I rendimenti delle obbligazioni continuano a essere uno degli incentivi più importanti per convincere gli investitori al dettaglio a investire: solo nel 2025 i fondi obbligazionari hanno ricevuto afflussi netti da 24,4 miliardi di euro in Italia, di cui 22 miliardi in obbligazionari a scadenza. Le reti e gli asset manager hanno quindi adattato l’offerta per venire incontro alla storica ricerca di rendimento con orizzonte certo con un’offerta di fondi pensati per essere detenuti fino a scadenza. Gian Marco Castellani, head of Italy wealth sales di BlackRock ritiene che il successo di questi prodotti, alla luce del contesto di mercato attuale ancora contraddistinto da premi per il rischio consistenti possa proseguire ancora.
I fondi obbligazionari a scadenza sono il traino della raccolta gestita da quando i rendimenti post-Ucraina hanno riportato in auge il reddito fisso. Qual è la vostra visione su questo prodotto? Quali sono i pro e i contro? È un approccio che ritenete adeguato?
Dalla fine del 2022, anche come conseguenza di quanto accaduto sui mercati — in particolare la crescente correlazione tra fixed income e liquidità, che ha influenzato i flussi complessivi — abbiamo osservato un crescente interesse per la componente obbligazionaria, in particolare per i prodotti a scadenza (fixed maturity). Questi prodotti continuano a rappresentare, a nostro avviso, una soluzione valida e nel 2026 gli investitori continuano a mostrare attenzione nei loro confronti. Il successo è anche dovuto al fatto che sono strumenti semplici da comprendere e quindi facilmente collocabili. Tuttavia, non sono sostitutivi dei singoli titoli obbligazionari, ma piuttosto complementari, offrendo alcuni vantaggi specifici. Il primo è la diversificazione: si tratta infatti di fondi che combinano esposizioni a centinaia di titoli, ampliando la diversificazione e rendendo il portafoglio più resiliente agli shock di mercato. Questo è un vantaggio evidente rispetto all’investimento diretto in singoli titoli. Un secondo vantaggio riguarda l’accesso: questi strumenti permettono di investire in emissioni che altrimenti non sarebbero facilmente accessibili alla clientela retail. Un terzo elemento è legato alla struttura dei prodotti, oggi più flessibile e innovativa rispetto al passato, con effetti positivi anche dal punto di vista fiscale. Tipicamente, questi fondi sono costruiti con un portafoglio di titoli governativi, e possono includere strumenti come CDS, con l’obiettivo di aumentare il rendimento a scadenza senza incidere sulla fiscalità dei sottostanti. Inoltre, in questi strumenti la tassazione è generalmente differita fino alla scadenza, elemento particolarmente rilevante per l’investitore.
Nelle interlocuzioni con le reti distributive emerge una domanda crescente per questi prodotti?
Assolutamente sì. L’interesse proviene in larga parte dal mondo distributivo: sono prodotti pensati principalmente per la clientela retail, non per quella istituzionale. In fasi di incertezza o volatilità — come quelle attuali, anche alla luce delle tensioni geopolitiche— l’interesse tende ad aumentare. L’obiettivo è offrire ai clienti una soluzione obbligazionaria diversificata con un rendimento target a scadenza ragionevolmente raggiungibile. Il punto chiave resta naturalmente la gestione del rischio di credito: qui entra in gioco la capacità del gestore di selezionare emittenti ed emissioni di qualità. Guardando al futuro, finché il contesto dei tassi e degli spread di credito resterà simile a quello attuale, ci sarà spazio per una ulteriore crescita di questi prodotti. Non si tratta però di strumenti adatti a tutte le fasi di mercato: cambiamenti radicali nei tassi o negli spread potrebbero ridurne l’attrattività.
Dal punto di vista macro, che tipo di outlook possiamo elaborare per questi strumenti?
Parliamo di prodotti buy and hold, acquistati con l’obiettivo di essere mantenuti fino a scadenza. Le recenti dinamiche di mercato hanno comportato una certa volatilità nei prezzi per chi entra in momenti diversi, ma questo non è particolarmente rilevante se si mantiene l’investimento fino alla scadenza, al netto della gestione del rischio di credito e di eventuali default. In questo contesto, l’allargamento degli spread o l’aumento della volatilità sui tassi può creare punti di ingresso più interessanti per nuovi investitori. Non è quindi un prodotto da valutare in ottica mark-to-market, ma per un investitore conservativo che cerca un rendimento definito su un orizzonte temporale preciso, tipicamente di 4-6 anni. Non è adatto a chi ha un orizzonte di breve periodo.
Dal lato della gestione, si tratta di prodotti attivi?
Sì, ma con caratteristiche specifiche. Il gestore seleziona titoli con scadenza coerente con quella del fondo e tende a mantenerli fino alla scadenza, con la possibilità di movimentare i sottostanti a fronte di una concreta necessità . Inoltre, può intervenire tramite strumenti derivati, come i credit default swap, per modulare il rischio di credito in fasi di maggiore volatilità. Non siamo quindi di fronte a un fondo obbligazionario tradizionale aperto, con gestione dinamica continua, ma a una gestione attiva più stabile e coerente con l’orizzonte del prodotto.
Il successo degli obbligazionari a scadenza è andato di pari passo, negli ultimi anni, di un certo declino dei fondi bilanciati e flessibili. Quali sono le ragioni?
Fino al 2022 le strategie multi-asset hanno vissuto una fase molto positiva, sia in termini di raccolta sia di performance. Successivamente, la crescente correlazione tra azioni e obbligazioni ha ridotto i benefici di diversificazione, rendendo i risultati meno allineati alle aspettative. A questo si è aggiunto l’aumento dei tassi di interesse, che ha reso più attraenti soluzioni obbligazionarie tradizionali. Ne è derivato uno spostamento significativo dai prodotti multi-asset verso l’obbligazionario, evidente tra la fine del 2022 e il 2025. Oggi si intravede un possibile ritorno di interesse verso le strategie multi-asset, sebbene l’obbligazionario resti ancora dominante nella raccolta.
Cosa è cambiato in queste strategie?
Non tanto la struttura, quanto il contesto. Se i tassi dovessero scendere e i rendimenti obbligazionari diventare meno interessanti, gli investitori potrebbero tornare a cercare soluzioni multi-asset per ottenere un maggiore potenziale di rendimento. In questo ambito stanno emergendo strategie “step-in”, che partono da un portafoglio obbligazionario e, nel tempo, aumentano l’esposizione azionaria. Sono soluzioni pensate per accompagnare gradualmente investitori prudenti verso una maggiore esposizione al rischio, coerente con un orizzonte di lungo periodo. In questo senso, il 2022 ha rappresentato un banco di prova importante, mettendo in evidenza la necessità di costruzioni più robuste e coerenti.
Quanto le reti di consulenti e i distributori sono diventati più selettivi nei confronti delle case terze?
In modo significativo. Prima del 2022, la componente commerciale e narrativa aveva un peso rilevante, sostenuta da mercati favorevoli. Dopo quella fase, l’attenzione si è spostata su performance, consistenza dei risultati, gestione della volatilità e coerenza con gli obiettivi di investimento, supportata comunque da una narrativa efficace. Le reti sono diventate più esigenti, così come i consulenti, e questo riflette anche un’evoluzione del modello verso una consulenza più orientata al valore, dove il costo deve essere giustificato da una reale qualità della gestione. Il successo di specifiche strategie può dipendere anche dal contesto di mercato, ma oggi più che mai conta la capacità di generare performance solide e gestire le fasi di mercato complesse.

