Nel secondo trimestre, mentre l’oro consolidava la sua crescita con un ulteriore +3,7% sul prezzo di mercato, la domanda globale per il bene rifugio per eccellenza ha raggiunto un nuovo record, sospinta dalle nuove incertezze innescate a inizio aprile dalla politica commerciale americana. In termini di valore, il World Gold Council ha stimato acquisti per 132 miliardi di dollari in oro tra inizio aprile e fine giugno, pari a 1.249 tonnellate e a un incremento del 3% su base annua.
La domanda di lingotti da parte delle banche centrali è rimasta robusta, pari a 166 tonnellate, anche se in rallentamento. Il vero traino per l’oro è stata però la domanda degli investitori in ETF, che “hanno giocato un ruolo fondamentale per il secondo trimestre consecutivo”.
Il bilancio netto del periodo aprile-giugno è un incremento di 170 tonnellate nelle consistenze globali degli ETF. Sommato alle 227 tonnellate del primo trimestre, dà luogo a un “primo semestre eccezionale per gli ETF, con una crescita totale di 397 tonnellate, la migliore performance semestrale dai 734t del primo semestre 2020”. La domanda di oro da parte degli investitori, osservabile sul mercato degli ETF, mostra afflussi che – secondo il rapporto – hanno ancora margine per crescere rispetto ai livelli storici, “anche se forse a un ritmo inferiore rispetto al primo trimestre”.
Oltre agli ETF, hanno contribuito alla domanda anche gli investitori in oro fisico, come lingotti e monete, “attratti dal rialzo dei prezzi e dal ruolo dell’oro come bene rifugio”. La crescita di questo canale è stata dell’11% su base annua, per un totale di 307 tonnellate acquistate. Nonostante un calo del 6% rispetto al trimestre precedente, il dato resta superiore alla media quinquennale di 290 tonnellate. Complessivamente, si tratta della più alta domanda di oro fisico mai registrata in un primo semestre dal 2013.
E le banche centrali? “Potrebbero aver raggiunto i loro target di allocazione, ma ciò non vale per tutte, specialmente dove l’oro è gestito separatamente dalle altre riserve”, osserva il WGC. Inoltre, il forte rialzo dei prezzi dell’oro ha scoraggiato ulteriori acquisti: “dunque, il rallentamento della domanda da parte delle banche centrali nel secondo trimestre non è una sorpresa”.
L’oro può continuare a correre?
Al 31 luglio, l’oro ha registrato una performance del +25,8% da inizio anno, anche se questa variazione non tiene conto del cambio tra dollaro – la valuta in cui è quotato – ed euro. Un effetto che ha penalizzato i detentori europei nel 2025, anno segnato dalla forte debolezza del biglietto verde. Convertita in euro, la performance dell’oro nel 2025 scende al +15,26%, comunque superiore a quella delle azioni europee (Euronext 500), che hanno registrato un incremento del +7,3% da gennaio.
“Il dollaro USA sarà probabilmente un fattore chiave per gli investitori istituzionali nella seconda metà dell’anno”, affermano gli analisti del WGC. “Esiste un ampio consenso e una logica solida per una debolezza strutturale del dollaro nel medio periodo. Tuttavia, un forte calo nel primo semestre – causato da dazi, timori fiscali e coperture valutarie – ha portato il dollaro ben al di sotto del suo fair value rispetto all’euro, secondo il differenziale dei rendimenti. Questo apre al rischio di uno short squeeze, che potrebbe frenare temporaneamente gli investimenti in oro”.
Secondo il WGC, il calo dei rendimenti obbligazionari atteso nella seconda metà dell’anno, grazie ai probabili tagli della Federal Reserve, “potrebbe rilanciare l’interesse per l’oro dal punto di vista del costo-opportunità”, dal momento che l’oro non paga cedole e risulta più conveniente quando i rendimenti obbligazionari si riducono.
Secondo la stessa logica, nei mesi scorsi l’aumento dei rendimenti dei Treasury avrebbe dovuto contenere la domanda di oro, anche se, nella realtà, ciò non è accaduto. Una delle spiegazioni, si legge nel rapporto, è che la correlazione tra azioni e obbligazioni – ormai elevata – penalizza la diversificazione, poiché entrambi i mercati tendono a salire o scendere contemporaneamente. In tal modo, anche i bond non offrono più la stessa protezione quando l’azionario va male.

