista. Significa però che l’asticella si è alzata.
Il 15 settembre consegna quindi agli investitori un mercato più nervoso e molto meno indulgente. La paura non nasce da un singolo evento, ma dall’incrocio tra politica monetaria, inflazione, rendimenti e valutazioni azionarie.
Ed è forse questo il segnale più importante: dopo una lunga fase dominata dalla ricerca del rendimento, il mercato sta tornando a chiedersi quanto debba essere pagato il rischio. Quando questa domanda torna al centro delle decisioni degli investitori, la selezione diventa più importante della direzione degli indici.
Mercati spaventati: il ritorno del rischio tassi cambia gli equilibri
Domande frequenti su Mercati spaventati: il ritorno del rischio tassi cambia gli equilibri
A partire dal 15 settembre, sui mercati finanziari si avverte un sentimento di 'paura'. Questo indica un cambiamento nel clima generale, sebbene non si tratti ancora di panico o di una fuga generalizzata dagli asset rischiosi.
Il 'rischio tassi' sta nuovamente occupando il centro della scena sui mercati finanziari. Questo avviene dopo un periodo in cui gli investitori si erano abituati a valutazioni elevate e a una crescita economica non sempre lineare.
Gli Stati Uniti sono identificati come il punto più delicato in relazione alla prospettiva di una politica monetaria che potrebbe influenzare il rischio tassi.
L'articolo specifica che non si è ancora verificata una fuga generalizzata dagli asset rischiosi. Tuttavia, il clima generale è cambiato, suggerendo una maggiore cautela da parte degli investitori.
Nei mesi precedenti, gli investitori avevano imparato a convivere con valutazioni elevate degli asset, tensioni geopolitiche e una crescita economica che non era sempre lineare. Ora, il rischio tassi sta ridefinendo questi equilibri.
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