Petrolio, quanto potrà incidere l'Iran di Raisi sul mercato

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Alberto Battaglia
22.6.2021
Tempo di lettura: 5'
Il neo-eletto presidente Raisi è un esponente conservatore, ma il destino dei negoziati, delle sanzioni e del petrolio iraniano resta aperto. Ecco gli scenari e gli impatti sui mercati

Il nuovo presidente eletto della Repubblica islamica è dipinto come un ultra-conservatore, ma la politica estera si prefigura in sostanziale continuità

Raisi rappresenta la continuità con Guida Suprema, che ha sempre sostenuto l'accordo sul nucleare, il cui ripristino sbloccherebbe sul mercato del petrolio 1-2 milioni di barili al giorno

La vittoria di Ebrahim Raisi alle elezioni presidenziali in Iran era stata ampiamente prevista. Non sarà altrettanto facile prevedere quali conseguenze avrà questo cambio al vertice sulle relazioni con l'Occidente. Presentato ovunque come un “ultra-conservatore”, sarebbe facile attribuire a Raisi un'eventuale interruzione della linea dialoghista tenuta finora dal presidente Hassan Rouhani. Mentre il mercato del petrolio punta verso un progressivo rincaro, nei mesi di uscita dall'emergenza pandemica, la rimozione delle sanzioni inflitte all'Iran potrebbe sbloccare sui mercati 1-2 milioni di barili al giorno di offerta aggiuntiva. Nell'immediato, la scontata vittoria di Raisi non ha avuto grande influenza nel trend di rafforzamento del greggio, che ha proseguito il suo rally nei tre giorni successivi superando i livelli pre-Covid. Un rapporto Platts, inoltre, ha evidenziato come l'Iran abbia già iniziato ad accelerare il ritmo di estrazione, con una produzione in aumento dagli 1,3 milioni di barili registrati a marzo ai 2,43 milioni di aprile. Per la Repubblica islamica è l'output più consistente dal maggio 2019.
Oggi le esportazioni di greggio iraniano sono dirette soprattutto in Cina, ma l'eventuale ripristino dell'accordo sul nucleare iraniano (Jpcoa) potrebbe cambiare gli equilibri del mercato prossimi mesi. Ma quante chance ci sono che la presidenza Raisi porti a compimento i negoziati già avviati fra Usa e Iran? In una sua analisi, il New York Times, ha sostenuto che il periodo che precederà l'insediamento di Raisi, ad agosto, potrebbe aprire una finestra di opportunità entro la quale ripristinare l'accordo Jpoa. A scendere a compromessi, infatti, sarebbe il leader uscente Hassan Rouhani, mentre a raccogliere successivamente i frutti dell'accordo, il nuovo presidente. La strada però, resta incerta e disseminata di difficoltà.
“Ebrahim Raisi è un esponente del conservatorismo tradizionale, una figura vicina alla guida suprema e che ha sempre sostenuto l'accordo sul nucleare – anche quando, a parole, aveva assunto le vesti del falco contro il governo Rouhani”, ha affermato a We Wealth la dottoressa di ricerca dell'università Cattolica, Giorgia Perletta, program assistant del master in middle eastern studies dell'Aseri.

“La Guida Suprema ha sempre sostenuto l'importanza dell'accordo Jpcoa, alla luce della crisi economica che il Paese sta attraversando, ulteriormente aggravata dalla pandemia. Raisi rappresenta la continuità rispetto a questa linea”, ha proseguito l'esperta. “Quella di Raisi non è una figura particolarmente carismatica - ha aggiunto Perletta - e i suoi sostenitori vi riconoscono l'emanazione diretta della stessa Guida Suprema”. Ad aver eletto Raisi è una minoranza de facto nel Paese. In Iran, infatti, domina una maggioranza silenziosa che diserta le elezioni, manifestando così il proprio disaccordo con il regime. La minoranza “attiva” alle urne, però, ha dato un forte riconoscimento all'attuale capo della Giustizia. E se l'ha fatto, non è per invocare l'addio ai negoziati con l'America.

