Bce: a giugno il primo taglio dei tassi, e dopo? L’incognita dei salari

Nella prossima riunione del 6 giugno, la Banca centrale europea dovrebbe dare inizio all’allentamento monetario, con la prima sforbiciata sui tassi di interesse. Una mossa attesa dal mercato ormai al 100%, ma sarà davvero così? E cosa succederà dopo? Tutto dipenderà dai salari nell’Eurozona. La lettura di questa variabile chiave arriva questo giovedì

Manca ormai poco, poco più di due settimane, alla riunione del prossimo 6 giugno in cui la Banca Centrale Europea (Bce) dovrebbe tagliare i tassi di riferimento, dando così il via al tanto atteso allentamento monetario nell’Eurozona. Il condizionale è d’obbligo anche se la sforbiciata è data per certa dal mercato: a quasi il 100% le probabilità implicite, dopo i dati favorevoli sull’inflazione e le chiare indicazioni del consiglio direttivo capitanato da Christine Lagarde.

Una su tutte: “E’ stato considerato plausibile che il Consiglio direttivo si troverebbe in una posizione tale da poter iniziare ad allentare la restrizione di politica monetaria, in occasione della riunione di giugno, nel caso in cui prove aggiuntive ricevute entro quel momento confermassero l’outlook sull’inflazione di medio termine contenuta nelle proiezioni di marzo”, recitano i verbali diffusi qualche giorno fa e riferiti alla riunione dello scorso 11 aprile.

In quell’occasione, la Bce di Lagarde aveva annunciato tassi fermi sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi rispettivamente al 4,50%, al 4,75% e al 4%, dopo l’ultima stretta monetaria che risale ormai al meeting di settembre del 2023. Ma in quell’occasione aveva anche aperto esplicitamente alla possibilità di un taglio dei tassi, che ora rende impossibile per la banca non procedere.

Cosa potrebbe andare storto? Ma soprattutto dopo questo primo taglio, ne seguiranno altri con cadenza più o meno regolare? Se l’è chiesto Vontobel che ha messo sotto la lente di ingrandimento la variabile chiave che potrebbe determinare l’evoluzione della politica monetaria nell’Eurozona da qui ai prossimi mesi: i salari negoziati nell’Eurozona.

L’incognita salari

Il principale ostacolo, come sottolineato più volte da Lagarde & Co, è rappresentato dai salari. Una metrica che incrocia i dati dei singoli accordi di lavoro in Germania, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Austria e Grecia, così da valutare le pressioni e misurare il sentiment.

Lo stesso vice presidente della Bce, Luis de Guindos, nei giorni scorsi lo ha spiegato: “La produttività è molto bassa e ciò porta a un aumento molto significativo dei costi unitari del lavoro. Questo è qualcosa di particolarmente importante per i servizi perché i servizi sono ad alta intensità di lavoro e l’evoluzione dei costi unitari del lavoro determinerà una parte importante delle pressioni sui prezzi che vedremo nel prossimo futuro”.

Ecco perché sarà importante il prossimo dato sulle retribuzioni nell’Eurozona, relativo al primo trimestre dell’anno, che verrà diffuso questa settimana, per la precisione giovedì 23 maggio, ovvero prima della riunione clou del 6 giugno. Un’inattesa accelerazione potrebbe mettere in dubbio il taglio dei tassi. Non è infatti ancora chiaro se e quanto velocemente gli aumenti scenderanno verso il livello del 3% che la Bce considera compatibile con l’obiettivo del 2% d’inflazione.

“I dati che abbiamo visto finora per il primo trimestre sono stati contrastanti, con la Germania in particolare che ha mostrato un potenziale rialzo all’inizio dell’anno, anche se il percorso previsto per i salari negoziati dovrebbe attenuarsi al 4,3%, visti i dati più positivi al di fuori della Germania”, prevede George Curtis, Portfolio Management di Vontobel.

Ciò dovrebbe mantenere la Bce cautamente ottimista sul percorso dell’inflazione dei servizi nel corso dell’anno, anche se, per ammissione della stessa Bce, quest’anno la crescita dei salari dovrebbe rimanere al di sopra del livello coerente con il suo obiettivo di inflazione e decelerare in maniera più significativa nel 2025.

Perché “è importante ricordare – sottolinea l’esperto di Vontobel- che il mercato del lavoro negli Stati Uniti è molto più flessibile di quello europeo. I pacchetti salariali negoziati annualmente, o addirittura pluriennali, sono molto più comuni in Europa, il che di solito si traduce in una reazione ritardata dell’inflazione salariale rispetto agli Stati Uniti”. Non solo. Determinare con precisione la crescita dei salari in Europa è più difficile che negli Stati Uniti, data la disparità delle relazioni e delle tendenze negoziali a livello nazionale.

In conclusione

La direzione della crescita dei salari nominali sarà quindi fondamentale per capire non tanto quando avverrà il primo taglio (che ormai conosciamo con una certa certezza), ma come sarà il percorso di taglio in futuro. “In un contesto di crescita in miglioramento, di bassa disoccupazione e di crescita dei salari che si sta lentamente normalizzando, non vediamo la necessità che la Bce effettui tagli aggressivi nel 2024 e riteniamo che il mercato preveda circa tre tagli per quest’anno”, conclude Vontobel.

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