Il crollo dei Treasury Usa, i titoli di Stato americani, sta generando conseguenze su larga scala nei mercati globali. Il rendimento dei titoli decennali ha toccato un massimo intraday del 4,632% il 22 maggio, segnando un aumento di quasi 30 punti base nell’ultimo mese. Male anche il trentennale statunitense, salito al 5,154%, ai massimi dal 2023.
Mercoledì, i timori erano stati aggravati da una debole asta di titoli a 20 anni, che ha evidenziato la crescente sfiducia sulla sostenibilità del debito americano, già sancita nei giorni precedenti dal downgrade – atteso – di Moody’s. È da notare, tuttavia, che la domanda per i titoli a 20 anni è sempre stata più debole rispetto ad altri Treasury, sin dalla loro introduzione verso la fine del primo mandato di Trump.
Non sono stati risparmiati neppure i Btp e i Bund tedeschi. Nel frattempo, i rendimenti del decennale italiano si attestano al 3,67%, con un incremento di 13 punti base nell’ultimo mese, mentre il corrispettivo tedesco è salito al 2,65%, in aumento di 20,5 punti base, complice l’atteso incremento della spesa pubblica tedesca.
L’aumento dei rendimenti a lungo termine ha avuto un impatto significativo anche sull’Irs a 30 anni, il tasso di riferimento per l’andamento dei mutui a tasso fisso: il 22 maggio questo swap ha raggiunto il 2,712%, superando il picco del 10 marzo scorso e riportandosi ai livelli massimi dal novembre 2023. Un apparente paradosso, se si considera che è atteso a breve un ulteriore taglio dei tassi da parte della Bce (e che rispetto a novembre 2023 il costo del denaro è sceso dal 4% al 2,25%). A pesare oggi è l’incertezza di lungo periodo e, al momento, l’assenza di uno scenario recessivo a breve termine – il vero fattore in grado di abbattere i rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza.
Mentre azioni e obbligazioni hanno ceduto terreno, nell’ultima settimana l’oro ha tenuto: il lingotto, a quota 3.300 dollari l’oncia, ha registrato un recupero dell’1,85%.
Il rischio stagflazione dietro al crollo dei Treasury Usa
Il grande rischio che tiene in allerta gli investitori obbligazionari è che la combinazione tra elevati livelli di debito, rallentamento economico causato dai dazi e contrazione del commercio internazionale porti a una risposta eccessivamente espansiva, tanto in campo monetario quanto fiscale – quantomeno rispetto agli obiettivi di stabilità dei prezzi. Il risultato è un rischio stagflattivo crescente, che oggi sembra essere la principale ragione per cui gli investitori richiedono premi più alti per acquistare debito federale americano.
“Sembra esserci un atteggiamento di avversione al rischio verso gli asset americani in generale, non solo verso il debito pubblico ma verso tutto”, ha dichiarato il governatore della Federal Reserve Christopher Waller in un’intervista a Fox Business. “Se ciò continuerà in futuro oppure no, non lo so. Penso che, finché l’economia riuscirà in qualche modo a rimettersi su un buon percorso, a crescere e a mantenere bassa l’inflazione, potremmo assistere a una ripresa della domanda per gli asset americani”.
La legge fiscale Usa: ok della Camera, in attesa del Senato
Nel frattempo, il Congresso statunitense è alla ricerca del consenso sul piano legislativo che pone le basi per le riforme fiscali promesse da Trump in campagna elettorale, suscitando non poche perplessità anche all’interno del Partito Repubblicano. Giovedì, la Camera dei rappresentanti ha approvato il pacchetto con alcune modifiche dell’ultimo minuto; ora la proposta passa al Senato, dove la maggioranza repubblicana è ancora più risicata.
L’aspetto cruciale per i mercati è che il saldo finale del deficit americano, con questa legge, si orienta verso un disavanzo ancora maggiore: il Committee for a Responsible Federal Budget, un’organizzazione indipendente di controllo della spesa pubblica, stima che il piano possa aggiungere circa 3.300 miliardi di dollari al debito federale nei prossimi dieci anni.
All’interno del cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act” vi sono, da un lato, l’estensione delle agevolazioni fiscali approvate durante il primo mandato di Trump nel 2017, e dall’altro nuove misure promesse nella campagna elettorale del 2024. Le nuove spese ammontano a 350 miliardi di dollari (di cui circa 150 destinati al Pentagono), insieme ad agevolazioni fiscali come l’esenzione sulle mance per alcune categorie di lavoratori nei servizi, sugli interessi dei prestiti auto e su parte degli straordinari. Per gli investitori, tuttavia, pesa soprattutto la provenienza delle risorse: il disegno di legge prevede infatti lo smantellamento dei crediti fiscali per l’energia verde introdotti con l’Inflation Reduction Act dell’era Biden.

