In un contesto di spread ridotti e tassi in stabilizzazione, l’universo delle obbligazioni corporate in Europa si conferma oggi un terreno fertile per chi cerca rendimento e disciplina. Tra rendimenti reali ancora interessanti e nuove sfide legate alla sostenibilità, occorre andare oltre il semplice carry trade, adottando un approccio capace di selezionare emittenti di qualità e di integrare criteri ambientali e sociali nel processo di credito. Ne abbiamo parlato con Fabien Collado, gestore di portafoglio di BNY Investments.
Perché il mercato corporate in euro è rilevante oggi
Muovendo da questa constatazione, il mercato delle obbligazioni corporate in euro si distingue per la sua ampiezza e articolazione interna, che ne fanno un riferimento privilegiato per chi gestisce portafogli orientati alla diversificazione.
“Alla fine di giugno 2025 – osserva Collado – il mercato obbligazionario corporate denominato in euro superava i 3.200 miliardi di euro e contava oltre 3.700 emittenti, una prova di come la dimensione sia il primo elemento strutturale da considerare. Non si tratta di un universo limitato geograficamente, perché molte società globali emettono obbligazioni in euro, ampliando la gamma settoriale e operativa accessibile agli investitori. A ciò si aggiunge la possibilità di includere emissioni denominate in altre valute, come sterlina o dollaro statunitense, purché adeguatamente coperte”.
La profondità del mercato offre così non solo un bacino ampio in termini numerici, ma soprattutto la possibilità di individuare strutture di rischio e rendimento differenziate, coerenti con approcci di gestione patrimoniale orientati alla costruzione di portafogli robusti nel tempo.
Capire e gestire i rischi delle obbligazioni corporate
proprio la comprensione delle dinamiche di rischio rappresenta un punto centrale nell’analisi delle obbligazioni corporate. “Le obbligazioni corporate incorporano fattori eterogenei – spiega l’esperto di BNY Investments – che richiedono strumenti di valutazione coerenti e aggiornati. Questa asset class è esposta al rischio di tasso d’interesse, al rischio di credito, al rischio di cambio e al rischio di liquidità e ciascuno si manifesta con intensità variabile a seconda del contesto macroeconomico”.
Il rischio di tasso d’interesse incide sulla sensibilità dei prezzi obbligazionari alle variazioni dei tassi nell’Eurozona e, per questa ragione, la gestione attiva della duration rimane un elemento tecnico essenziale per rispondere in maniera dinamica ai movimenti del mercato e alle traiettorie delle banche centrali.
Il rischio di credito, invece, rimanda direttamente alla solidità dell’emittente. “Qui l’attenzione si concentra su aziende con profili investment grade e con una governance ritenuta affidabile, elementi che contribuiscono a ridurre la probabilità di default. È in questo punto che si innesta la valutazione dei fattori di responsabilità aziendale, non come elemento separato, ma come parte integrante della capacità di un’impresa di rimborsare il proprio debito nel tempo”.
Vi sono poi il rischio di cambio e quello di liquidità: “il primo è particolarmente rilevante quando il portafoglio include emissioni denominate in valute diverse dall’euro e viene gestito attraverso strategie di copertura e limiti di esposizione. Il secondo, si affronta diversificando il portafoglio tra settori ed emittenti, così da non dipendere eccessivamente da singole posizioni in fasi di mercato stressate. La disciplina analitica, in questo senso, non si limita a identificare le fonti di rischio, ma a costruire un quadro coerente di resilienza e continuità nella struttura del portafoglio”.
L’importanza degli elementi ESG nella valutazione del credito
In continuità con l’analisi dei rischi tradizionali, la valutazione degli elementi ESG assume oggi un ruolo rilevante nella lettura del merito creditizio delle società emittenti.
