Gli investitori europei riducono l’esposizione azionaria e aumentano il peso di strategie multi asset e investimenti alternativi. È questo il quadro che emerge dalle ultime analisi sull’atteggiamento degli investitori istituzionali e dei grandi patrimoni del Vecchio Continente in una fase caratterizzata da volatilità, tensioni geopolitiche e incertezza sui tassi di interesse. L’allocazione all’equity scende sotto il 50%, segnale di una crescente cautela verso i mercati azionari tradizionali dopo anni di forte crescita trainata soprattutto dagli Stati Uniti e dal settore tecnologico. Contestualmente cresce l’attenzione verso strumenti in grado di offrire una maggiore diversificazione del rischio, una volatilità più contenuta e rendimenti decorrelati rispetto ai listini.
Il fenomeno non riguarda soltanto la riduzione della componente azionaria, ma anche un cambiamento geografico e strategico dei portafogli. Diminuisce infatti il peso degli Stati Uniti, che negli ultimi anni avevano attratto gran parte dei flussi globali grazie alla forza delle big tech e alla resilienza dell’economia americana, mentre aumenta l’interesse verso i mercati emergenti e verso asset alternativi.
La svolta appare legata a diversi fattori. In primo luogo il contesto macroeconomico internazionale resta complesso. Le banche centrali stanno gradualmente avvicinandosi a una fase di allentamento monetario, ma il percorso dei tassi non è ancora del tutto chiaro. L’inflazione, pur rallentando rispetto ai picchi del 2022 e del 2023, continua infatti a mantenersi superiore agli obiettivi ufficiali in diverse economie avanzate.
A ciò si aggiungono le tensioni geopolitiche, dai conflitti in Medio Oriente ai rapporti tra Stati Uniti e Cina, fino alle incognite politiche europee e americane. Tutti elementi che spingono gli investitori a ricercare maggiore protezione e una struttura di portafoglio più equilibrata.
Il ritorno delle strategie multi asset rappresenta dunque una risposta alla necessità di combinare crescita e difesa. Questi strumenti consentono infatti di investire contemporaneamente in azioni, obbligazioni, liquidità, materie prime e talvolta anche asset alternativi, modulando dinamicamente il peso delle diverse componenti in base alle condizioni di mercato.
Negli ultimi anni il modello tradizionale 60/40, basato su 60% azioni e 40% obbligazioni, aveva mostrato diversi limiti soprattutto nel 2022, quando il rialzo aggressivo dei tassi aveva penalizzato contemporaneamente sia l’azionario sia il reddito fisso. Oggi però il ritorno di rendimenti obbligazionari più elevati rispetto al decennio passato consente nuovamente ai bond di svolgere un ruolo importante nella costruzione del portafoglio.
Non a caso l’allocazione al reddito fisso, secondo lo studio, resta sostanzialmente stabile. Molti investitori ritengono infatti che i titoli governativi e corporate investment grade possano tornare a offrire un rapporto rischio-rendimento interessante, soprattutto se nei prossimi trimestri le banche centrali inizieranno a ridurre il costo del denaro.
Parallelamente aumenta il peso degli investimenti alternativi. Private equity, infrastrutture, private debt, real asset e strategie hedge vengono sempre più considerati strumenti utili per migliorare la diversificazione e ridurre la correlazione con i mercati tradizionali.
L’interesse verso gli alternativi è sostenuto anche dalla ricerca di rendimenti in un contesto in cui le prospettive di crescita economica globale appaiono meno lineari rispetto al passato. Molti investitori ritengono infatti che la semplice esposizione ai listini azionari possa non essere più sufficiente per garantire performance elevate corrette per il rischio.
La riduzione dell’esposizione agli Stati Uniti rappresenta un altro elemento significativo. Wall Street continua a dominare i mercati globali grazie alla forza delle grandi società tecnologiche e dell’intelligenza artificiale, ma le valutazioni elevate iniziano a sollevare interrogativi sulla sostenibilità dei prezzi raggiunti da alcuni titoli.
Molti investitori europei stanno quindi cercando opportunità alternative sia nei mercati emergenti sia in alcune aree sviluppate considerate meno costose. I Paesi emergenti, in particolare, vengono osservati con crescente interesse grazie a prospettive demografiche favorevoli, sviluppo tecnologico e valutazioni più contenute rispetto ai mercati americani.
Tuttavia l’approccio resta selettivo. Le differenze tra economie emergenti sono infatti molto ampie e gli investitori privilegiano soprattutto quei Paesi con fondamentali macroeconomici solidi, debito sotto controllo e crescita strutturale sostenibile.
Il nuovo orientamento degli investitori europei evidenzia inoltre una crescente attenzione alla gestione del rischio. Dopo anni caratterizzati da mercati sostenuti da liquidità abbondante e tassi vicini allo zero, il ritorno di volatilità e incertezza sta imponendo una revisione delle strategie di investimento.
La ricerca di portafogli più resilienti appare ormai una priorità. Non si punta più esclusivamente alla massimizzazione del rendimento, ma anche alla capacità di assorbire shock improvvisi e fasi di mercato negative senza compromettere eccessivamente il capitale.
Per il settore del risparmio gestito si tratta di una trasformazione importante. La domanda di soluzioni flessibili, dinamiche e capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti dello scenario economico è destinata infatti a crescere ulteriormente nei prossimi anni.
Anche in Europa le società di gestione stanno ampliando l’offerta di fondi multi asset e strategie alternative, cercando di rispondere alle nuove esigenze degli investitori retail e istituzionali. Il tema della diversificazione torna quindi centrale nella costruzione dei portafogli.
L’epoca dei mercati guidati esclusivamente dalla liquidità delle banche centrali sembra infatti lasciare spazio a una fase più complessa, nella quale selezione, gestione attiva e controllo del rischio assumono un ruolo sempre più determinante.

