Sono mesi ormai che Donald Trump sta espressamente chiedendo alla Federal Reserve di tagliare i tassi di interesse, con il tycoon che accusa Jerome Powell di rallentare l’economia, costando una fortuna agli americani. E così, non ha sorpreso troppo quando il Presidente ha riunito nello Studio Ovale una decina di parlamentari del Partito Repubblicano, ha scritto il New York Times, e ha mostrato loro una lettera chiedendo se avrebbe dovuto mandarla. Non una lettera qualunque, ma una bozza di lettera di licenziamento proprio per Powell, il presidente della Fed.
Trump ha smentito subito l’esistenza della lettera ma ha confermato di aver chiesto se dovesse licenziare Powell.
Fed: un organo autonomo, non ancora per molto
La Federal Reserve ha sempre agito come organo autonomo e indipendente rispetto al colore del governo. Pur non essendo totale, questa autonomia ha permesso alla Fed di operare senza subire pressioni politiche dirette. Le sue decisioni sono state guidate dal bene dell’economia statunitense, più che dalle esigenze dei governi in carica. Eppure questo equilibrio sta evidentemente iniziando a crepitare.
Nel frattempo il mandato di Powell si sta avvicinando alla fine ed è lecito chiedersi come cambierà la Federal Reserve, se proseguirà con una politica più accomodante nei confronti del governo o meno. In ogni caso, la selezione del presidente della banca centrale americana non è tutta nelle mani di Trump: il processo di conferma del Senato offre una certa protezione contro la nomina dei candidati non convenzionali. Ad esempio, durante il primo mandato del tycoon, quando era stato selezionato Powell, il Senato aveva bocciato ben tre nomi: Herman Cain, Stephen Moore e Judy Shelton. Non resta che aspettare e vedere la reazione del Senato a nuovi nomi tra cui, il più quotato, Scott Bessent, l’attuale ministro del Tesoro.
Tre scenari per la Fed di domani
Negli anni successivi all’intreccio tra la Federal Reserve e il Tesoro durante la Seconda guerra mondiale, e dal periodo di alta inflazione degli anni ’70, la Fed ha acquisito credibilità come organo di controllo del più grande mercato obbligazionario del mondo. Qualsiasi evoluzione del mandato della Fed nel corso del prossimo anno sarà fondamentale da comprendere per gli investitori obbligazionari.
Ecco allora tre possibili scenari che hanno immaginato gli esperti di Capital Group
- L’indipendenza della Federal Reserve continua
Cambiare presidente non significa per forza abbandonare lo status quo. Infatti, così come ha fatto Powell, è possibile che il nuovo candidato continui a resistere alle pressioni politiche, mentendo l’indipendenza della banca centrale. In un simile scenario, l’economia non farebbe grandi salti in avanti, ma beneficerebbe di una crescita più sostenibile nel lungo termine grazie a una comunicazione chiara e coerente. In un simile scenario, “la fiducia del mercato nell’indipendenza della banca centrale dovrebbe essere rafforzata, portando a condizioni di investimento stabili”, spiegano gli esperti.
- La Fed perde la sua indipendenza, ma non del tutto
La seconda opzione, forse quella più probabile, è che il nuovo presidente della banca centrale statunitense punti sull’equilibrio. Cercando di placare, almeno in parte, le richieste politiche, senza però rinunciare completamente all’indipendenza. In questo scenario, i tassi di interesse potrebbero scendere più rapidamente, puntando anche su strumenti di bilancio solitamente riservati alla recessione. In generale, una Fed più accomodante spingerebbe l’economia nel breve termine, aumento però l’inflazione.
- Federal Reserve e Governo: due braccia dello stesso corpo
La Fed e il Governo statunitense non sono sempre stati due enti autonomi. Durante il periodo degli shock petroliferi, la casa Bianca esercitò più volte una forte pressione affinché la Banca centrale mantenesse bassi i tassi di interesse nonostante l’aumento dell’inflazione. Con la nomina di Paul Volcker, eletto nel 1979, il mercato si è abituato in fretta alla stretta connessione tra Fed e governo. Se una situazione simile succedesse di nuovo, allora l’economia potrebbe registrare un boom nel breve termine, ma instabilità nel lungo periodo, oltre ad una profonda diminuzione della fiducia.