“Non si tratta di un approccio accessorio o cosmetico – precisa Collado – ma di una prospettiva in grado di incidere direttamente sulla capacità di un’impresa di far fronte ai propri impegni finanziari. Il nostro ‘Elenco delle minacce’ proprietario è concepito per identificare e valutare in maniera sistematica i rischi latenti che potrebbero compromettere l’affidabilità creditizia di un emittente. Questo strumento non si limita all’analisi dei bilanci, ma considera variabili potenzialmente trascurate dai modelli tradizionali: passività potenziali, esposizione normativa, vulnerabilità a eventi esogeni, rischio di leveraged buyout, debolezze nella governance o fragilità della liquidità. Si tratta di comprendere il rischio in maniera sufficientemente approfondita da poterlo valutare correttamente o da poter interagire con gli emittenti laddove individuiamo margini di miglioramento.”
L’Elenco delle minacce si integra inoltre con specifici framework di investimento responsabile e valutazioni legate al rischio climatico, includendo considerazioni sui rischi fisici e su quelli di transizione. In questa prospettiva, gli aspetti ESG non vengono trattati come una categoria separata, bensì come un’estensione della stessa analisi creditizia. “La logica è che un emittente con governance fragile, esposizione normativa non gestita o vulnerabilità operative si presenti più sensibile a shock di mercato e, quindi, più esposto nella sua struttura del debito. L’attenzione alla dimensione non finanziaria, dunque, contribuisce alla costruzione di portafogli più robusti, capaci di attraversare cicli di mercato e contesti regolamentari in evoluzione”.
l ruolo dell’analisi top-down e bottom-up
In continuità con il focus sui rischi e sull’integrazione dei fattori non finanziari, diventa essenziale comprendere come si articoli l’analisi del credito corporate in termini di processo.
“Siamo convinti che il processo di investimento debba essere un mix attentamente calibrato di approcci bottom-up e top-down”, osserva Collado. “Quanto al primo, la valutazione si concentra sui fondamentali aziendali, sulla struttura finanziaria, sulla qualità della governance e sull’allineamento agli obiettivi di investimento responsabile. Ogni emittente viene analizzato nella sua specificità, così da evitare generalizzazioni o affidamenti eccessivi a indicatori di mercato. Quanto al secondo, esso consente di orientare le decisioni in funzione del contesto macro, dei movimenti dei tassi, delle dinamiche settoriali e della struttura degli spread, rendendo possibile definire la duration complessiva, la sensibilità ai cicli economici e le rotazioni tra comparti e mantenendo la coerenza del portafoglio rispetto all’evoluzione dei mercati”.
La forza di questo equilibrio risiede nella capacità di reagire ai cambiamenti senza perdere continuità strategica. “Se le view macro suggeriscono un cambiamento nella ponderazione settoriale, la selezione degli emittenti all’interno di quei settori resta guidata dalla ricerca approfondita“.
Il tema della decarbonizzazione e degli impact bond
Procedendo lungo la direttrice che collega la valutazione del rischio alla sostenibilità finanziaria di lungo periodo, la questione della decarbonizzazione rappresenta oggi un terreno decisivo nella selezione degli emittenti nel mercato obbligazionario corporate europeo.
“La riduzione delle emissioni non è più percepita come un fattore esterno rispetto al merito creditizio – spiega Collado – ma come una variabile capace di incidere sui costi operativi, sulle prospettive regolamentari e sulla competitività complessiva di un’impresa. Poniamo l’accento sul supporto a quegli emittenti in grado di dimostrare un percorso realistico di decarbonizzazione e l’analisi non riguarda esclusivamente l’obiettivo finale, ma soprattutto la credibilità delle tappe intermedie.
In questo contesto, riserviamo una crescente attenzione agli impact bond, strumenti obbligazionari che collegano l’uso dei proventi a finalità ambientali o sociali chiaramente definite. “Tali emissioni richiedono una lettura particolarmente rigorosa, perché il rischio di greenwashing è tutt’altro che marginale. La verifica della coerenza tra dichiarazioni e processi industriali, così come la misurabilità degli impegni assunti dagli emittenti, diventa quindi un elemento essenziale della due diligence. Più che un’etichetta, la sostenibilità è un indicatore della capacità dell’azienda di affrontare scenari di mercato e normativi in evoluzione”.

