Oro, argento, rame e metalli strategici: in un contesto di debito elevato, transizione energetica e rivoluzione dell’intelligenza artificiale, le commodity tornano al centro del dibattito tra gli investitori. Ne abbiamo parlato con Benjamin Louvet, Head of Commodities di Ofi Invest Asset Management, quarto asset manager francese per masse gestite, responsabile di due strategie dedicate ai metalli preziosi e ai metalli chiave per la transizione energetica.
Negli ultimi mesi l’oro ha avuto performance più simili a un asset speculativo che a un bene rifugio. Stiamo assistendo a un cambio strutturale del suo ruolo?
«Non parlerei di speculazione, ma piuttosto di riallocazione: oggi sempre più investitori stanno mettendo in discussione il tradizionale portafoglio 60% azioni e 40% obbligazioni, perché le due asset class sono diventate più correlate, anche a causa dei fenomeni di deglobalizzazione. Alcuni grandi nomi della finanza, come Mike Wilson o Ray Dalio, hanno iniziato a suggerire modelli diversi, con una quota significativa in oro o real asset. Questo ha innescato un movimento di riallocazione. Il punto chiave è che il mercato dell’oro è infinitamente più piccolo rispetto a quello azionario e obbligazionario: anche piccoli flussi possono avere un impatto enorme sui prezzi. Goldman Sachs ha calcolato che lo spostamento di un solo basis point dai portafogli azionari e obbligazionari verso l’oro potrebbe far salire il prezzo dell’oro dell’1,4% e questo spiega perché abbiamo visto movimenti così violenti. Ma il motore di fondo resta macroeconomico: viviamo in un mondo con livelli di debito molto elevati, soprattutto nelle grandi economie come gli Stati Uniti. Con un debito pubblico al 120% del Pil, un aumento dei tassi dell’1% significa un costo aggiuntivo pari all’1,2% del Pil solo per interessi. È insostenibile. Per questo motivo, i tassi reali devono restare bassi, e questo è uno degli scenari più favorevoli per l’oro».
Negli ultimi anni le banche centrali sono tornate grandi compratrici di oro. Che cosa sta succedendo?
«Dopo la fine del sistema di Bretton Woods, le banche centrali occidentali hanno venduto oro per decenni. Tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Duemila vendevano tra le 400 e le 500 tonnellate l’anno, circa il 10% del mercato. Poi, all’inizio degli anni 2000, è successo qualcosa di importante: alcune economie emergenti, in particolare la Cina, hanno iniziato ad accumulare enormi surplus commerciali e quindi riserve valutarie. All’inizio hanno fatto quello che avevano sempre fatto le banche centrali occidentali, cioè investire in titoli di Stato, ma a un certo punto si sono rese conto che i loro debitori erano molto indebitati e hanno iniziato a cercare alternative. L’oro è diventato la scelta naturale: è un asset reale e soprattutto non è il debito di nessuno. Così si è passati in pochi anni da una situazione in cui le banche centrali vendevano 400-500 tonnellate l’anno a una situazione in cui ne compravano 500. Negli ultimi anni il ritmo è accelerato: nel 2022 hanno comprato circa 1.100 tonnellate, nel 2023 e nel 2024 circa 1.000 tonnellate l’anno, cioè un quinto del mercato globale. E il trend continua, perché i sondaggi del World Gold Council mostrano che una quota crescente di banche centrali intende aumentare l’esposizione all’oro, mentre nessuna prevede di ridurla».
L’argento è sempre più legato alla transizione energetica. Va considerato ancora un metallo prezioso o ormai un metallo industriale?
