L’oro, asset class regina del 2025, ha aggiornato ancora una volta il massimo storico, toccando quota 4.530 dollari l’oncia nei future, in concomitanza con i record messi a segno da altri metalli come argento e rame. Grazie a questo rally poderoso, il metallo giallo viaggia su una performance superiore al 70% da inizio anno in dollari, surclassando le azioni americane, europee e globali.
A guidare l’ultimo movimento del bene rifugio per eccellenza sono stati in primo luogo i dati macroeconomici statunitensi, in particolare quelli sugli ordini di beni durevoli, diminuiti del 2,2% in ottobre, dopo l’aumento rivisto dello 0,7% registrato a settembre. Un dato peggiore delle attese, considerando che il consenso degli analisti indicava un calo più contenuto, pari a -1,5%.
A ciò si sono aggiunte le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Venezuela, acuite dai sequestri statunitensi di petroliere venezuelane.
«Ritengo sia un po’ eccessivo aspettarsi che i flussi verso i beni rifugio legati al Venezuela riescano a spingere l’oro al livello successivo», scrive Robert Yawger di Mizuho Securities USA in una nota.
Secondo Carlo De Luca, responsabile investimenti di Gamma Capital Markets, quello in atto «non è il classico gold hedge che sale solo perché scende il dollaro americano o perché crolla il mercato azionario: sta andando per conto suo. E quando oro e argento iniziano a muoversi in modo autonomo, spesso significa che il mercato sta prezzando una combinazione di incertezza geopolitica, dubbi sulla traiettoria dei tassi reali e bisogno di coperture non digitali». Un destino, questo, assai diverso da quello del Bitcoin, se osservato sull’orizzonte dell’ultimo anno.
Accanto all’oro, nel 2025 anche altri metalli preziosi sono entrati con forza nel radar degli investitori. Il platino, nella sola seduta del 23 dicembre, è balzato del 7% a 2.237 dollari, portando la performance da inizio anno al +145,76%. A differenza dell’oro, il platino non rientra nelle riserve tradizionali delle banche centrali e presenta quindi un profilo di domanda strutturalmente diverso. Tuttavia, può fungere da riserva di valore in scenari di tensione geopolitica o di incertezza sull’inflazione futura, che tendono a ridurre l’attrattiva dei titoli di Stato a lunga scadenza, all’interno di quello che è stato definito debasement trade.
In particolare, è l’investimento in lingotti e monete fisiche dalla Cina ad assorbire la maggior parte di questo mercato “difensivo”: nel 2025 rappresenta circa l’80% della domanda globale di platino fisico, secondo il CME. Il mercato del platino ha inoltre registrato un deficit per il terzo anno consecutivo, pari a 692 mila once, mentre il rischio di nuovi dazi e una produzione mineraria ancora in calo (-5% nel 2025) hanno contribuito al forte rally.
Subito dietro al platino per performance annuale si colloca l’argento, in rialzo del 137%, sostenuto da una combinazione favorevole di domanda industriale – il 50% dell’argento è utilizzato in settori come fotovoltaico e semiconduttori – e dal tradizionale legame con l’andamento dell’oro, seppur con una volatilità più elevata. Meno “puro” come bene rifugio e più adatto a una funzione di diversificazione di portafoglio, l’argento ha toccato un nuovo record a 70,79 dollari l’oncia il 23 dicembre, allineandosi al rialzo osservato nelle ultime ore sull’intero comparto dei metalli.
Alla rincorsa non è mancato il rame, che ha raggiunto un nuovo massimo storico, spinto dalle interruzioni dell’offerta, dal timore di dazi statunitensi sulle importazioni di metallo raffinato e dalle scommesse su una domanda di lungo periodo legata all’elettrificazione e alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nella seduta del 23 dicembre, il prezzo del rame ha toccato 5,95 dollari nel future continuo, con un rialzo del 37% da inizio anno.
A unire il sentimento positivo degli investitori sui metalli è l’aspettativa che, anche alla luce di dati macroeconomici più deboli, la Federal Reserve possa procedere con nuovi tagli dei tassi nel corso del 2026. Il calo del costo del denaro riduce la concorrenza dei Treasury Usa, che tendono a offrire rendimenti inferiori in queste fasi, mentre sostiene sia la domanda di investimenti sia quella industriale di metalli.
La corsa dell’oro proseguirà anche nel 2026? Al momento gli analisti tendono a rispondere in modo affermativo, pur riconoscendo che è difficile immaginare un altro anno altrettanto “forte”. Appena l’8 dicembre, ING stimava un prezzo medio dell’oro a 4.325 dollari l’oncia nel 2026, un livello ormai inferiore alle quotazioni raggiunte nelle ultime sedute. Eppure, come scriveva Ewa Manthey, strategist delle materie prime di ING, «guardando al prossimo anno, le banche centrali continuano ad acquistare, la guerra commerciale di Trump resta in corso, i rischi geopolitici rimangono elevati e le detenzioni degli ETF continuano ad aumentare, mentre si intensificano le aspettative di ulteriori tagli dei tassi da parte della Fed»: tutti elementi che suggeriscono che questo mercato rialzista abbia ancora strada da fare.

