Il rischio più grande per l’Europa è aspettare che il mondo torni quello di prima. Che le tensioni commerciali si riassorbano, che gli Stati Uniti riprendano il ruolo di garanti dell’ordine internazionale, che le crisi geopolitiche tornino a essere eccezioni. Ma gli equilibri sui quali il continente ha costruito la propria sicurezza e prosperità sono cambiati. E adattarsi richiede scelte politiche, capacità industriali e investimenti. È stato questo il messaggio dell’ambasciatore Vincenzo De Luca al Wealth Management Summit di We Wealth, lo scorso 8 ottobre. «Bisognerà navigare nell’incertezza e nell’imprevedibilità», ha avvertito. Una prospettiva che riguarda da vicino anche chi gestisce patrimoni: energia, tecnologia, rapporti commerciali e sicurezza sono sempre più intrecciati con le condizioni nelle quali si muovono imprese e capitali. La domanda da cui De Luca è partito è quanto durerà questa instabilità. Qualche settimana, alcuni mesi? La sua lettura ha spostato l’orizzonte molto più avanti: stiamo vivendo la trasformazione di un ordine globale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e ridefinito, con la fine della Guerra fredda, attorno al primato americano.
La fine di un equilibrio
Per comprendere la profondità del cambiamento, l’ambasciatore ha ripercorso la stagione successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti erano rimasti la potenza dominante e puntavano sul multilateralismo, sull’apertura economica e sulla diffusione della democrazia liberale. Gli accordi di Oslo, la nascita del Wto e l’integrazione della Cina nel commercio internazionale avevano alimentato la fiducia in un sistema destinato a consolidarsi. De Luca ha richiamato due libri divenuti simboli di quella visione, La fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama e Il mondo è piatto di Thomas Friedman. Pur da prospettive diverse, restituivano il clima di un’epoca nella quale la crescente interconnessione economica sembrava poter accompagnare una stabilizzazione dei rapporti internazionali. Quel quadro ha progressivamente perso solidità. La crisi finanziaria del 2008 è stata uno dei punti di svolta individuati dall’ambasciatore, insieme all’affermazione di nuovi protagonisti: la Cina, l’India, il Sudest asiatico e le economie sudamericane. Il risultato è un mondo nel quale il precedente ordine si è indebolito senza che ne sia emerso uno nuovo. De Luca ha invitato alla cautela persino nell’uso della parola “transizione”: resta da capire quanto durerà questo passaggio e quale assetto produrrà. Per governi e operatori economici, l’incertezza diventa così una condizione da incorporare nelle decisioni.
Il peso economico non basta
Per l’Europa, la conseguenza è impegnativa: la forza commerciale deve tradursi in una maggiore capacità politica. «L’Europa può svolgere un ruolo e può cercare di attutire i contraccolpi dell’incertezza e dell’imprevedibilità se diventerà un soggetto politico globale», ha sostenuto De Luca. Tre i fronti indicati: tecnologia, difesa ed energia. Sono gli ambiti nei quali le dipendenze esterne possono limitare la libertà di azione europea, con conseguenze sulla competitività delle imprese e sulla tenuta dell’economia. Sulla tecnologia, l’ambasciatore ha scelto un approccio pragmatico. La piena sovranità richiederebbe il controllo dell’intera filiera produttiva, un obiettivo particolarmente ambizioso. Il primo passo è accrescere capacità e competenze, creando le condizioni perché l’intelligenza artificiale rafforzi la manifattura europea. È un collegamento decisivo: la sfida tecnologica riguarda anche la possibilità di innovare la produzione, sostenere l’occupazione e difendere le posizioni delle imprese sui mercati internazionali. Nel suo intervento, De Luca ha indicato nei rapporti Letta e Draghi due riferimenti per affrontare questi nodi e accompagnare la doppia transizione, energetica e digitale. La stessa esigenza di rafforzamento riguarda la difesa, attraverso una maggiore razionalizzazione delle risorse, e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Obiettivi che richiedono continuità, mentre la politica europea deve fare i conti con le reazioni agli squilibri della globalizzazione e con le spinte nazionaliste. L’ambasciatore le ha riconosciute, ribadendo però la necessità di una maggiore unità.
Guardare oltre Trump
De Luca ha poi messo in discussione un’aspettativa: che la fine della presidenza Trump possa riportare automaticamente il sistema internazionale al precedente equilibrio. L’attuale amministrazione americana ha accentuato l’incertezza, ha osservato, ma la redistribuzione del potere economico e politico ha radici più profonde. Gli Stati Uniti conservano il primato tecnologico, la Cina continua a crescere e altri attori acquistano spazio. L’Europa deve quindi prepararsi a un mondo con più centri di influenza, assumendosi maggiori responsabilità nella tutela dei propri interessi. «Autonomia strategica non significa autarchia», ha precisato l’ambasciatore. Significa scegliere le partnership con maggiore consapevolezza, tenendo insieme opportunità commerciali, esigenze industriali e sicurezza degli approvvigionamenti. In questa prospettiva ha richiamato le relazioni con l’India e il Mercosur, nelle quali il tema degli scambi si intreccia sempre più con quello delle materie prime critiche. Ha inoltre indicato il Sudest asiatico tra le aree capaci di offrire opportunità di investimento e, in alcuni casi, alternative alla Cina. Con Pechino, la relazione richiede invece di tenere insieme fermezza e cooperazione: perseguire un maggiore equilibrio commerciale e mantenere aperto il dialogo sulle sfide globali. Il clima è il caso più evidente. Per portare avanti la propria agenda, l’Europa ha bisogno del contributo di grandi economie come Cina e India.
Quando la geopolitica arriva nei portafogli
I conflitti hanno reso tangibile il costo della vulnerabilità europea. Le tensioni in Medio Oriente si trasmettono attraverso i prezzi dell’energia e le dinamiche inflazionistiche, influenzando i costi delle imprese e le prospettive economiche. A interessi così diretti, secondo De Luca, deve corrispondere una maggiore capacità europea di contribuire alle soluzioni diplomatiche. L’ambasciatore ha sottolineato il limitato peso esercitato dal continente nell’area e la necessità di agire in raccordo con gli Stati Uniti e con gli altri protagonisti regionali. Sulla guerra tra Russia e Ucraina ha affiancato la ricerca di possibili aperture negoziali alla necessità di continuare a sostenere Kiev. In gioco, ha ricordato, ci sono il principio dell’integrità territoriale e la sicurezza del continente, con una percezione della minaccia russa particolarmente forte nei paesi più vicini al conflitto. La risposta all’incertezza, nel ragionamento di De Luca, passa dunque dalla capacità di agire: una politica estera comune, una difesa più integrata, maggiori competenze tecnologiche e approvvigionamenti più sicuri. Per l’Europa, e per chi vi investe, conterà sempre più la distanza tra il suo peso economico e la sua capacità di farlo valere.