«È entrambe le cose, ma sta diventando sempre più un metallo industriale. L’argento è il miglior conduttore elettrico esistente e per questo è sempre più utilizzato nelle tecnologie legate alla transizione energetica, in particolare nei pannelli solari e nei veicoli elettrici. Questi settori, che nel 2010 rappresentavano praticamente lo 0% della domanda, nel 2025 sono arrivati a circa il 30% e secondo il Silver Institute potrebbero superare il 40% entro il 2030. Questo significa che il destino dell’argento è sempre più legato al ciclo industriale e alla transizione energetica, allo stesso tempo, però, l’argento mantiene la sua natura di metallo prezioso. Storicamente viene definito il “gold with leverage”, l’oro con la leva: tende a muoversi nella stessa direzione del metallo giallo, ma con ampiezza maggiore, sia al rialzo sia al ribasso».
Tra i metalli strategici, quale ha il potenziale per diventare centrale nei portafogli nei prossimi anni?
«La risposta più evidente è il rame. È quello che definisco il coltellino svizzero della transizione energetica, perché serve ovunque: nei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche, nei pannelli solari, nelle reti elettriche e nei data center. Un’auto elettrica contiene circa quattro volte più rame di un’auto con motore tradizionale, nelle turbine eoliche si può arrivare a cinque tonnellate di rame per unità. Anche le reti elettriche dovranno raddoppiare la loro estensione: oggi nel mondo si stimano circa 70 milioni di chilometri di rete, che secondo BloombergNEF dovranno diventare 140 milioni per sostenere la transizione energetica, una distanza pari a quella tra la Terra e il Sole. Il problema è l’offerta. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, servirebbero circa 80 nuove miniere della dimensione media di quelle attuali, ma aprire una miniera di rame richiede in media 17 anni. E alla fine del 2025 meno di cinque nuovi progetti erano stati approvati. L’AIE stima un deficit di offerta del 20% già nel 2030 e del 30% nel 2035. A questo si aggiunge la domanda dell’intelligenza artificiale: i data center potrebbero rappresentare tra il 2% e il 2,5% della domanda globale di rame già oggi, e siamo solo all’inizio».
Nel vostro fondo sui metalli strategici avete aumentato l’esposizione al platino e ridotto quella allo zinco. Qual è la logica di queste scelte?
«Abbiamo mantenuto le principali esposizioni su rame, argento e alluminio, che rappresentano il cuore del portafoglio, con circa il 30% sul rame e il 16% su argento e alluminio, abbiamo invece aumentato il peso del platino. Il mercato del platino è molto più piccolo di quello dell’oro: circa 250 tonnellate l’anno contro le 5.000 dell’oro. Eppure il platino è considerato più prezioso. Negli ultimi anni il mercato è stato in deficit per quattro anni consecutivi e si stanno vedendo segnali di domanda crescente, soprattutto nella gioielleria cinese, dove alcuni produttori stanno spingendo il platino come alternativa più economica all’oro. Questo crea squilibri importanti, perché se anche una piccola parte della domanda di gioielli in oro si sposta sul platino, l’impatto su un mercato così piccolo è enorme. Al contrario, abbiamo ridotto l’esposizione allo zinco perché nel 2024 un grande sito produttivo aveva subito un incendio, riducendo l’offerta globale. Tuttavia ci aspettiamo un ritorno del surplus e quindi una pressione minore sui prezzi».
Che ruolo dovrebbero avere i metalli in un portafoglio diversificato?
«Non dovrebbero mai essere un’asset class core. A differenza di azioni e obbligazioni, che rappresentano il capitale o il debito di un’azienda e vengono valutate sui flussi futuri, le commodity sono asset con prezzo spot, guidato dall’equilibrio immediato tra domanda e offerta. È quello che chiamo il “tomato syndrome”: quando vai al mercato il sabato mattina, il prezzo dei pomodori dipende da quanti pomodori ci sono e da quanta gente li vuole comprare in quel momento, non da quello che succederà tra sei mesi. Questo rende le commodity per natura più volatili. Per questo motivo l’esposizione deve restare limitata: un investitore prudente potrebbe avere una quota tra il 3 e il 4%, uno bilanciato tra il 4 e il 7%, e uno dinamico fino al 10%. L’idea è avere una componente strategica, come un elemento chiave per la diversificazione di un portafoglio, e una componente tattica che può essere aumentata o ridotta in base al ciclo».
