Liquidità, i confidi chiedono più voce

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I dati sull’erogazione del credito alle imprese italiane continuano a rivelarsi contrastanti e le micro e le pmi risultano essere le più danneggiate. Che ruolo potrebbero svolgere i confidi in questo contesto? Ne parliamo con Rosario Caputo, presidente di Federconfidi Confindustria

Indice

I prestiti erogati nel primo trimestre a favore delle grandi imprese hanno conosciuto un’impennata dell’1,8%

Secondo Caputo, le aziende più fragili riscontrano difficoltà nell’accesso al credito ed è in questo contesto che si rende necessaria un’azione complementare dei confidi in sinergia con il sistema bancario

Tra gennaio e maggio i confidi hanno registrato 500 operazioni di finanziamenti diretti, per un ammontare complessivo superiore ai 33 milioni di euro

La sete di liquidità delle imprese italiane continua a farsi sentire e i dati sull’erogazione del credito da parte del sistema bancario italiano si rivelano ancora contrastanti. Secondo quanto riportato dal Centro studi Confindustria, i prestiti erogati nel primo trimestre a favore delle grandi imprese hanno conosciuto un’impennata dell’1,8%, ma per le pmi e le micro imprese la situazione non è altrettanto rosea (si parla rispettivamente di una contrazione dell’1,7 e di circa l’1%). Secondo Rosario Caputo, presidente di Federconfidi Confindustria, non si tratta tuttavia di una novità. Già da qualche anno, il sistema bancario tenderebbe a “privilegiare le imprese con migliori rating”, mentre “quelle più fragili hanno sempre più difficoltà nell’accesso al credito” perché considerate “anti-economiche”. E, per di più, il sistema risulterebbe essere congestionato.
“Siamo partiti con l’ipotesi di distribuire liquidità alle imprese – mi riferisco ai prestiti da 25mila e poi da 30mila con garanzia statale – ma più che liquidità si tratta di debito”, spiega Caputo. “Inoltre, le imprese sono andate in banca ma hanno trovato un sistema congestionato. Noi lo avevamo previsto e continuiamo a offrirci come decongestionatore”. Secondo Caputo, le aziende più fragili, meno patrimonializzate e che non hanno un’aspettativa di futuro di medio periodo, riscontrano difficoltà nell’accesso al credito ed è in questo contesto che si rende necessaria un’azione complementare dei confidi in sinergia con il sistema bancario. Questi ultimi, spiega, potrebbero aiutare sia le banche sia il fondo centrale di garanzia a snellire le procedure e arrivare laddove per regole, skill e macro-aree, loro non riesco ad arrivare, lasciando fuori una miriade di piccole e piccolissime imprese.
“Registriamo con favore che sia il governo che il Parlamento stiano lavorando nell’ambito della conversione in legge del decreto rilancio lasciando più spazio ai confidi, ascoltando così imprese e territori”, continua Caputo. Un modo, spiega, per coprire quella nicchia di mercato lasciata scoperta dal sistema bancario. “I 35 confidi vigilati, sotto la casa comune di Assoconfidi, sono presenti in tutto il territorio italiano e possono aiutare questa tipologie di imprese ad avere un credito più equo, grazie anche a una maggiore conoscenza degli imprenditori e del territorio stesso”.

L’appello al governo

Gli chiediamo, dunque, cosa può essere fatto ancora? “Parte dei fondi pubblici potrebbero essere destinati, canalizzati e rendicontati per le imprese che hanno sempre più difficoltà a entrare in banca e ad accedere a certi canali e che hanno bisogno di capitale circolante per ripartire”. Si tratta infatti di aziende che “sono state ferme, hanno congelato il proprio debito del passato e, nel frattempo, non hanno generato ricavi”, motivo per cui potrebbero avere difficoltà a ottenere ulteriore credito e produrre nuova ricchezza al momento della ripartenza.

“Tra gennaio e maggio i confidi hanno registrato 500 operazioni di finanziamenti diretti, contro le 150 del 2019, per un ammontare complessivo superiore ai 33 milioni di euro (lo scorso anno erano circa 6,7 milioni), ma non basta. Chiediamo di poter gestire una parte dei fondi pubblici dedicati a questi cluster di imprese, ricordando che i confidi sono pronti a incanalare anche denaro proprio”.

I contributi a fondo perduto

“Credo che, se non creano le condizioni per generare ricchezza, sono soldi perduti. Ma se tamponano una crisi di liquidità e sono utili a una ripartenza della produttività e, quindi, alla creazione di ricavi e del conseguente cashflow, ben vengano”, commenta Caputo, che conclude: “Tuttavia, rispetto all’iter faticoso previsto, non ci metterei un attimo a firmare un prestito veloce a 30 anni, perché qualsiasi operatore sa che un debito restituito a tassi così bassi non è una restituzione”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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