Banche, Bce: “Nessuna soddisfa i requisiti di trasparenza sul clima”

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Un’analisi della Bce rivela come nessuna delle 109 banche sotto la sua supervisione soddisfi oggi i requisiti di trasparenza su clima e ambiente. E rischiano di arrivare impreparate all’entrata in vigore dei nuovi standard sulla disclosure in “verde”

Nel 2021 sette banche su dieci hanno divulgato informazioni sulla gestione dei rischi ambientali e climatici, ma solo una su cinque rivela metodologie, metriche e criteri adottati nell’allinearsi agli obiettivi degli Accordi di Parigi

Le attuali divulgazioni non sarebbero sufficienti a soddisfare i futuri requisiti normativi. Mentre il 74% delle banche pubblica informazioni sulle proprie emissioni di gas serra, per esempio, solo il 15% pubblica dati sulle emissioni delle attività da esse finanziate

Frank Elderson, membro del comitato esecutivo della Bce: “Siamo pronti a utilizzare l’intera gamma di strumenti di vigilanza a nostra disposizione per garantire che le informazioni su clima e ambiente siano all’altezza dei nostri standard”

Le drammatiche conseguenze del riscaldamento globale minacciano ecosistemi e società. Mentre le temperature continuano a salire oltre la media, soprattutto in Europa. Un contesto che, nelle parole di Frank Elderson (membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea), richiede un impegno congiunto di cittadini, istituzioni e operatori economici. Comprese le banche. Ma se da un lato vi è una crescente consapevolezza del “grande valore della trasparenza informativa” (sulla scia anche delle pressioni normative) dall’altra gli istituti di credito continuano a rivelare carenze significative: nel 2021 sette banche su dieci hanno divulgato informazioni sulla gestione dei rischi ambientali e climatici, ma solo una su cinque rivela metodologie, metriche e criteri adottati nell’allinearsi agli obiettivi degli Accordi di Parigi.
Stando all’ultimo rapporto della Bce dal titolo “Ecb report on banks’ progress towards transparent disclosure of their climate-related and environmental risk profiles”, la qualità delle divulgazioni su clima e ambiente dei 109 istituti sotto la sua supervisione ha conosciuto un certo miglioramento nell’ultimo anno (nel 2020 solo cinque su dieci divulgavano informazioni sulla gestione di tali rischi). Ma non è ancora abbastanza. “L’assoluta velocità con cui la regolamentazione e le metriche si stanno sviluppando in questo campo non dovrebbe lasciare spazio a dubbi: affrontare i rischi legati al clima e all’ambiente e pubblicare divulgazioni di buona qualità non è facoltativo. Le banche possono e devono fare molto meglio per migliorare la qualità delle loro comunicazioni. E devono farlo rapidamente”, avverte Elderson.
Gli istituti, spiega, stanno cercando di compensare la scarsa qualità delle loro comunicazioni emettendo “grandi volumi di informazioni sui temi verdi”. Ma si tratta solo di “un sacco di rumore bianco e nessuna sostanza reale” su ciò che sia i mercati che le autorità di vigilanza vogliono davvero sapere. “È ovviamente importante che le banche pubblicizzino i loro sforzi, per esempio, nel ridurre il consumo di elettricità delle loro filiali. Tuttavia, sarebbe molto più significativo se dovessero annunciare come stanno indirizzando le loro attività verso pratiche di gestione del rischio allineate a un’economia a emissioni zero”, osserva Elderson.

A mancare sono dettagli concreti sull’impegno sostenibile degli istituti di credito. Come anticipato in apertura, solo un istituto su cinque rivela metodologie, metriche e criteri adottati nell’allinearsi agli obiettivi degli Accordi di Parigi. E più di un terzo non divulga affatto questi aspetti. In altre parole, l’analisi ha mostrato che nessuna delle banche analizzate soddisfa le aspettative della Bce sulle divulgazioni ambientali e climatiche. Alcune, si legge nello studio, pubblicano report sui rischi climatici e ambientali includendo ampie informazioni qualitative e quantitative. Ma altre riferiscono sui rischi climatici e ambientali solo marginalmente o esclusivamente nel contesto della sostenibilità aziendale, generando una certa confusione tra l’impatto della loro operatività e quello delle attività da esse finanziate.

Il punto è che nel contesto della Corporate sustainability reporting directive (la direttiva che, entro la fine del 2022, andrà ad aggiornare gli attuali requisiti di rendicontazione non finanziaria definiti dalla Non-financial reporting directive spingendo le aziende europee a divulgare una serie di informazioni legate ai rischi ambientali, sociali e di buona governance, ndr) e degli imminenti Implementing technical standards dell’Autorità bancaria europea (che gli istituti dovranno considerare dal 2023 facendo riferimento ai dati di fine 2022, ndr), le banche dovranno divulgare parametri specifici che mostrino la misura in cui le loro attività sono allineate con la Tasonomia Ue. E le attuali divulgazioni non sarebbero sufficienti a soddisfare i futuri requisiti normativi. Mentre il 74% pubblica informazioni sulle proprie emissioni di gas serra, per esempio, solo il 15% pubblica dati sulle emissioni delle attività da esse finanziate. Inoltre, un quarto degli istituti del campione fornisce informazioni qualitative legate alla Tassonomia Ue mentre solo il 7% fornisce informazioni quantitative.

“Per quelle banche rimaste sistematicamente indietro rispetto alle aspettative della Bce, e del mercato, c’è solo una strada da percorrere”, interviene Elderson. “È tempo che siano trasparenti sui rischi ambientali e climatici in modo che, portando questi dati alla luce, possano passare da una verità scomoda a un risultato desiderabile. Per noi e per tutte le generazioni future. Siamo pronti a utilizzare l’intera gamma di strumenti di vigilanza a nostra disposizione per garantire che le informazioni su clima e ambiente siano all’altezza dei nostri standard e, in ultima analisi, che le banche arrivino preparate all’entrata in vigore dei nuovi requisiti normativi”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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