La ragione dei trust successivi a confronto con la normativa fiscale

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Il diritto dei trust ha da sempre contemplato, tra i poteri del trustee, quello di istituire nuovi trust a favore dei beneficiari del trust originario — il cosiddetto potere di resettlement — ovvero la facoltà per il beneficiario stesso di richiedere, al termine del trust, che le attività del fondo non vengano a lui direttamente attribuite, bensì trasferite a un nuovo trust avente i medesimi beneficiari.

La questione fiscale che si pone è se il trasferimento di attività da un trust “cedente” a un trust “successore” costituisca un atto imponibile ai fini dell’imposta sulle donazioni e successioni, e se sì, in che misura e a quale aliquota.

La risposta dell’Agenzia delle Entrate, cristallizzata nella Risposta ad interpello n. 170 del 2025, sembra orientarsi verso una tassazione immediata del trasferimento al trust successivo, qualificandolo alla stregua di una distribuzione definitiva a favore del trust-beneficiario.

Il principio cardine, tuttavia, ormai acquisito, è che il trasferimento di beni al trustee, in sede di istituzione del trust, non costituisce un atto imponibile ai fini dell’imposta sulle donazioni e successioni: si tratta di un trasferimento strumentale e temporaneo, privo di arricchimento definitivo in capo a un soggetto determinato. L’imposta si applica, invece, al momento della distribuzione finale ai beneficiari, quando il trasferimento acquista carattere definitivo e il beneficiario si arricchisce in via irreversibile. Questo principio è stato ribadito anche dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Con la Risposta n. 170 del 2025, l’Agenzia delle Entrate ha affrontato il caso di un trust che, esaurito il proprio scopo, devolveva le proprie attività a uno o più trust successivi. La posizione dell’Agenzia si articola essenzialmente su due argomenti:

a) il trust originario ha esaurito il proprio scopo,

b) i trust successivi hanno uno scopo diverso da quello del trust originario.

Sebbene tale impostazione abbia una sua coerenza interna, essa presenta, a nostro avviso, significative criticità sia sul piano giuridico sia su quello della coerenza sistematica. Questa motivazione non può superare il dato normativo.

Il dibattito sul trattamento fiscale dei trust successivi non può prescindere da una riflessione sugli strumenti alternativi di cui dispone il professionista nella prassi. Tra questi, la tecnica dei cosiddetti sottofondi (o sub-funds) merita una trattazione specifica. È infatti possibile prevedere nell’atto istitutivo la facoltà del trustee di istituire sottofondi all’interno del medesimo trust, ossia suddividere il fondo in trust in comparti distinti, ciascuno con una propria regolamentazione e potenzialmente con beneficiari specifici.

Nella prassi professionale, laddove la situazione lo consenta, si preferisce valorizzare la tecnica dei sottofondi rispetto alla costituzione di trust successivi, proprio per evitare le incertezze fiscali che quest’ultima opzione comporta nell’attuale clima interpretativo.

Di converso, esiste un’area di particolare rilevanza pratica che riguarda i trust esteri — tipicamente avanti sede dell’amministrazione in giurisdizioni quali Jersey, Guernsey, Lussemburgo, il Liechtenstein o la Svizzera — che, per ragioni storiche legate alla mobilità internazionale delle famiglie italiane, hanno assunto nel tempo una funzione originariamente legata alla gestione  – in piena legittimità – di patrimoni all’estero. In molte occasioni la permanenza di tali strutture estere ha spesso perduto la propria giustificazione originaria.

In queste circostanze, la soluzione più efficiente è la distribuzione delle attività del trust estero a un trust domestico di nuova istituzione, con sede dell’amministrazione in Italia.

In tale contesto, il trasferimento delle attività dal trust estero al trust domestico non è una distribuzione ai beneficiari, né una fuoriuscita del patrimonio dal vincolo fiduciario: è una riorganizzazione della struttura fiduciaria nel miglior interesse dei beneficiari stessi. Qualificarlo fiscalmente come atto imponibile all’8% avrebbe un effetto fortemente disincentivante su operazioni che invece la politica fiscale dovrebbe favorire.

