Che cos’è il web3 di cui tutti i cripto-entusiasti parlano

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L’idea che Internet cambi paradigma grazie alla blockchain è particolarmente intrigante per chi vede un futuro radioso nelle criptovalute

“Si tratta di un cambio di paradigma: alla base rimane il web, ma rispetto alla versione che oggi conosciamo non ci saranno applicazioni concentrate nelle mani di pochi attori”: Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano, sintetizza così il web3 in un’intervista rilasciata a We Wealth

Le implicazioni di un Internet popolato da app decentralizzate e senza padroni creerebbe uno spazio naturale per le criptovalute e distribuirebbe parte del valore agli utenti. Ma il potente ingresso dei fondi di venture capital potrebbe presto allontanare l’utopia egualitaria del web3 e della blockchain

Se si parla di neologismi, il 2021 non è stato solo l’anno del metaverso. E’ stato anche l’anno del web3, un concetto sempre più caro ai sostenitori della blockchain e, di riflesso, anche a quelli delle criptovalute.

La blockchain non è più una novità, ma l’idea che questa tecnologia possa rendersi protagonista di un cambio di paradigma nell’uso e nell’offerta di servizi su Internet è un concetto relativamente nuovo. L’espressione web3 vorrebbe sintetizzare proprio questo. La blockchain ha visto una certa crescita di nuove applicazioni decentralizzate (dapp). Ad esempio, servizi finanziari come Uniswap, il più popolare exchange di criptovalute decentralizzato – in concorrenza con i grandi nomi “centalizzati” come Kraken o Binance. Se proviamo a immaginare un mondo pieno di applicazioni basate su blockchain, quindi prive di intermediari, dovremmo portare alla mente qualcosa di simile al web3. “Si tratta di un cambio di paradigma: alla base rimane il web, ma rispetto alla versione che oggi conosciamo non ci saranno applicazioni concentrate nelle mani di pochi attori”, dichiara a We Wealth Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano. “Mi riferisco a Facebook, Twitter, Amazon, Google: i loro imperi si basano su una forte forma di centralizzazione. E’ vero, Internet è già aperto a chiunque, ma è difficile affermarsi”. L’esito, pertanto, è quello di una progressiva concentrazione dei fornitori di servizi.

Non dover fare i conti con gli attori che attualmente gestiscono le piattaforme oggi utilizzate da milioni di utenti nel mondo avrebbe i suoi vantaggi. “Con le tecnologie blockchain e il paradigma del web3 c’è una distribuzione del valore tra più attori”, afferma Portale, “ad esempio, restituendo all’utente la proprietà di alcuni dati e informazioni, che non rimangono immagazzinate nel server di Facebook o di altre società”. Di conseguenza, per utilizzare un’applicazione basata su blockchain (e appartenente dunque al web3), dunque, non sarebbe necessario cedere a un attore informazioni personali. Questo permetterebbe di superare il modello attuale ‘servizi gratuiti in cambio di dati degli utenti’. E questo è solo un esempio su quelle che sarebbero le possibili implicazioni.

La crescita delle applicazioni decentralizzate e il crescente flusso di investimenti che i fondi di venture capital hanno indirizzato verso questi progetti ha acceso i riflettori sul web3. Nel 2021, sono stati 27 i miliardi di dollari raccolti dai progetti crypto nel mondo, secondo PitchBook si tratta di una cifra superiore a quella osservata nei dieci anni precedenti messi assieme. “Ad aver accelerato questo processo sono stati alcuni fenomeni del 2021, tra cui gli Nft – che sono un elemento strutturale importante del web3”, dice la direttrice dell’Osservatorio Blockchain del Polimi, “infatti, questi token non fungibili rappresentano il diritto a ottenere qualcosa”.

Nonostante l’hype mediatico, quello del web3 resta ancora un mondo agli inizi. “Al momento le applicazioni complete sono ancora poche e il mondo un po’ più avanti è quello della finanza decentralizzata (DeFi) e il mondo del gaming”. La stessa Ethereum.org ha messo in luce tre punti deboli del web3 in un recente post sul blog ufficiale:

  • Scalabilità – Le transazioni sono più lente sul web3 perché sono decentralizzate. Cambiamenti dello stato, come i pagamenti, devono essere elaborati da un miner e propagati a tutta la rete.
  • UX – L’interazione con applicazioni web3 può richiedere passaggi, software e formazione aggiuntivi. Questo può essere un ostacolo all’adozione.
  • Costo – Per via del costo elevato, le app decentralizzate di maggior successo mettono porzioni piccole del loro codice sulla blockchain

In questo mondo, però, “c’è un grande potenziale”, come testimoniano i crescenti flussi d’investimento riversati dai fondi di venture capital. A questo punto, però, sorge un dubbio. Il web3, sospinto dal denaro di attori finanziari interessati a macinare ritorni, realizzerà davvero il sogno di un mondo creato dagli utenti per gli utenti? O sarà una diversa forma di centralizzazione?

“Se grandi attori come Facebook puntano sul web3, per integrarlo con il metaverso si crea una definizione di web3 in contrasto con quella della decentralizzazione”, afferma Portale. In quel caso si tratterebbe di un semplice utilizzo della blockchain per offrire nuovi servizi agli utenti, ma non si realizzerebbe quella che, almeno per ora, resta l’utopia di un Internet popolato da applicazioni “democratiche” e senza padroni.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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