Parità salariale uomo-donna, ancora 84 anni al traguardo

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Secondo un’indagine dell’European trade union confederation, per colmare la differenza salariale tra uomini e donne mancano ancora 84 anni. Si posiziona meglio l’Italia, che anticipa di 30 anni la media dei paesi europei

I dati Eurostat rivelano che il divario retributivo di genere in Europa si è contratto dell’1% negli ultimi otto anni

In Francia le donne dovranno attendere più di 1.000 anni per raggiungere la parità salariale

Esther Lynch, vicesegretario generale di Etuc, esorta Ursula von der Leyen a “dare la priorità alle misure di trasparenza salariale, necessarie per compiere reali progressi verso l’uguaglianza”

Mentre il countdown dell’uguaglianza di genere continua a scorrere nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea, seppur lentamente, per alcuni paesi il cronometro gira al contrario e finisce per allontanarli sempre più dal traguardo. Secondo un’indagine dell’European trade union confederation, per colmare la differenza salariale tra uomini e donne bisognerà attendere mediamente il 2104, altri 84 anni, qualora l’attuale ritmo del cambiamento restasse invariato.
Stando ai dati Eurostat, infatti, il gap si è contratto solo dell’1% negli ultimi otto anni e in nove degli Stati membri continua ad ampliarsi, vale a dire in Bulgaria, Irlanda, Croazia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo e Slovenia. Le donne della Germania e della Repubblica Ceca, inoltre, dovranno attendere fino al 2121 per ottenere una parità di retribuzione, mentre il divario si sta contraendo così lentamente in Francia (solo dello 0,1% dal 2010 al 2018) che la meta ha finito per allontanarsi di oltre 1.000 anni.

L’attesa risulta essere decisamente più contenuta per la Romania, dove la differenza salariale si è ridotta del 5,8% tra il 2010 e il 2018 e si stima che manchino solo due anni al raggiungimento dell’uguaglianza. Segue il Lussemburgo, dove le donne dovranno attendere il 2027, e il Belgio, dove la differenza salariale si è ridotta del 4,1% dal 2010 e l’uguaglianza sarà raggiunta nel 2028. L’Italia, invece, anticipa di 30 anni la media dei paesi europei (si parla del 2074), registrando una contrazione del gap dello 0,3% tra il 2010 e il 2017.

Ma il buon posizionamento del Belpaese cela un quadro tutt’altro che roseo. Secondo l’ultimo rapporto del World economic forum, l’Italia si posiziona infatti al 76° posto su 153 paesi nel 2020 in termini di parità di genere, tra partecipazione economica e opportunità, formazione scolastica, salute e responsabilità politiche. Stando a quanto rivelato dal Financial Times, le strutture per l’infanzia statali o private sono oggi scarse e la maggior parte delle donne che lavorano sono costrette a fare affidamento sull’aiuto dei nonni. Inoltre, secondo uno studio recente della Banca d’Italia e della multinazionale di ricerche di mercato Ipsos, le donne difficilmente riescono a raggiungere posizioni dirigenziali, soprattutto nel settore bancario, e hanno molte meno probabilità di ottenere finanziamenti per attività imprenditoriali. Tra l’altro, continua il quotidiano economico-finanziario, con la pandemia le prospettive per le donne sono destinate a peggiorare, costrette a destreggiarsi tra lavori domestici e assistenza all’infanzia.

Tornando sul fronte della parità salariale, a preoccupare l’European trade union confederation, in particolare, è il fatto che la Commissione europea abbia ritardato la pubblicazione della direttiva sulla trasparenza salariale dal quattro novembre al 15 dicembre, mettendo tra l’altro in dubbio l’iniziativa segnalandola come “da confermare”. Per di più, aggiunge la confederazione, dopo aver promesso di stabilire misure vincolanti di trasparenza salariale entro 100 giorni dal suo mandato, il presidente Ursula von der Leyen non ne ha fatto alcuna menzione nel discorso sullo stato dell’Unione. “Le grandi aziende fingono che si stiano facendo progressi nella riduzione del divario retributivo di genere attraverso misure volontarie. Ma le donne dovranno aspettare oltre 100 anni, se il cambiamento continuerà al ritmo attuale”, ha commentato Esther Lynch, vicesegretario generale di Etuc, esortando Ursula von der Leyen a “dare la priorità alle misure di trasparenza salariale, necessarie per compiere reali progressi verso l’uguaglianza, e a offrire pieno sostegno ai sindacati per la difesa delle donne”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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