Gli indici azionari americani, così come il Ftse Mib, hanno riassorbito tutto l’impatto negativo osservato dall’inizio del conflitto in Iran. Dall’inizio della guerra, i listini hanno prima corretto e poi recuperato con intensità diversa, arrivando oggi a performance divergenti: il Nasdaq 100 guida nettamente il rimbalzo con un guadagno di circa +3,53%, seguito dal Ftse Mib a +2,05% e dall’S&P 500 a +1,29%, tutti tornati sopra i livelli pre-conflitto. Più contenuto il recupero dell’indice globale Euronext World, che segna circa +0,45%. A restare indietro è invece lo Stoxx 600 (-1,67%), che rimane il principale sconfitto della nuova fase di crisi energetica aperta dal conflitto.
Il comportamento dei mercati si riflette nelle aspettative dei gestori globali, sondati da Bank of America ad aprile, il cui pessimismo è aumentato soprattutto sull’Europa: un saldo netto del 25% degli investitori prevede ora un rallentamento della crescita, contro un saldo netto del 66% che a febbraio si aspettava un’accelerazione sostenuta dagli stimoli fiscali.
A livello settoriale, il recupero della tecnologia è stato il vero motore negli Stati Uniti: il Nasdaq Composite ha messo a segno dieci sedute consecutive di rialzo, la striscia più lunga da novembre 2021, riportando l’indice tecnologico a guadagnare circa il 14% dai minimi.
Alla base di questo ottimismo c’è l’idea che, al netto delle ripercussioni sull’offerta di petrolio, Iran e Stati Uniti siano sempre più incentivati a trovare un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz.
“Nonostante il fallimento dei negoziati, diversi sviluppi mantengono vivo l’ottimismo. Il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz sta esercitando una reale pressione economica su Teheran, potenzialmente costringendola a tornare al tavolo delle trattative, mentre le dichiarazioni di Trump e dei funzionari iraniani suggeriscono che entrambe le parti siano intenzionate a garantire una pace duratura”, ha commentato Matthew Ryan, Head of Market Strategy di Ebury. “Entrambe le parti hanno un forte incentivo a raggiungere un accordo e la retorica, per quanto accesa, non deve essere interpretata come una rottura definitiva delle relazioni diplomatiche, una lezione che gli investitori hanno imparato a proprie spese”.
“I mercati stanno attualmente guardando oltre la guerra, con l’S&P 500 tornato ai livelli precedenti al conflitto dopo una forte seduta ieri”, ha scritto in una nota Emma Wall, Chief Investment Strategist di Hargreaves Lansdown. “Dove andranno i mercati da qui? Ci si può aspettare una volatilità continua e il recente rally potrebbe rappresentare una buona opportunità per prendere profitto e riequilibrare i portafogli, ove necessario, in vista della stagione degli utili”.
I mercati potrebbero tuttavia aver gettato il cuore oltre l’ostacolo con un certo anticipo, considerando il deterioramento delle prospettive di crescita globale. E questo non risparmierà neanche gli Stati Uniti: Oxford Economics ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del Pil statunitense per il 2026 di 0,9 punti percentuali, portandole all’1,9%. I rincari energetici, infatti, sono destinati a pesare sui consumi. “Tuttavia, ci aspettiamo una ripresa della crescita nel 2027, poiché riteniamo che le perturbazioni legate alla guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran si riveleranno di breve durata”, ha scritto Michael Pearce, Chief US Economist di Oxford Economics.
Lo stesso sondaggio globale dei gestori si è rivelato il più ribassista da giugno 2025, con aspettative di crescita ai minimi da marzo 2022 e aspettative d’inflazione ai massimi da maggio 2021. Per Bank of America, “tutto ciò rappresenta, in ottica contrarian, un elemento positivo per gli asset rischiosi, a condizione che il cessate il fuoco porti il prezzo del petrolio sotto gli 84 dollari al barile; non si tratta però di un contesto da ‘comprare a occhi chiusi’”. Al momento, i trade più affollati secondo il campione di fund manager sono le posizioni rialziste su petrolio e semiconduttori, seguite da oro e, a distanza, dalle Magnifiche Sette.
Di segno simile anche il sondaggio sugli investitori istituzionali condotto da State Street su marzo: “Gli asset manager hanno chiuso febbraio con uno dei livelli più elevati di allocazione azionaria degli ultimi vent’anni. Non sorprende quindi che, in risposta allo scoppio della guerra in Medio Oriente, nel corso di marzo si sia registrato un significativo processo di riduzione del rischio”, ha dichiarato Michael Metcalfe, Head of Macro Strategy di State Street Markets, segnalando il calo più marcato degli ultimi 32 mesi sull’esposizione azionaria. “Tuttavia, si è trattato più di un deleveraging controllato che di una reazione di panico. Nel corso del mese, la riduzione di 1,6 punti percentuali nell’esposizione azionaria rappresenta infatti solo un terzo rispetto al crollo registrato dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19. All’interno dell’azionario, i flussi sono tornati sia verso gli Stati Uniti sia verso il settore IT, aree percepite come meno esposte allo shock energetico, mentre sono usciti dall’azionario europeo e dai mercati emergenti, considerati più vulnerabili”.
La vera anomalia non è tanto la rotazione settoriale verso i comparti meno esposti allo shock energetico, quanto il fatto che a risultare sovrappesati in questo riassetto siano stati mercati già ampiamente presenti in portafoglio: su tutti l’azionario statunitense, che resta la principale posizione in sovrappeso.