“L'elettorato di Raisi non esprime una condanna al governo uscente, non ci racconta di un elettorato più radicale rispetto al passato - ha affermato Perletta - piuttosto, è un elettorato che ha colto con favore i discorsi di stampo populista sull'economia, in particolare l'intenzione di accrescere la produzione interna allo scopo di limitare la dipendenza dell'Iran dai beni importati e di limitare l'influenza delle sanzioni”. Sul piano internazionale, invece, le differenze con Rouhani si fanno più sfumate. “Non vedo una grande discontinuità: la figura di Rouhani è stata molto mistificata in Occidente. E' stato considerato un riformista mentre era, in realtà, solo un'espressione moderata del gruppo conservatore”. Per questa ragione, l'arrivo di Raisi viene percepito, da qui, in modo così traumatico. Dal punto del vista dell'immagine il cambiamento c'è, ha poi concesso Perletta: Rouhani aveva investito buona parte del suo capitale politico sul dialogo con l'Occidente – ottenendo, a suo tempo, l'accordo sul nucleare. Al contrario, Raisi avrà le mani più libere: ha puntato la sua campagna sulla ripresa economica, ma senza collegarla in modo preponderante al ripristino del Jpcoa.

“Ritengo che la politica estera non subirà grandi cambiamenti anche perché la linea dell'Iran è il risultato di diversi gruppi di potere, fra cui il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e la Guida Suprema - ha aggiunto la ricercatrice - gli spazi di dibattito politico interno concessi finora verranno un po' a mancare, tuttavia, perché i riformisti non avranno più un peso politico importante”.

Quando potrà essere ripristinato il Jpcoa


Contrariamente a quanto avvenuto durante l'amministrazione Trump, da parte degli Usa “il tentativo di riaprire il dialogo adesso c'è, come dimostrano i negoziati in corso”. Secondo Perletta, tuttavia, non sono molte le possibilità che la situazione possa sbloccarsi nel periodo di transizione che, da qui ad agosto, precederà l'insediamento di Raisi. “Credo che gli stessi Stati Uniti cercheranno di prendere tempo per vedere come si riassesterà la politica interna in Iran. Da parte di Washington la disponibilità a raggiungere l'accordo c'è, ma non a qualsiasi costo”, ha dichiarato la ricercatrice.

Sul tavolo dei negoziati la richiesta iraniana rimane la stessa: ripristinare, senza alcuna modifica l'accordo sul nucleare raggiunto nel 2015; ma l'amministrazione Biden punta a introdurre vincoli aggiuntivi che, per il momento, Teheran non sembra disposta ad accettare.

“Bisognerà capire se l'amministrazione Biden accetterà di ripristinare l'accordo senza clausole aggiuntive, ma questa strada mi sembra ancora molto lunga - ha dichiarato la ricercatrice dell'Aseri - non vedo come l'accordo possa tornare in vigore – diciamo – nei prossimi sei mesi e metterei in conto una finestra temporale più ampia”.

Sognando l'Oriente


Nonostante le difficoltà economiche dell'Iran, la narrativa della nascente presidenza Raisi sfoggia con sicurezza le alternative commerciali del Paese. Secondo la nuova linea, si andrebbe a sostituire il blocco delle economie occidentali con rafforzamento dei rapporti con la Cina e l'Oriente. Uno dei consiglieri di Raisi, il docente di Orientalismo Seyed Mohammad Marandi, ha dichiarato a La Stampa che l'Iran “ha altre strade per commerciare, esportare petrolio e importare beni” e che “la nuova amministrazione Raisi punterà ancora di più sulla Cina, la Russia, i vicini arabi, il Sud globale, a partire dal Sudafrica”.

Lo “sguardo ad Oriente” è tutt'altro che nuovo nella storia delle relazioni iraniane. Allo stesso tempo, gli effetti dell'introduzione del Jcpoa seppero imprimere uno stimolo molto forte all'economia del Paese. Viceversa, la reintroduzione delle sanzioni ha provocato una drastica riduzione della produzione e del potere d'acquisto. Al netto della propaganda, l'Iran non potrebbe rinunciare a cuor leggero ai rapporti commerciali con l'Occidente.

 
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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