Negli ultimi anni gli investitori istituzionali italiani hanno progressivamente aumentato l’attenzione verso i private market. Un percorso avviato con prudenza ma che oggi inizia a mostrare numeri più significativi, soprattutto tra fondi pensione e casse di previdenza. «Tra le grandi macro categorie di investitori istituzionali, i fondi pensione negli ultimi anni sono stati spesso accusati di essere gli ultimi ad aver approcciato i private market, quindi private equity, debito, infrastrutture e oggi anche venture capital» ha osservato Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione, intervenendo alla tavola rotonda del Forum Private Market organizzato da We Wealth. «Devo dire che è vero – ha contintuato – però negli ultimi anni sono stati fatti molti sforzi a livello politico e come parti sociali per costruire una strategia che permetta anche ai fondi pensione di dare un contributo concreto all’economia del Paese». Nel dettaglio, Maggi ha poi precisato che il sistema dei fondi pensione negoziali oggi gestisce circa 150 miliardi di euro, una parte rilevante di queste risorse, circa il 10%, è investita in titoli di Stato italiani, mentre tra l’8% e il 10% del patrimonio è destinato ai private market. Per favorire questo percorso, l’associazione ha promosso negli anni alcuni progetti di sistema con partner pubblici. «Abbiamo individuato due interlocutori: Cassa Depositi e Prestiti in Italia e il Fondo Europeo per gli Investimenti a livello europeo» ha spiegato Maggi, sottolineando che la scelta di soggetti pubblici è stata necessaria per garantire neutralità all’interno di un progetto condiviso tra tutti i fondi.
Le casse di previdenza: i private market sono già un pilastro
Se i fondi pensione stanno ancora costruendo la propria esposizione agli asset alternativi, per alcune casse professionali i private market rappresentano già una componente centrale dell’asset allocation. È il caso di Inarcassa, la cassa di previdenza degli ingegneri e architetti liberi professionisti. «Il patrimonio a fine 2025 valeva circa 17,7 miliardi di euro» ha spiegato il presidente Massimo Garbari. «Di questi, i private market quotavano circa 7,6 miliardi di commitment, quindi per noi sono già un pilastro centrale nella costruzione del portafoglio». Il programma di investimento nei mercati privati della cassa è stato avviato già nel 2002 e oggi comprende diverse asset class: private equity, venture capital, private debt, infrastrutture e real estate. Circa il 52% degli investimenti è concentrato sull’economia domestica, mentre il resto è diversificato a livello internazionale attraverso oltre 250 veicoli e più di 140 partner di investimento. L’obiettivo strategico deliberato nel 2024 prevede una quota del 34% del portafoglio nei private market, rispetto a un livello attuale di circa 28,2%.
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La sfida del deployment
Nonostante l’aumento delle allocazioni, una delle difficoltà principali riguarda oggi il deployment, ovvero la capacità di trasformare gli impegni di capitale in investimenti effettivi. Secondo Garbari, il contesto globale è caratterizzato da un’enorme liquidità ancora non investita: «Si parla di circa 4,2 trilioni di dollari a livello globale». Ma il vero nodo riguarda i tempi di investimento. Negli ultimi anni si è infatti allungato il periodo tra la sottoscrizione dei fondi e il richiamo del capitale. «Nel 2020 il tempo medio tra commitment e investimento era inferiore a un anno. Nel 2025 siamo arrivati a quasi due anni», ha spiegato il presidente di Inarcassa. Per affrontare questa sfida, la cassa ha diversificato gli strumenti utilizzati: fondi open-ended, mercato secondario, co-investimenti e primaries più flessibili. Nel 2025 Inarcassa ha sottoscritto 900 milioni di euro di nuovi commitment, riuscendo a richiamarne il 43% entro la fine dell’anno.
La prudenza di Fonchim sugli alternativi
Non tutti i fondi pensione, tuttavia, hanno seguito lo stesso percorso. Fonchim, fondo pensione dei lavoratori dell’industria chimica, ha scelto un approccio più graduale agli investimenti alternativi. «Non c’è nessun messaggio implicito o esplicito» ha chiarito il direttore generale Paolo Tomassoli. «È una scelta prudenziale dettata dalla necessità di comprendere bene le caratteristiche di investimenti molto diversi rispetto ai mercati pubblici». Secondo Tomassoli, gli alternativi presentano complessità specifiche: illiquidità, valutazioni a fair value, dispersione dei rendimenti tra gestori e costi operativi più elevati. Per questo il fondo ha preferito adottare una struttura simile a quella utilizzata nei mercati quotati: il consiglio definisce l’asset allocation strategica, mentre un gestore professionale seleziona i fondi sottostanti.
Previdenza complementare e riforme: il nodo normativo
Accanto alle dinamiche di mercato, resta centrale anche il quadro regolamentare. Maggi ha sottolineato come alcune novità introdotte con l’ultima legge di Bilancio possano avere effetti rilevanti sul sistema della previdenza complementare. Tra i punti più discussi c’è la portabilità del contributo datoriale, che secondo il presidente di Assofondipensione rischia di aumentare la concorrenza tra diverse forme pensionistiche e di ridurre la stabilità dei capitali previdenziali. «I capitali pazienti rischiano di diventare meno pazienti», ha osservato. In parallelo, il settore continua a chiedere interventi strutturali per rafforzare il secondo pilastro pensionistico, a partire da campagne istituzionali di educazione previdenziale e da misure capaci di favorire l’adesione ai fondi pensione.