Sulle distribuzioni, poi, dovrebbero trovare applicazione le normative interne relativamente alla componente reddituale, motivo per cui la qualificazione del trust “domestico” ricevente avrebbe una sua rilevanza.

In conclusione, ci auguriamo che l’Agenzia delle Entrate voglia tornare su questi temi con un approccio più articolato, che sappia distinguere le operazioni di genuina pianificazione patrimoniale dagli abusi, senza colpire indiscriminatamente le ristrutturazioni fiduciarie che rispondono a legittime esigenze di efficienza e continuità.


A cura di Giuseppe Violetta, Dottore Commercialista, Violetta & Partners – Consulenti, Fiduciari e Trustee

10.3.2026  – Articolo a uso divulgativo. Le opinioni espresse sono personali dell’Autore e non costituiscono parere professionale.

Domande frequenti su La ragione dei trust successivi a confronto con la normativa fiscale

Qual è il potere di 'resettlement' del trustee in relazione ai trust successivi?

Il potere di 'resettlement' consente al trustee di istituire nuovi trust a favore dei beneficiari del trust originario. Questo significa che il trustee può creare ulteriori strutture fiduciarie per gestire i beni a beneficio degli stessi soggetti.

In che modo un beneficiario può influenzare la destinazione dei beni al termine di un trust?

Al termine del trust, il beneficiario ha la facoltà di richiedere che le attività del fondo non gli vengano attribuite direttamente. Invece, può chiedere che vengano trasferite a un nuovo trust, mantenendo gli stessi beneficiari.

Qual è la principale questione fiscale sollevata dal trasferimento di attività tra trust?

La questione fiscale centrale riguarda la tassazione del trasferimento di attività da un trust a un altro. L'articolo si interroga su come questo passaggio venga trattato dal punto di vista fiscale.

Quali sono le implicazioni finanziarie del potere di resettlement per i beneficiari?

Dal punto di vista finanziario, il potere di resettlement offre ai beneficiari la possibilità di mantenere i beni all'interno di strutture fiduciarie, potenzialmente beneficiando di una gestione continuativa e di una pianificazione successoria più flessibile.

Come si collega la normativa fiscale alla facoltà di istituire trust successivi?

La normativa fiscale è fondamentale per comprendere le conseguenze del trasferimento di attività tra trust. L'articolo confronta il diritto dei trust con le disposizioni fiscali per chiarire gli impatti di queste operazioni.

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di Giuseppe Violetta

Professionista indipendente da 25 anni mi sono sempre occupato di patrimoni familiari ed imprenditori. Fiscalista internazionale di formazione, mi sono specializzato in Diritto dei Trust e nel corso degli anni ho dato vita a diversi soggetti, tra le quali Trust Companies, Family Office, Fiduciarie e Società di servizi per il monitoraggio e la rendicontazione di patrimoni.

Ho contribuito alla nascita di dipartimenti di Wealth Management in diverse prestigiose Tax & Law Firm, e attualmente opero quale professionista di fiducia di famiglie e imprenditori, ricoprendo l’ufficio di Trustee, Guardiano ovvero consulente di riferimento per il coordinamento di altri professionisti e intermediari finanziari in funzione dell’esigenza del cliente.

Con Violetta & Partners opero come Trustee e Trust Advisor, ponendo la Fiducia al centro delle relazioni e delle scelte patrimoniali. Svolgo la mia attività in autonomia, in partnership con i professionisti del cliente, per offrire un approccio integrato e privo di conflitti di interesse.

Le esperienze maturate in diversi contesti italiani e internazionali, fiduciari e family office, rappresentano oggi il terreno su cui si fonda la mia attività professionale: custodire e accrescere il valore più importante — la Fiducia. Colleziono opere d’arte.

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